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La Gilda di Dark and Light

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Cronache della 365ma Legione Galattica
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L'Oscuro Scribano

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MessaggioInviato: Ven Gen 07, 2005 11:42 am    Oggetto:  
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Rieccoci dopo la pausa natalizia, fine dell'anno, feste varie etc.etc. :/ :D

Continuano le avventure dei nostri eroi della 365ma...buona lettura! ok

Oo Attenzione questo è un capitolo SHOKKANTE!!! Oo (ma inportante per la trama).

Capitolo 17 Incubo

La delicata veste frusciava dolcemente attorno al suo corpo lanciato in una corsa disperata.
“Devo scappare!…Fuggire!…Non mi importa più di niente!…Sarei disposto a tradire gli amici o i miei stessi genitori e fratelli! Qualunque cosa, pur di uscire da questo palazzo!”.
Si fermò ansimante stringendosi contro una parete. Poi il suo sguardo si soffermò sulla tunica che indossava.
Era sempre andato molto fiero di quel lungo abito che gli arrivava sino ai piedi. Le psico-fibre di cui era composto, erano in grado di reagire agli stati d’animo del portatore e creare una straordinaria varietà di colori lucenti. Di solito essi variavano da un intenso verde metallizzato all’oro, con venature e guizzi improvvisi di blu notte.
Ora essi mutavano intorno alle sfumature del rosso con esplosioni quasi accecanti di giallo, facendolo oltremodo risaltare in quel corridoio oscuro.
Con un rapido pensiero impostò la modalità camuffamento e la veste divenne una macchia indistinta di grigio e nero.
Le esplosioni e le urla si facevano sempre più vicine, ricordandogli che il pericolo, seppur non immediato, incombeva comunque su di lui.
I bassorilievi e le pietre preziose che adornavano le pareti aderivano in modo quasi doloroso alla sua schiena. Volse lo sguardo verso uno dei diamanti più grandi. Quella pietra gli avrebbe permesso di trascorrere anni e anni di vita agiata, ma in quella galassia di barbarie nessuno sarebbe stato in grado di apprezzarne la meravigliosa fattura…poteva contare solo su se stesso se voleva sopravvivere.
Si avvicinò ad una delle grandi finestre.
Le due lune splendevano alte nel cielo e sembravano gli occhi di un’immensa divinità…essa attendeva la sua scelta.
Accettare la morte...o sopravvivere e combattere.
La decisione fu presa, una scelta che l’avrebbe vincolato…per l’eternità.
La paura lo abbandonò per sempre, e con essa molti altri sentimenti che non erano strettamente necessari al raggiungimento del compito che si era prefissato.
Scavalcò la finestra e si lanciò nel vuoto…

…i suoi piedi atterrarono con violenza sul terreno fangoso. Jorack si guardò attorno allibito: avrebbe giurato di trovarsi all’interno di uno strano edificio fino ad un momento prima. Inoltre i suoi abiti erano cambiati, ora indossava la sua uniforme delle FDP di Crom III. Si accorse che la pistola laser si era scaricata e l’urgenza della situazione gli fece subito accantonare quegli sciocchi pensieri. La battaglia che stava combattendo era una delle maggiori verificatesi in quel settore e doveva restare concentrato se voleva riportare a casa la pellaccia. Osservò meravigliato un trasporto nemico avvicinarsi al suolo e scaricare il suo carico di Chimera mentre era ancora in volo.
Improvvisamente si trovò di fronte un nemico: le lunghe fasce rosse che portava legate alle braccia lo identificavano come uno dei servi dell’imperatore. Impugnò il coltello con entrambe le mani e si lanciò contro di lui gridandogli tutto il proprio odio. Perché erano rimasti sordi al messaggio di libertà dell’Autarca? Cosa c’era in quell’impero così violento e oscurantista che valesse la pena di seguire e difendere anche a costo della vita? Sarebbero potuti passare secoli prima che la Terra si accorgesse del loro tradimento…anni preziosi, da trascorrere in pace e prosperità e durante i quali prepararsi a difendersi e magari ottenere l’appoggio e l’amicizia dei settori confinanti. Invece quei maledetti avevano subito inviato un messaggio d’aiuto…e cosa avevano ottenuto? Un quarto del pianeta e della sua popolazione erano stati devastati, stranieri calcavano il suo suolo e ne distruggevano le città usando violenza sui civili inermi…Non li avrebbe mai perdonati!
Si accorse subito della scarsa abilità di quel soldato e decise di terminare subito lo scontro. Con un rapido affondo squarciò la gola dell’uomo, poi si guardò nuovamente intorno.
I Chimera nemici si erano schierati in un cerchio difensivo, ed accanto alla fiancata del più vicino un soldato dall’armatura nera e dalla divisa giallo sabbia lo stava a guardare. Finalmente un nemico alla sua altezza!
Si lanciò contro di lui, notando con sorpresa che il suo attacco veniva facilmente parato. Si sentì afferrare e venire sbattuto con violenza contro lo scafo del trasporto. Quant’è forte!
“Servi l’Imperatore?” gli chiese, incerta, la voce di un ragazzo.
Quale insulto! Un semplice pivellino che metteva in difficoltà un veterano come lui! Gli sputò con disgusto sulla sua maschera anti-gas e lo colpì con un calcio allo stomaco. Vedendolo cadere a terra si gettò nuovamente su di lui, ma venne attaccato a mezz’aria e fatto cadere a sua volta. Il giovane si era mosso come un fulmine e ora incombeva su di lui pronto a pugnalarlo a morte. Entrambi lottarono cercando di accoltellarsi a vicenda, ma qualcosa era cambiato in quel ragazzo: ora sembrava molto più sicuro di sé e, se possibile, ancora più forte. Capì di non poter vincere. La lama si avvicinava lentamente alla suo collo, mentre la voglia di vivere lo costringeva ad implorare pietà…ma l’addestramento che aveva ricevuto si rivelò più forte e lo costrinse ad accettare l’inevitabile in perfetto silenzio. Inoltre si sentiva stanco…talmente stanco di tutto, da non voler desiderare altro che un lungo e meritato riposo.
Un dolore lancinante si espanse attraverso la sua gola, il sangue si riversò nei suoi polmoni facendogli tossire una densa schiuma rossastra. Mentre la vista gli si annebbiava, vide il ragazzo togliersi la maschera sporca di sangue e gettarla lontano con un gesto di disgusto. Il volto era pallido e fin troppo famigliare…essendo uguale al suo! Cercò di chiamarlo, ma la tremenda ferita gli impediva di parlare. L’ultima cosa che vide fu Jorack Brennet che gli voltava le spalle, mentre il retro del suo casco iniziava a contorcersi ed a mutare rivelando un volto demoniaco: gli occhi senza palpebre erano iniettati di sangue e lo fissavano in modo spasmodico, la sottile bocca piena di zanne grondanti saliva si distorse in un blasfemo sorriso di trionfo. La sua anima abbandonò il corpo e venne attirata verso quelle fauci che la divorarono con furia animalesca…

“NO!”, gridò svegliandosi all’improvviso nel cuore della notte.
Si mise a sedere sul bordo della branda e ci vollero parecchi istanti perché si calmasse.
“Era solo un incubo Jorack…ti senti meglio ora?”, gli chiese la sua Coscienza.
“No…”, rispose alzandosi a fatica.
Si diresse incerto verso i bagni della camerata, raggiunse un lavandino ed accese una piccola lampada. Si lavò il volto e guardò il suo riflesso nel piccolo specchio appeso alla parete poco sopra il sanitario. Era pallido ed il respiro era ancora irregolare.
“E’ normale fare brutti sogni, soprattutto dopo quello che hai passato tu…semplicemente ti senti inconsciamente in colpa per aver ucciso quell’uomo”, disse la Coscienza per rincuorarlo.
Jorack notò allora la cicatrice che aveva sul petto, proprio sopra il cuore. Una zona di pelle era distorta e aveva assunto una forma perfettamente circolare, tutt’intorno si diramavano delle vere e proprie “crepe” biancastre che nel complesso facevano assomigliare il tutto ad una specie di stella fiammeggiante.
“Come me la sono procurata?”, si domandò il ragazzo.
“Durante il combattimento con l’assassino Vindicare…”.
“Un Vindicare?!…non era un semplice cecchino? Scusa ma ho solo pochi ricordi confusi di quella vicenda”.
“Inizio ad essere stufa della tua ignoranza e del tuo comportamento infantile!”, lo aggredì con durezza la Coscienza. “E’ ora che impari un po’ a crescere…non posso farti da balia per sempre! Inoltre, per ora, ho ancora bisogno di te!”.
“Che cosa stai dicendo?”.
“Voglio dire che non posso scarrozzarmi per l’intera galassia un piagnucolone buono a nulla come te!”.
“Perché? Preferiresti forse che diventassi un mostro senza cuore come te?”, rispose rabbioso Jorack mentre i ricordi dello scontro sulla collina gli ritornarono con violenza in mente. “Ricordo come hai guardato con distacco Teglin mentre si accasciava accanto a noi! Non ti importava nulla della sua sorte! Ed anche in seguito, quando hai domandato all’assassino perché non aveva ucciso i miei compagni, hai dimostrato una semplice curiosità…niente traccia di apprensione per miei amici!”.
“Ma quali amici?! Loro non ci servono!”.
“Menti! Mi hanno aiutato a superare tantissime difficoltà!”.
“Chi credi che ti abbia curato quella ferita? Chi pensi ti abbia dato la forza e la capacità di combattere?”.
“E perché l’avresti fatto?”.
“Perché tu sei me ed io sono te…”.
“Quindi l’unica cosa che ti importa è la salvezza del corpo che ti ospita…e se fosse necessario saresti disposta anche a lasciare morire i miei compagni!”.
“Se fosse necessario…li ucciderei…”.
“Sei completamente pazza! Non poteri mai fare una cosa simile!”.
“Questo non è assolutamente un problema…semplicemente prenderei il controllo del tuo corpo, l’ho già fatto una volta”.
“Col cavolo! Ti faccio vedere io chi è il padrone di questo corpo!”, urlò Jorack ritornando verso la branda.
“Che cosa stai facendo?”.
Il ragazzo frugò sotto il materasso, poi estrasse la pistola Exitus che gli aveva regalato il Vindicare. La teneva nascosta lì fin dal giorno del loro arrivo nel campo base. Tornò quindi a specchiarsi.
“Vediamo adesso chi è il padrone!”, disse infilandosi la pistola in bocca e puntandola verso l’alto.
“Calmati ragazzo! Anch’io ho vissuto il tuo stesso incubo e ne sono rimasta molto scossa…non è proprio il momento di fare stupidaggini!”, disse la Coscienza preoccupata. Poi si lasciò scappare una frase: ”Non ho voglia di attendere altri secoli per trovare un altro corpo adatto…”.
“Alla fine anche tu mi hai tradito…”, pensò Jorack mentre calde lacrime sgorgavano dai suoi occhi.
“E piantala di fare il piagnucolone! Ora mi hai proprio stufato!”.
“Basta…sono così stanco…mio padre…Gorn…Elisia…ed ora anche tu. Ho perso tutto quello che era importante nella mia vita. Perdonami madre…sono stufo di combattere…anche solo di pensare…basta…basta”, e premette il grilletto.

Un forte bussare alle porte della camerata lo svegliò. Il ragazzo si stiracchiò sbadigliando: “Che nottataccia!”.
“Hai ragione. Avere un incubo, svegliarsi e non accorgersi che in realtà era l’incubo che proseguiva…”, gli fece eco la sua Coscienza ridacchiando.
“C’è poco da ridere…ho ancora i brividi adesso”.
“Forse è meglio parlarne con Padre Jonas”, concluse la Coscienza divenuta improvvisamente seria.
Nuovamente si avvertì un forte bussare.
“Arrivo! Arrivo!”, gridò il ragazzo mentre, senza accorgersene, frugava sotto il letto estraendo la pistola Exitus. Si avvicinò alla porta con un altro sonoro sbadiglio e se la infilò alla cintura, dietro la schiena, coprendola con la camicia.
Il braccio di Arturus lo afferrò strattonandolo con violenza. “Perché ci hai messo così tanto?…Comunque, prendi in fretta il tuo equipaggiamento e seguimi, il sergente Hartman ci vuole immediatamente al rapporto!”.
“Ok, mi do una veloce rinfrescata ed arrivo subito”.
“Non c’è tempo, muoviti!”.
Il ragazzo recuperò velocemente il sacco contenente le sue poche cose ed uscì in fretta.


Le tapparelle delle finestre del bagno erano abbassate, e solo pochi raggi di sole riuscivano ad attraversarle creando un inquietante gioco di ombre. Il piccolo topo carnivoro venne attirato dal flebile suono di gocce che cadevano in terra. Alcune di esse finivano nel lavandino, unendosi alle altre a formare dei rivoli oscuri che scendevano nello scarico, altre raggiungevano il pavimento disperdendosi in un piccolo laghetto rossastro.
Il topolino si avvicinò al liquido e bevve avidamente: almeno per oggi il cibo era assicurato. Guardò verso l’alto con invidia…non c’era modo di raggiungere i grossi pezzi di materia cerebrale e di calotta cranica che erano appiccicati al soffitto.

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Io sono solo uno scrittore...mi limito a riportare la realtà il più fedelmente possibile...
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MessaggioInviato: Ven Gen 07, 2005 11:42 am    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Dom Gen 09, 2005 7:51 pm    Oggetto:  
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Paulusman ha scritto:
Qualcuno può postare i 3 episodio rimastI?
Non resisto dalla curiosità. :[


Lol anche l'Oscuro si è dimenticato :PPPP

Capitolo 18 Sentenza di morte

“Questi sono gli ordini…volete esprimere il vostro parere?”, chiese il Tenente Vasquez
“Sì signore!…Per me sono senza senso”, rispose Hartman. Il sergente se ne stava ritto sull’attenti di fronte alla scrivania del suo superiore. Il volto inespressivo aveva lo sguardo rivolto verso un punto imprecisato della stanza.
“Prego?!…Vuole forse contestare gli ordini dell’alto comando?”, domandò il tenente sporgendosi in avanti.
Hartman rivolse lo sguardo verso il graduato, poi picchiò una fragorosa manata sulla scrivania avvicinando il volto a pochi centimetri da quello di Vasquez. Ogni parvenza di autocontrollo era sparita e la rabbia gli arrossava il viso. “Certo che li contesto! Primo perché riguardano i miei uomini migliori…Secondo perché sono assolutamente convinto che lei mi stia mentendo, e che questa decisione le sia stata imposta da qualcun altro!”.
Il tenente si ritrasse, impallidì ed iniziò a balbettare. “Beh…io…n-non le permetto di rivolgersi a me in questo modo…p-poi quello che ho d-detto è solo la p-pura verità…cioè…insomma…io…”.
“La smetta di prendermi in giro!”.
Vasquez sospirò abbassando lo sguardo. Aprì uno dei cassetti della scrivania e ne estrasse una pergamena, poi la porse al sergente.
Hartman capì da chi era stata inviata ancora prima di vedere il simbolo inquisitorio impresso su ceralacca nera.
Anche lui sospirò. “Eseguo immediatamente…”.

La squadra speciale del 365mo era schierata al completo all’interno del grosso prefabbricato, noto a tutti come: sala tattica-mensa-cappella-di tutto un po’…
Arturus notò subito che c’era qualcosa che non andava. Il comportamento del sergente era molto strano. Appariva a disagio e, cosa incredibile, evitava di incrociare il suo sguardo con il loro.
“C’è stato un cambiamento di programma!”, sbraitò Hartman. “La partenza è stata anticipata alle ore quattro di questo pomeriggio…vi rimangono sette ore per prepararvi!”. Voltò loro le spalle ed iniziò ad allontanarsi.
Jorack prese il coraggio a due mani e domandò: “Chiedo scusa signore! Qual è la nostra missione?”.
Il sergente si fermò e ruotò leggermente la testa verso di lui. “Già…dimenticavo. Dovete infiltrarvi all’interno del palazzo del generale ribelle Bress…ed ucciderlo. Per il resto avete carta bianca”. Detto questo se ne andò.
Flavio alzò le braccia al cielo stiracchiandosi la schiena e disse ridacchiando: “Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato questo momento…solo non pensavo così presto. Beh, pazienza…”. Incrociò le mani dietro la nuca e si allontanò fischiettando.
Jorack e Teglin si rivolsero ad Arturus. Il caporale era scuro in volto. “Siamo stati tutti condannati a morte…”disse. “Questa è una missione suicida, nessun piano, nessuna preparazione, nessun equipaggiamento speciale. Mi chiedo solo cosa abbiamo fatto di male per meritarci tutto questo…”.
“Ci deve essere una soluzione! Non intendo morire così giovane”, protestò Teglin.
“E di fatti dobbiamo trovarne una, e ci restano solo sette ore per farlo…Muoviamoci!”.
Poss, che era rimasto in silenzio fino a quel momento, si offrì di aiutarli come poteva, poi si diresse con loro verso il centro della cittadina. “Questo non può che essere un tuo piano caro Abraxtes”, pensò. “Sai che il ragazzo è in grado di sopravvivere e vuoi prendere due piccioni con una fava…eliminare quegli scocciatori dei suoi compagni e contemporaneamente indebolirlo abbastanza da poterlo catturare. Peccato che tu non sappia che ci sono anch’io…”.

“Ce ne abbiamo messo di tempo per trovarti!”, disse in tono accusatorio Flavio.
“Scusate, ma con i Chemiocani alle calcagna anche voi cerchereste di passare inosservati…”.
“Quello che conta è che ora abbiamo trovato la catapecchia in cui ti nascondevi Victor…e ci rimangono meno di cinque ore” tagliò corto Arturus.
“Ho capito…vi dirò tutto quello che so. Come sapete il palazzo di Bress sorge al centro di Vaniar, la principale città del continente di Aquilonia. E’ una struttura imponente le cui mura di plastacciaio sfiorano gli ottanta metri d’altezza. Esistono due linee concentriche di fortificazioni, che hanno lo scopo di proteggerlo. Fino ad ora non siamo nemmeno riusciti ad avvicinarci alla prima…”.
“Usare un aeromobile? Eviteremmo di dover assaltare quelle trincee”, propose Teglin.
“Impossibile”, assicurò il sergente. “Innanzi tutto credo che non vi metterebbero mai a disposizione un simile veicolo. Inoltre la contraerea vi abbatterebbe subito. La marina imperiale non è mai riuscita a bombardare quella maledetta costruzione!”.
“Passare dal sottosuolo? Magari usando le fogne. L’ho già fatto una volta…” chiese Jorack.
“Potrebbe essere una soluzione, ma non la consiglierei neanche ad un condannato a morte…ci vivono gli abitanti delle tenebre…”.
“Chi sono?”, domandò Poss improvvisamente interessato.
“Sono i cittadini che all’inizio del conflitto si sono nascosti là sotto. Ormai sono passati diversi anni e l’Imperatore solo sa cosa sono diventati. Nessuno è mai sopravvissuto ad un loro incontro. Si dice che tendano delle imboscate a gruppi isolati di soldati e che li attacchino in massa. Non hanno armi evolute usano pietre e bastoni, ma sono tanti…alcuni dicono diverse decine di migliaia! Dopo aver depredato i corpi…li divorano”.
“Pessima prospettiva”, commentò Flavio. “Ma non ci hai detto ancora la cosa più interessante…Su, non fare quella faccia Victor. Ho abbastanza esperienza per capire quando qualcuno mi vuole nascondere qualcosa, anche se lo fa per il mio bene”.
“Ci sarebbe il Centro Ricerche, ma io lo scarterei a priori. Non sarebbe meglio unirsi alle truppe regolari e partecipare all’attacco generale? Da quel poco che ne so, dovrebbero mancare solo pochi mesi alla sua esecuzione”.
“Non abbiamo tutto quel tempo. Parlaci del Centro Ricerche”, fece Arturus.
“Si trova nella zona Est della città, tra la prima e la seconda linea difensiva. Sono trapelate solo poche notizie di quel luogo, ma sembra che sorga sopra delle antichissime rovine risalenti all’oscura epoca della tecnologia. Chissà quali incredibili esperimenti vengono eseguiti al suo interno…comunque sono sicuro che esiste un passaggio segreto che lo collega al palazzo principale. Ora vi ho detto proprio tutto, mi dispiace di non potervi aiutare di più…”.
“Invece hai fatto tantissimo. Ci hai fornito un piano e ci hai donato una speranza a cui poterci aggrappare” lo ringraziò Poss battendogli una pacca sulle spalle.
“Mi auguro con tutto il cuore che voi ce la facciate. Senza la guida del generale, i nemici subiranno una rapida sconfitta. Se Aquilonia passasse nelle nostre mani, più della metà del pianeta verrebbe liberato…Capite? Le sorti della guerra muterebbero radicalmente!”.
“E così sarà! Che l’Imperatore ti protegga…” disse Arturus alzandosi dal tavolo attorno al quale era avvenuta la discussione.
“E che protegga voi” rispose Victor stringendogli la mano.

“Finalmente sei arrivato giovane soldato!”, lo salutò Padre Jonas.
“Vi chiedo scusa, ma abbiamo dovuto sbrigare delle faccende importanti prima della partenza. Mi rimane meno di un ora per parlare con voi”, disse Jorack dispiaciuto.
“Non devi essere triste. Ringraziamo invece l’Imperatore perché ci ha donato la possibilità di parlare in un momento così difficile”.
“E’ stupefacente come riusciate a trovare sempre le parole migliori per confortarmi…Accidenti! Mi sono ricordato solo ora di chiedervi come siete sopravvissuto alla battaglia di tre giorni fa”.
“Non è stato difficile…semplicemente l’ho ignorata…”.
“Come?!”.
“Ho combattuto solo per un breve periodo, poi mi sono subito preoccupato di assistere i feriti. Aiutavo come potevo chiunque, fosse esso amico o nemico…nel momento del bisogno siamo tutti uguali di fronte agli occhi del nostro benevolo Imperatore. A quelli che mi si avvicinavano, io offrivo aiuto e amicizia, ho anche distribuito acqua e viveri…nessuno ha mai cercato di farmi del male, anzi tutti mi hanno ringraziato. E’ stato così che mi sono salvato”.
“Siete un uomo veramente incredibile…” disse il ragazzo guardandolo con ammirazione.
“Sono d’accordo con te…”, gli fece eco la sua Coscienza.
“Anche tu lo sei…”commentò Jonas.
“In che senso?”.
“Durante tutto il tempo che hai passato con noi, ho avuto la possibilità di osservarti con attenzione. Ho visto come ti comporti nei rapporti con i tuoi commilitoni e ti ho anche guardato combattere…Sembra quasi di vedere due persone differenti…Una è fin troppo debole ed arrendevole, l’altra esageratamente spietata e ricolma di rabbia. Un guerriero sanguinario racchiuso nel corpo di un ragazzo timido ed insicuro. Questi due lati del tuo carattere sono troppo dissimili. Devi riuscire a smussarne le asperità e a farli combaciare altrimenti prima o poi essi si distruggeranno a vicenda… ”.
Jorack rimase a bocca aperta di fronte a quella verità assoluta, pronunciata con una semplicità disarmante. Lo stesso fece la sua Coscienza.
“Farò come dite”.
“Beh…non c’è bisogno di diventare così seri!”, sorrise il rappresentante del Ministrorum. “Hai tutto il tempo per farlo, inoltre ora devi pensare a cose più urgenti…la missione che stai per intraprendere deciderà del destino di innumerevoli vite. Sono sicuro che farai del tuo meglio per portarla a termine!”.
“Grazie. Posso ricevere la sua benedizione?”.
“Ma certamente figliolo!” esclamò Jonas abbracciandolo.
“Grazie ancora papà…ehm…padre”, quasi singhiozzò Jorack.
Jonas pronunciò la litania del Morifratri e la concluse incrociando le mani di fronte al petto nel gesto dell’Aquila protettrice.
Lo stesso fece Jorack.
Padre Jonas guardò il giovane allontanarsi, quindi si inginocchiò e pregò l’Imperatore con fervore implorandolo affinché facesse ritornare sano e salvo il figlio che lui avrebbe sempre voluto avere.

“Jorack…”, esordì la sua Coscienza.
“Sì?”.
“Mi ha colpito molto il discorso di Padre Jonas. In particolare la parte riguardante il pericolo che tu ed io ci distruggessimo a vicenda…sai, ci siamo andati così vicini…”.
“Non capisco. A cosa ti riferisci?”.
“Niente…niente. Senti…tu mi odi?”.
“Ma che stupidaggini vai dicendo? E’ da sempre che ti sento accanto a me. Ho perso il conto di tutte le volte che mi hai aiutato e confortato. Come potrei odiarti?”.
“Mi prometti che mi starai sempre vicino e che non mi rinnegherai mai? Anche nelle situazioni più disperate…”.
“Ma certamente! Devi fidarti di me. Non sono poi così debole come pensi!”.
“Grazie...La sai una cosa buffa?”
“Cosa?”
“Le parti si sono invertite…ora sono io ad essere insicura, mentre sei tu a farmi coraggio!”.
“Hai ragione. Forse stiamo iniziando a smussare i nostri spigoli…”, concluse Jorack con una risata.

I cinque si stavano imbarcando sull’aviotrasporto. Con loro avevano solo lo stretto necessario, come aveva predetto Victor Alesius, gli equipaggiamenti messi a loro disposizione erano stasi scarsissimi.
Flavio, che aveva quasi raggiunto la sommità della scaletta d’imbarco si bloccò di colpo. Gli altri lo guardarono notando l’espressione sorpresa del suo volto. Seguirono il suo sguardo e lo stesso stato d’animo si diffuse tra di loro. Poco distante dalla pista di decollo, il Sergente Hartman era sull’attenti e stava indirizzando loro un perfetto saluto militare…segno inequivocabile di rispetto e di stima.
“Le cose si stanno facendo dannatamente serie…”, commentò Teglin.

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Quando le tenebre caleranno sulle città dell'Alleanza, io sarò là.
Quando i vili servi del Re Lich usciranno dalle loro tane per spargere il terrore, io sarò là.
Quando anche l'ultimo mostro sarà perito sotto i potenti colpi del mio martello, io sarò la,
ad osservare la volta celeste la cui grandezza è simile all'amore che provo per te.
Ed aspetterò il sorgere del sole così come attendo il giorno in cui anche tu proverai lo stesso sentimento ch'io provo per te.
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MessaggioInviato: Dom Gen 09, 2005 7:52 pm    Oggetto:  
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Commento cap.18

Inizia qui il percorso solitario dei nostri eroi…è la prima vera missione, non ci sarà nessuno ad aiutarli.
Già dall’inizio si intuisce come il Sergente Hartman si sente legato ai propri uomini, nonostante il suo caratteraccio sembra essersi affezionato a questi soldati, gli unici capaci di essersi guadagnati la sua stima.

Diventa altresì evidente il legame di profonda amicizia tra Padre Jonas e Jorack. Per il ragazzo, il prete è diventato come un padre. (Che l’abbia inconsciamente sostituito a quello reale? Se vi ricordate nei primi capitoli Anton Brennet era presentato come freddo e distaccato nei rapporti col proprio figlio…).

Il capitolo è anche importante per lo svolgimento della trama futura. Non solo viene progettato un primo piano d’azione allo scopo di portare a termine la missione suicida, ma viene trovata anche una soluzione (che sia la migliore?) alla difficile convivenza tra il protagonista e la sua Coscienza.


Deda: adesso mancano 3 capitoli ;)

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ad osservare la volta celeste la cui grandezza è simile all'amore che provo per te.
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MessaggioInviato: Sab Gen 15, 2005 7:29 pm    Oggetto:  
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? Dove sarà finito Dedalus??? ?

Ok, ci penso io... guardasu ekko gli ultimi tre capitoli!

Fatevi coraggio...da questo momento in avanti l'attesa sarà dura (i miei tempi di creazione letteraria sono oltremodo lunghi...hehe :/ ).

Comunque finora avete dimostrato un attaccamento encomiabile. Grazie ok

Capitolo 19 Lenta avanzata

Diario dell’Inquisitore Poss. Giorno 28.

E’ ormai passato quasi un mese dal giorno in cui ho messo piede su questo pianeta. Ho trascorso la prima settimana ambientandomi e mettendo a punto la mia falsa identità di psionico sanzionato. Tre giorni dopo essermi unito alla 365ma Legione Galattica ed aver conosciuto il nostro obiettivo, sono stato inviato nella città di Vaniar per compiere una missione suicida. Non sono solo. Con me ci sono il nostro obiettivo, due caporali ed un soldato semplice. Quando l’aviotrasporto è atterrato nelle vicinanze della periferia nord di quel grande agglomerato urbano, i miei compagni sono stati colti dallo sconforto. I mesi di intenso bombardamento delle nostre artiglierie avevano ridotto tutta la zona ad un cumulo di rovine fumanti. Centinaia di incendi illuminavano quegli spettrali resti, mentre il nero fumo che s’innalzava da essi saturava il cielo nascondendo la luce del sole. Ci tenemmo alla larga dalle lunghe colonne dei nostri soldati che marciavano ordinate verso i quartieri interni, preferendo entrare in città da una piccola breccia delle mura esterne. Il Caporale Arturus stimò approssimativamente a quindici-venti chilometri la strada che avremmo dovuto percorrere prima di raggiungere la prima linea difensiva del palazzo del generale Bress. Per coprire tale distanza sarebbero occorsi circa quattro giorni e noi avevamo razioni e scorte varie per due settimane. C’incamminammo quindi con un rinnovato ottimismo.
Sono passati diciotto giorni ed abbiamo percorso meno di sette chilometri.
Ogni casa nasconde un pericolo, sia esso un cecchino o una mina antiuomo. Le strade, di giorno, sono un inferno di fuoco: colpi di fucili laser e di armi pesanti volano ovunque bloccandoci la via e creando con le loro scie mortali ragnatele di luce. Sembra incredibile ma, nonostante tutto questo, resta la notte il momento più difficile da superare. Gli scontri cessano immediatamente, ma la battaglia continua nella sua forma più silenziosa e pericolosa: gruppi di infiltratori, squadre suicide e assassini dei culti della morte si aggirano tra le rovine cercando di aggirare le linee nemiche e cogliere l’avversario alle spalle…e poi c’è il popolo delle tenebre che emerge dalle profondità del suolo per reclamare il suo tributo quotidiano di carne e di anime. Ho visto con i miei occhi due assassine del culto della Lama d’Ossidiana attaccate in massa da quei diavoli…l’Imperatore, sempre sia lodato il suo nome, ci permise di trovare un nascondiglio sicuro. Restammo svegli tutto il resto della notte, ascoltando le urla di guerra delle due combattenti ed i versi inarticolati emessi da quelle “cose”.La mattina successiva, trovammo una zona di circa cinquanta metri quadrati completamente ricoperta di sangue…nessun corpo, nessun’arma…niente restava a testimonianza di quel grandioso scontro.
Nonostante il severo razionamento, le nostre scorte di viveri ed acqua sono costantemente al limite. Sopravviviamo sciacallando i corpi dei caduti, ma anche su di quelli riusciamo a trovare poco che sia ancora utilizzabile.
Siamo tutti allo stremo…non ricordo più l’ultima volta che ho visto un sorriso sul volto di uno dei miei compagni.
La Sua Signoria, Lord Kryptman, non si deve comunque preoccupare. Sono ancora perfettamente in grado di portare a termine la missione.

Giorno 31

Vi scrivo durante il mio turno di guardia notturno.
Siamo avanzati di molto negli ultimi giorni.Ormai mancano solo due chilometri alla prima linea difensiva. Il fatto di aver incontrato pochissima resistenza mi lascia molto perplesso…deve essere in atto una controffensiva generale nemica ed i nostri sono probabilmente stati costretti a ritirarsi di parecchio.
Questo pomeriggio è accaduto un grave incidente, evidentemente la mancanza di sonno e di cibo ha rallentato di molto i nostri riflessi.
Io e il nostro obiettivo stavamo avanzando in avanscoperta quando è detonata una mina di prossimità. Era una testata plasma anticarro, e il mio compagno aveva riportato gravissimi danni alle gambe e al torace. Mi sono subito precipitato verso di lui per soccorrerlo ed ho notato una cosa incredibile! Il suo corpo si stava completamente rigenerando! Tale processo di autoriparazione all’inizio fu molto rapido e si concentrò sugli organi e sui sistemi venosi indispensabili alla sopravvivenza…poi rallentò di molto e si occupò delle ossa e degli altri tessuti.
Ho colto l’occasione per prelevare campioni di sangue, scheletro e muscoli. I miei fidati servi dovrebbero ormai essere riusciti a consegnarli al nostro Officio Medicae. Spero che i nostri Genetor siano in grado di capire cosa ci sia alla base di questa miracolosa guarigione. Pensate a tutte le possibili applicazioni! Assassini inarrestabili! Intere legioni di Space Marines in grado di riparare le ferite più devastanti nel giro di poche ore! Non avremmo più nemici da temere nell’intera galassia!!!
Scusate, Lord Kryptman, sto divagando…
Quando ho riportato l’obiettivo al nostro campo, ho mentito ai miei compagni sostenendo che a ferirlo era stata una mina antiuomo a basso potenziale, e che grazie ai miei poteri e ad alcune medicine in mio possesso si sarebbe ripreso la mattina successiva.
Poco fa ho tentato di sondarlo telepaticamente ma il soggetto si è rivelato eccezionalmente resistente…se la sua anima non proiettasse una possente luce nel Warp, giurerei che si possa trattare di un “intoccabile”. Devo ancora provare con la Trapanazione Psichica, ma qui mi mancano gli strumenti necessari. Ho quindi deciso, dopo lunghe riflessioni, di aiutare i miei compagni a portare a termine la missione…una volta uscito da queste rovine maledette, avrò tutto il tempo per occuparmi del soggetto.
Vorrei concludere con una richiesta: gli altri soldati della 365ma Legione si sono rivelati dei combattenti eccezionali ed in poco più di tre settimane sono diventati dei coriacei veterani. Sarebbe un peccato doverli eliminare…Posso avere la sua autorizzazione per integrarli tra i reparti d’èlite della Fanteria Scelta dell’Inquisizione?



“Smettila di scrivere, Poss!” gli bisbigliò Teglin. “Inizio il mio turno…ti conviene andare subito a dormire…hai solo quattro ore di sonno”.
L’Inquisitore disattivò il suo cogitator e si abbandonò ad un sonno agitato.

Il mattino successivo, prima di riprendere il cammino, Jorack volle ringraziare Poss ma questi parve turbato da quelle parole e tagliò corto dicendogli che aveva fatto solo il suo dovere e che non doveva sentirsi in debito con lui.

A metà mattina solo un chilometro li separava ancora dalla loro meta. Raggiunsero una piccola piazza circondata da alti edifici. Al suo centro un tempo doveva essere sorto un grande palazzo: tutto quel che ne rimaneva, erano le mura diroccate del suo piano terra disposte attorno ad un immenso cratere. Movendosi in copertura, raggiunsero quelle rovine. Arturus, che guidava la fila, si bloccò all’improvviso e alzò la mano destra stretta a pugno. Subito tutti si fermarono e si inginocchiarono. Il caporale aprì quindi la mano e i suoi compagni si disposero in cerchio adottando una formazione difensiva.
Arturus si avvicinò a Teglin. “Quanti ne hai visti?” gli chiese.
“Sono dodici…forse quindici”.
“Notevole! Ma ti manca ancora un pizzico di esperienza, sono venti” disse battendo una pacca sulla spalla del soldato.
Raggiunse quindi Flavio. “Tu che cosa ne pensi?”.
“Guarda quella finestra Arturus…”disse, indicando con un cenno del capo uno degli ultimi piani del palazzo più vicino a loro.
Il caporale aguzzò la vista e notò che alcuni piccoli pezzi di intonaco si stavano staccando da quella struttura pericolante. “ I loro cecchini si stanno mettendo in posizione”.
“Esatto, ma non ti devi preoccupare…” concluse Flavio. Caricò il fucile di precisione che aveva recuperato alcuni giorni prima da uno dei tanti cadaveri, e iniziò a tenere sotto mira quella zona.
Venne quindi il turno di Poss.
“Che mi dici di loro psionico?”.
“Innanzi tutto ti confermo che sono venti e che ha guidarli è una sola persona. Non percepisco intenzioni malvagie nei nostri confronti, credo che ci stiano solo studiando. In conclusione…penso che stiano decidendo se valga la pena di ammazzarci tutti”.
“Poco consolante…”.
“Ci penso io!” esordì Jorack.
“Che fai stupido!” gli urlò Arturus, “Stai giù!”.
Ma il ragazzo si era già messo in piedi e aveva alzato le mani in segno di resa. Nella destra stringeva un fucile a pompa, anch’esso frutto di una precedente ruberia. “Mi vedete bene?”urlò. “Non ho intenzioni ostili!…Ecco, ora poso l’arma a terra…Visto? Non sono un nemico!”.
“E chi ce lo assicura?” gli domandò gridando una voce proveniente dalla sua sinistra.
Il ragazzo si volse in quella direzione sorridendo…aveva subito riconosciuto il suo interlocutore.
“Se non mi credi, sergente Victor Alesius, almeno credi a te stesso!”.

“E’ stato fantastico! Avevo sempre sognato di fare la parte dell’eroe” pensò Jorack rivolto alla sua Coscienza.
“Effettivamente anch’io mi sono sentita piena d’orgoglio. Ricordati però che ci è andata bene…se non avessi rilevato la presenza di Victor, sarebbe stato un vero e proprio suicidio!”.
“Hai ragione…comunque ora che mi sono tolto questa soddisfazione, penso che eviterò di rifare stupidaggini simili per il resto della mia vita! Disse ridendo il ragazzo.
“Pienamente d’accordo…” concluse la sua Coscienza.

I due gruppi di soldati si erano riuniti nel vasto seminterrato di un palazzo, situato a meno di ottocento metri dalla linea fortificata.
“Allora Victor, che cosa ci fai qui? Sei rimasto tagliato fuori dal resto del tuo esercito?” chiese Flavio.
“No io ed i miei uomini siamo stati inviati qui per recuperare una “cosa” molto importante…”
“Accidenti! Deve esserlo davvero” commentò il caporale osservando i quattro fucili termici ed i due cannoni laser con i quali erano equipaggiati i soldati di Alesius.
“Non posso dirti nulla, spiacente ma si tratta di una missione segreta…piuttosto, noto con dispiacere che non siete ancora riusciti ad attraversare la prima linea difensiva. Se volete posso darvi una mano”.
“Spero che tu abbia un piano più che valido, dato che dovremo attraversare più di mezzo chilometro di fili spinati e trincee ricolme di nemici, il tutto costellato qua e la da postazioni fisse modello Tarantola…”.
“Fidatevi di me!”.

Il piano del sergente era rischioso, ma anche semplice e geniale. I suoi uomini si erano impadroniti di alcuni vecchi mortai, che erano stati piazzati nel retro del palazzo. Attivati tramite comando a distanza avrebbero iniziato a martellare le postazioni avversarie, costringendo il nemico ad inviare qualcuno con lo scopo di eliminarli. A quel punto sarebbe stato sufficiente eliminare velocemente quei soldati, e nello stesso tempo disattivare i mortai. Gli uomini della 365ma Legione avrebbero indossato le divise nemiche, ed avrebbero segnalato tramite radio che la squadra mortai era stata eliminata e che c’erano state molte perdite. Una volta arrivati nelle trincee, sarebbe stato facile confondersi con la massa dei soldati e raggiungere in relativa sicurezza il Centro Ricerche.

“Tutti in posizione?” la voce di Victor gracchiò nel Vox.
“Affermativo!” confermò Arturus. “Comunque mi devi spiegare perché io e la mia squadra dobbiamo tenerci in disparte e lasciare fare tutto a voi…”.
“Te l’ho già detto…le vostre vite sono troppo importanti per essere messe inutilmente in pericolo! Abbiate un po’ di pazienza e godetevi lo spettacolo”.
“E sia…a proposito, hai avvertito anche tu quella piccola scossa di terremoto?”.
“Sì, credo che…Hai sentito? Ce n’è stata un’altra proprio ora e sembrava leggermente più forte! Forse i continui bombardamenti stanno facendo lentamente sprofondare la città sulle sue fondamenta”.
“Fantastico!…Ci mancava solo la possibilità di essere inghiottiti dal sottosuolo…”.
“Ormai non possiamo più tornare indietro!” esclamò il sergente attivando i mortai.

Trascorsero parecchi minuti, ma non vi fu nessuna reazione da parte del nemico.
“Maledizione!”, esclamò Teglin.”E’ passato più di un quarto d’ora, e a parte alcune brevi scosse il mio Auspex non ha rilevato niente”.
“Ti sbagli, i nostri avversari si sono già dati da fare”, disse Poss in tono cupo.
Subito si udirono dei sibili che, avvicinandosi, si trasformarono in assordanti fischi.
“Per l’Imperatore! Basilisk!” urlò Flavio.
“Tutti a terra! Colpi di artiglieria pesante in arrivo!” confermò Alesius tramite il vox.
L’intero quartiere venne squassato da una decina di potenti esplosioni, poi una calma innaturale scese su tutta la zona.
“State tutti bene?” chiese Jorack rialzandosi e cercando di togliersi un po’ di polvere dai vestiti.
I suoi compagni risposero affermativamente.
“Victor, tutto bene?”domandò Flavio urlando nel vox.
“Abbiamo subito delle perdite, sembra che l’attacco fosse diretto verso il nostro nascondiglio. Ci muov…”, la trasmissione venne interrotta da una violenta esplosione che squarciò alcuni piani del palazzo in cui si trovava il sergente.
“Sono in trappola! Dobbiamo andare ad aiutarli!” ordinò Arturus.
Gli uomini della 365ma si precipitarono fuori dal loro nascondiglio e si diressero correndo verso i commilitoni in difficoltà. Nella foga non avvertirono l’ennesima forte scossa che fece tremare il terreno.
“Teglin! Cosa dice il tuo Auspex” chiese Flavio.
“Ci sono troppe interferenze!…Aspettate, leggo una traccia singola in avvicinamento. Sembra qualcosa di grosso, forse un veicolo corazzato!”.
“Dannazione! Non si sono fidati a mandare degli uomini…e noi non abbiamo armi adatte ad affrontare un tale avversario” disse il caporale, poi aggiunse sotto voce “…a parte la mia granata protonica…”.
“Noi forse non abbiamo l’equipaggiamento adatto, ma Victor sì! Dobbiamo raggiungerlo prima che lo faccia il nemico!” urlò Arturus.
Improvvisamente, alla loro destra, il muro di una casa crollò rivelando così la vera natura del loro avversario. Un Leman Russ attraversò, sferragliando, quella breccia. Il suo cannone era perfettamente puntato nella loro direzione. Non c’era possibilità di fuga, ormai il mirino laser montato sulla torretta li aveva inquadrati come bersaglio.
Poss pregò l’Imperatore mentre infilava la mano sotto la divisa. Strinse con forza il suo Rosarius, convinto che quel potente campo di forza sarebbe stato sufficiente a salvarlo. Gli altri si bloccarono e, mostrando una grande dignità, attesero che la fine giungesse: Flavio, addirittura, con un gesto della mano invitò il carro armato a fare quello che doveva essere fatto…e a farlo in fretta.
“Non preoccuparti Jorack, noi ci salveremo”, lo rassicurò la sua Coscienza.
“Lo so…ma non è per noi che ho paura”, rispose il ragazzo.
“Allora ti preoccupi per i tuoi compagni?”
“Sì, non voglio che muoiano!”.
“…Dunque è questa l’amicizia…è un sentimento molto bello. Grazie per avermelo fatto ricordare…Non temere, anche loro si salveranno”.

Un istante dopo, a Jorack sembrò di rivivere un deja-vù. Non si trovava all’interno dell’immensa raffineria di Promethium del loro campo base, eppure una grande ombra era calata su di loro accompagnata da un forte terremoto. Nuovamente rivide davanti a sé l’alto muro di ceramite e plastacciaio al quale era collegata una gigantesca gamba…”INVICTUS !!!” urlò dalla gioia.
Il titano aveva schiacciato il Leman Russ con il suo immenso piede…tutte le scosse avvertite in precedenza non erano altro che i suoi passi che si stavano lentamente avvicinando!
Invictus votò il suo volto inespressivo nella sua direzione e al ragazzo sembrò che gli stesse rivolgendo un sorriso poi la gigantesca macchina riprese il suo cammino verso la prima linea di difesa.

“Muoviamoci!” ordinò Arturus. “Siamo ormai vicinissimi ad Alesius!”.
Ripresero la loro folle corsa e dopo poche centinaia di metri, raggiunsero l’edificio controllato dagli uomini del sergente. Videro i pochi sopravvissuti trascinarsi fuori dalle macerie, per fortuna Victor era con loro e sembrava relativamente illeso.
“Sono felice di vederti sano e salvo!” esordì Arturus.
“Lo stesso vale per me”, poi il sergente rivolse uno sguardo stupito in direzione di Invictus. “Scusate ma ora devo portare a termine la mia missione” disse prendendo lo zaino di uno dei suoi uomini. Ne estrasse uno strano congegno.
“Che diavoleria è mai quella?” chiese Flavio
“Un comando a distanza…mi servirà per riportare a casa quel titano”.
“Come?!…Allora era quella la cosa importante che dovevi ritrovare?” lo incalzò Teglin.
“Esatto. Una settimana fa Invictus era stato trasferito nella periferia di questa città in previsione dell’attacco generale al palazzo del generale Bress. Dopo quattro giorni si è inspiegabilmente attivato dirigendosi verso i quartieri del centro. Ovviamente non potevamo fare niente per fermarlo, quindi i nostri Tecnopreti hanno inventato questo strumento in grado di controllarlo ed hanno inviato me col compito di ritrovarlo”.
“Ma…non dovrebbe essere un Tecnoprete Machinomante ad usare quell’aggeggio?” domandò Poss.
“Esatto, purtroppo quello che ci aveva accompagnato ha avuto…uno spiacevole incidente…Comunque per fortuna era un tipo previdente e mi aveva insegnato ad usarlo. Accidenti! Perché non risponde ai miei segnali?”.

Invictus era ormai a ridosso della linea fortificata. Tutte le difese si erano attivate e una tempesta di fuoco stava mettendo a dura prova le capacità difensive dei suoi scudi anteriori. Il titano attivò contemporaneamente tutti i suoi sistemi d’arma. Più di un chilometro quadrato della prima linea di difesa venne incenerito in un’apocalisse di plasma ed accecanti raggi laser.
“Sta aprendo una breccia per noi! Dobbiamo assolutamente sfruttare quest’occasione!” gridò Flavio prima di lanciarsi nuovamente in una corsa disperata in direzione del titano.
Gli altri seguirono il suo esempio. Jorack rivolse un ultimo saluto al sergente.”Grazie di tutto Victor, sono sicuro che ci rivedremo”.
“Lo sono anch’io ragazzo”, poi concluse citando il classico ritornello comunemente usato dai soldati come benedizione: “L’Imperatore ci protegge”.
“L’Imperatore ci protegge”, rispose Jorack con un sorriso. Poi si voltò e ricominciò a correre verso il suo destino.




Capitolo 20 Separazione

Il corpo della giovane ragazza era disteso sul ripiano di metallo, debolmente illuminato dalla fioca e fredda luce del neon. Era il classico tavolo da obitorio con i bordi rialzati e il piano in leggera pendenza, in modo da incanalare i fluidi verso lo scolo. Il Dottor Terios si chinò ad osservare quell’incantevole volto. I suoi occhi bionici ingrandirono in modo esperto i piccoli particolari, notando le microcicatrici lasciate da un massiccio intervento di ricostruzione estetica.
“I millenni passano veloci, ma la società umana resta immutata…sempre pronta a nascondersi dietro le apparenze” pensò con amarezza. “Prepara l’iperstimolante! Se ci saranno difficoltà praticale un’iniezione infracardiaca!” ordinò al servitore. L’automa lobotomizzato rispose alzando il proprio arto cyborg ed estroflettendo un lungo ago da cui colava una densa sostanza semitrasparente.

Dedalus se ne stava in disparte, avvolto dalla semioscurità che permeava il laboratorio. Era appoggiato contro la parete, le braccia incrociate, accanto a lui il suo fucile. Il giovane era perso nei suoi pensieri.
“Da quanti mesi sto combattendo? Otto? Dieci?…No, no sono ormai passati due anni…sono così stanco. Quante persone ho ucciso per questa stupida guerra? Tutto questo non ha senso…c’è un gravissimo errore di fondo e purtroppo me ne sono accorto solo adesso”.
Il soldato si era diplomato a pieni voti all’accademia militare del pianeta Crom III ed era stato scelto come guardia pretoriana del generale Bress, un grande onore. Sfortunatamente negli ultimi tempi aveva dato segni evidenti di insofferenza, quindi era stato allontanato dal corpo di difesa personale del generale e riassegnato al Centro Ricerche.

“Procediamo con il rituale del risveglio”, disse il dottore rivolto a se stesso. L’ultimo elettrodo era stato applicato al corpo. Questa volta non poteva permettersi di fallire!
Ricordava ancora quando, vent’anni prima era stato tra coloro che avevano scoperto il relitto di quell’astronave. Purtroppo i cogitator erano inutilizzabili, ma buona parte del carico si era salvata…centinaia di bare fatte di un cristallo trasparente e contenenti corpi in stasi. Quelle persone avevano dormito per quasi trent’otto mila anni! Provenivano direttamente dall’Oscura era della Tecnologia. Il laboratorio era stato costruito direttamente sopra il relitto, con lo scopo di studiarne i resti e, possibilmente, risvegliarne gli abitanti…se solo avesse potuto parlare con loro chissà quali meraviglie avrebbe potuto riscoprire!
I macchinari ai quali era stata collegata la ragazza, iniziarono ad emettere un basso ronzio mentre incanalavano una quantità sempre maggiore di energia in quel corpo. Terios teneva nervosamente d’occhio lo schermo sul quale era proiettato l’elettroencefalogramma della giovane. Benché minimi, i segnali di attività neurale erano presenti e in lento aumento. Il sangue tornò a fluire all’interno delle vene e la pelle, gradatamente, passò da un colore grigiastro ad uno roseo.
“Risveglio imminente” avvertì la voce metallica del servitore.
Gli occhi della fanciulla si riaprirono ed iniziarono ad osservare i dintorni, poi si soffermarono su Terios…il suo bel volto sorrise.
“Questo è il momento critico” pensò il dottore. Si chinò sulla ragazza iniziando a massaggiarle gli arti in modo da aiutarla a recuperarne la sensibilità, il tutto sotto lo sguardo attento della giovane. All’improvviso il corpo ebbe un violento spasmo, poi le braccia e le gambe iniziarono ad agitarsi in tutte le direzioni.
“Convulsioni! No! Non un’altra volta!” urlò il dottore. “Tienila ferma!”ordinò al servitore che, goffamente si protese a bloccare le gambe. “Dedalus! Non startene lì impalato! Vieni ad aiutarmi!”.
Il giovane corse verso il tavolo ed afferrò le spalle della ragazza, la quale a sua volta si aggrappò alle sue braccia piantandogli dolorosamente le unghie nella pelle. Gli occhi della poveretta erano spasmodicamente fissi nei suoi, i muscoli del volto talmente contratti da far quasi sparire le labbra e mettere in vista i denti e le gengive. La mascella si serrò in modo talmente energico da far scricchiolare i denti, che alla fine iniziarono a spezzarsi disintegrandosi in piccole schegge che volavano in tutte le direzioni.
“Infracardiaca!” ordinò Terios.
La poveretta tentò di dire qualcosa. Dedalus, pur non capendo il movimento delle labbra, era certo del fatto che lei lo stava supplicando di salvarla. Il ragazzo osservò la scena con un distacco e una calma sconcertanti.
Il servitore praticò l’iniezione…fu un errore…
Il corpo fu pervaso da un ultimo spasmo talmente forte da farlo inarcare verso l’alto, e scaraventare lontano coloro che cercavano di tenerlo fermo. Con un sonoro e disgustoso Crack, la schiena si spezzò e la ragazza ricadde pesantemente sul tavolo.
Terios si mise a sedere sul pavimento, dietro di lui il servitore tentava inutilmente di rimettersi in piedi. “Anche questa è morta” piagnucolò mettendosi le mani nei capelli.
“Tu sei l’unico che può capirmi”, disse a Dedalus mentre quest’ultimo lo aiutava a rialzarsi. “Sei l’unico che riesce a mantenere la calma durante gli esperimenti, e questo perché sai che io sono nel giusto e sai che cerco sempre di fare del mio meglio! Vero che è cosi?”domandò con il volto distorto in un espressione allucinata.
“Sì dottore, è così”, rispose freddamente il soldato.
“Esatto! Ma ora devo riflettere…Sappiamo che un ipersonno insolitamente lungo provoca un estremo rilassamento delle articolazioni, ma nello stesso tempo accumula nelle terminazioni nervose una tensione che cresce esponenzialmente al periodo passato nel torpore e che viene rilasciata al momento del risveglio…quando il soggetto è in stasi da pochi secoli si possono verificare improvvisi e dolorosi crampi, ma qui si parla di decine di migliaia d’anni! Evidentemente lo stimolante non ha fatto altro che acuire tale processo…d’altra parte è indispensabile fornire al cuore un “aiutino” per riprendere il corretto funzionamento…Ci sono! Una dose mirata, accompagnata da un forte sedativo potrebbe essere la soluzione a questo grattacapo! Dobbiamo subito organizzare un altro esperimento!”.
“Ora basta, niente più inutili tentativi!”, la voce imperiosa del Generale Bress interruppe il delirare del dottore. L’uomo si fece strada all’interno della stanza accompagnato da quattro guardie del corpo.
Immediatamente Dedalus scattò sull’attenti. Guardò il suo superiore trovandolo ulteriormente peggiorato dal punto di vista fisico. La corta pettinatura e l’alta uniforme erano tutto ciò che restava della sua appartenenza alla gerarchia militare. Il corpo obeso e lo sguardo sadico erano prove inequivocabili della sua vita debosciata. Nonostante tutto questo, la sua mente restava brillante e spietatamente lucida tanto da avergli permesso di raggiungere la posizione di comandante in capo delle forze dell’Autarca senza aver mai partecipato ad una battaglia: il suo viso flaccido era, infatti, privo di qualsiasi cicatrice.
“Il tempo a tua disposizione è terminato. Risveglialo.”Ordinò al dottore.
“Ma mio signore! Sarebbe una follia, non sappiamo ancora niente sul suo funzionamento, l’unico modo per essere certi di non provocare un disastro è quello di parlarne direttamente con uno dei dormienti!” protestò Terios.
“Ho paura che ci sia bisogno di un nuovo responsabile a capo di questo centro di ricerche…forse non te ne sei accorto, ma un Titano nemico ha appena attaccato la nostra prima linea di difesa e abbiamo bisogno di quella cosa…ORA!”disse Bress, ed enfatizzò il tutto movendo la propria mano verso il calcio della sua pistola.
“F-farò come dite mio s-signore”balbettò il dottore.
Il generale lasciò il laboratorio non degnando neanche di uno sguardo Dedalus.
“Siamo morti…”sospirò Terios.
Il giovane soldato uscì dalla stanza. “Questo lo sapevo ormai da molto tempo…” pensò. Poi rivide il volto della ragazza e su quello si sovrapposero i visi di tutti coloro la cui vita era stata interrotta da lui. Si appoggiò alla parete del corridoio colto da un improvviso capogiro. Si passò una mano sul volto sudato e notò che un piccolo frammento di dente si era conficcato nella sua guancia sinistra. “Sì, c’è sicuramente un gravissimo errore di fondo in tutto questo…”, si disse trattenendo a stento un conato di vomito.

Gli uomini della 365ma correvano a tutta velocità in mezzo al terreno devastato. Il suolo, vetrificato dall’immane calore, faceva fumare le suole dei loro stivali. Qua e là ribollivano delle pozze di metallo fuso: era tutto ciò che restava delle postazioni armi pesanti…e dei loro addetti. Dopo alcuni interminabili minuti, raggiunsero gli alti palazzi che sorgevano dietro la linea di difesa. Si nascosero dietro uno di essi, appoggiandosi ansanti contro le sue mura. Jorack guardò alle sue spalle e vide che Invictus si stava lentamente ritirando.
“Chissà perché ci ha aiutato?”, si domandò Teglin.
“Credo che non lo sapremo mai. Meglio guardare il lato positivo della faccenda…siamo riusciti a superare questo primo ostacolo. Adesso dobbiamo concentrarci su come fare a raggiungere inosservati il Centro Ricerche” rispose saggiamente Arturus.
Una sirena iniziò a suonare in lontananza, seguita da molte altre.
“Ci stanno cercando! Possibile che ci abbiano già scoperto?” disse con rabbia Flavio.
“Ne dubito”, meditò Poss. “Probabilmente non vogliono correre nessun rischio, ma questo significa anche che rastrelleranno la zona metro per metro”.
“Nasconderci nei sottolivelli di questo grattacielo?” propose Teglin
“Almeno guadagneremo alcune ore…” concluse lo psionico.
I cinque soldati raggiunsero il piano più profondo dell’edificio. Il gigantesco ambiente era punteggiato da tozze colonne di sostegno, ognuna delle quali misurava circa tre metri di diametro. A parte la sporcizia ed i detriti che ne ricoprivano il pavimento, il sottolivello 3 era completamente vuoto ed ogni più piccolo rumore vi rimbombava in modo sinistro. La poca illuminazione era assicurata da alcune vecchie elettrotorce che, incredibilmente, funzionavano ancora.
Ognuno si riparò dietro una colonna e si mise ad aspettare in silenzio.
La Coscienza notò un incredibile scherzo della geofisica: nonostante si trovassero parecchi metri nel sottosuolo, da una piccola crepa nel soffitto filtrava un debole raggio di luce. Nella zona in cui colpiva il pavimento si era forata una piccola macchia di verde.
“Delle piantine…” si disse meravigliata.”Incredibile come, nonostante tutta la morte e la distruzione che ci circonda, la Vita sia sempre pronta a rifiorire. L’ho sempre sostenuto: l’istinto vitale è la più grande forza della galassia”.
“Non ti avevo mai sentito discorrere di filosofia prima d’ora”, la punzecchiò Jorack.
“Sono solo stupidaggini, ricordi di un passato ormai lontano…ma ora è meglio tener d’occhio quella squadra nemica”.
Una decina di soldati stavano scendendo dalle scale di collegamento, puntando le loro Luci nelle varie direzioni. Due di loro trasportavano a fatica un Mitragliatore Requiem, mentre un altro era dotato di un fucile plasma. Assunta una disposizione difensiva, uno di loro venne inviato in perlustrazione.
Poss inviò un messaggio telepatico ai suoi compagni. “Restate immobili!”.
Il nemico si stava avvicinando con circospezione proprio alla colonna dietro la quale si trovava lo psionico. Giunto a pochi metri da lui, guardò nella sua direzione. Poss ricambiò lo sguardo…
Il soldato sbatté le palpebre, si stropicciò gli occhi e proseguì la ricerca. Posò il piede a pochi centimetri di distanza dalla mano di Teglin. Il ragazzo iniziò a ritrarla lentamente. “Ho detto di non muovervi!” ordinò nuovamente lo psionico.
Dopo altri lunghissimi attimi di tensione, il nemico si rilassò. Tornò verso i suoi compagni indicando a gesti che la zona era sicura. Il gruppo tornò alla superficie.
“C’è mancato veramente poco” commentò Jorack.
“Meglio aspettare qui finché le acque non si saranno calmate” concluse Flavio.
Trascorsero quattro giorni durante i quali Poss li salvò da altre due squadre esplorative.
“Di questo passo ci passeremo il resto della vita qua sotto!” brontolò Arturus. “Dobbiamo prendere una decisione drastica…”.
“No…le fogne no…”bisbigliò spaventato Teglin.
“Poss?” chiese il caporale.
“Sì, è possibile raggiungere da qui il Centro Ricerche. Con un po’ di fortuna qualcuno di noi potrebbe anche sopravvivere”.
“Sei troppo pessimista!” lo derise Flavio battendogli una manata sulla schiena. “Vi giuro che ci arriveremo tutti, parola d’onore! E ora in marcia!”.

Per raggiungere le fogne dovettero scendere attraverso uno stretto pozzo dotato di una logora scaletta a pioli. La discesa fu lenta e snervante, anche perché Poss aveva sconsigliato di usare qualunque tipo di illuminazione per evitare di mettere subito in allarme gli abitanti delle tenebre.
“Allora, continuiamo a giocare a mosca cieca o possiamo accendere queste stramaledette luci?” sbraitò Arturus una volta che tutti ebbero raggiunto la fine della scaletta.
“Ancora un attimo di pazienza…” rispose con calma lo psionico, mentre completava la scansione della zona tramite il suo cogitator. “Sì, potete accenderle”.
“Ma…in nome dell’Imperatore! Cos’è quel coso?” chiese Teglin quando la Luce fissata al suo fucile Kantrael illuminò una parte di una gigantesca Chiusa.
“Ci troviamo nel condotto principale delle fogne di Vaniar. Questo tunnel circolare misura circa venticinque metri di diametro, e quella grande porta stagna regola il flusso delle acque. Devono averla chiusa per creare una scorta di acqua potabile” gli rispose Poss.
“Dobbiamo minarla” si intromise Arturus.
“Bell’idea!” commentò Flavio. “Così se qualcosa andasse storto almeno potremmo farla saltare e privare il nemico di questa importante riserva”.
L’operazione durò solo pochi minuti. La chiusa era molto rovinata e una sola granata protonica piazzata vicino a uno dei suoi cardini sarebbe stata più che sufficiente ad indebolirla ulteriormente…la pressione dell’acqua avrebbe fatto il resto.
Ripresero quindi il cammino. Dovevano raggiungere un’uscita a circa novecento metri di distanza, attraverso questa sarebbero sbucati all’interno di un edificio a poche decine di metri dall’entrata del Centro ricerche.
A mezzo chilometro dal loro obbiettivo, il primo blip illuminò lo schermo del cogitator di Poss. “Ci siamo…” commentò.
Lungo le pareti del condotto si aprivano diversi corridoi laterali, da questi iniziarono a provenire dei rumori di persone in corsa.
Cento metri dall’uscita. Il primo attacco provenne da tutt’intorno a loro. Degli umanoidi gobbi e coperti di stracci si avventarono su di loro brandendo bastoni e tubi di metallo.
“Formare la linea!” ordinò Arturus. “Fuoco!”.
La prima fila degli assalitori venne falciata come il grano maturo. Un paio di granate a frammentazione, disperse coloro che ancora tentavano di avvicinarsi. I soldati assunsero una formazione a cerchio e iniziarono a muoversi lentamente. Erano circondati da centinaia di quelle mostruosità deformi. La massa dei loro corpi ondeggiava come un mare in tempesta, mentre lentamente si apriva per farli passare.
“Venti metri!” annunciò Poss. “Coraggio!”.
Con un unico, assordante urlo il popolo delle tenebre si riversò su di loro. Il fuoco delle armi fu inutile, grazie al loro numero giunsero presto in corpo a corpo.
Teglin venne ferito al braccio sinistro da una lunga scheggia di vetro, che una di quelle creature usava come pugnale. Impugnò il fucile con una sola mano e fece fuoco in faccia all’aggressore. “Per tutto ciò che c’è di sacro, muovetevi!” urlò mentre raggiungeva la scaletta ed iniziava a salirla.
Poss fu il secondo ad arrivare. Un volto contorto dotato di una bocca circolare costellata di denti affilatissimi lo morse ad una gamba. Lo psionico urlò di dolore, ma riuscì lo stesso ad appoggiare una mano sul cranio dell’avversario. Un breve luce bluastra illuminò la testa del mutante che esplose subito dopo. Arturus, anch’esso coperto di graffi, si fermò a metà della salita e si volse indietro. Vide che Jorack e Flavio si erano attardati ed ora lottavano disperatamente per la propria vita.
Il caporale venne colpito alla testa e, barcollando, si aggrappò ai pioli della scala. Vide, come in un sogno, il suo compagno circondato dai nemici. Gli stava dicendo qualcosa…”Sali, io li trattengo”. Quella voce però gli sembrava diversa dal solito. Poi lo vide estrarre una stana pistola e far fuoco verso un punto imprecisato del corridoio dal quale erano giunti.
Finalmente si riprese del tutto. “Hai fatto detonare la carica protonica!” gli urlò mentre il rombo dell’esplosione li raggiungeva. Subito una leggera brezza iniziò a provenire da quella parte. Flavio si mosse per raggiungerlo, ma il suo braccio venne stretto in una morsa d’acciaio. Si sentì trascinare verso l’alto.
“Lasciami Arturus!” gli ringhiò contro.
“Non posso permettermi di perdervi entrambi!”.
“Mollami ho detto! Ho fatto una promessa e per di più lo sai anche tu che non si abbandonano i propri compagni!”.
La brezza si era ormai trasformata in un vento impetuoso.
“E’ necessario che qualcuno rimanga qui a trattenerli! Non ha senso che anche tu resti qui…e poi Jorack ha preso la sua decisione…devi rispettarla!”.
Flavio abbassò il volto addolorato e iniziò a salire.
Quando tutti furono usciti all’esterno, il caporale si sporse per guardare e vide che Jorack aveva portato a termine in modo esemplare il suo compito. Una dozzina di corpi giacevano intorno a lui e nessuno era riuscito a raggiungere la scala.
Il ragazzo lo guardò sorridendo, alzò verso di lui il pugno e sollevò il pollice in segno di vittoria.
Poi la massa d’acqua cancellò ogni cosa.
La pressione fu tale, che dal condotto si innalzò un getto alto una quindicina di metri. I sopravvissuti restarono in silenzio mentre il liquido si riversava su di loro in una fitta pioggerella.
Nonostante la durezza delle condizioni di vita li avesse resi freddi e determinati, il dolore per la perdita del proprio compagno era forte.

L’acqua, che scorreva a rigagnoli sui loro volti, pianse per loro.




Capitolo 21 Demoni del passato

I sopravvissuti della 365ma Legione si rifugiarono all’interno di un palazzo. La rottura della chiusa non sarebbe passata inosservata e presto la zona si sarebbe riempita di nemici. La stanchezza e gli stenti costrinsero comunque i soldati a cercare un po' di riposo tra quelle quattro mura, inoltre potevano sempre fare affidamento sui poteri di Poss. Teglin e Flavio modificarono una pistola laser in modo che si surriscaldasse fino al limite dell’esplosione, avrebbero utilizzato il suo calore per riscaldarsi ed asciugare le loro divise fradice d’acqua. Per più di tre ore nessuno disse una parola, fu Arturus a spezzare quel silenzio carico di tensione e di tristezza.

“Perché non è stato ancora inviato nessuno a controllare?”
“Hai ragione...stanno succedendo troppe cose strane...” gli rispose Poss.
“I vestiti sono quasi asciutti” s’intromise Teglin.
I soldati si erano tolte le uniformi e le avevano stese ad asciugare vicino alla pistola. Indossavano solo degli stracci recuperati qua e là all’interno dell’edificio.
“Tra poco il sole tramonterà, meglio vestirci e muoverci in fretta” consigliò Flavio.

Una volta pronti, i quattro si avviarono verso l’uscita. Arturus sbirciò da una finestra ai lati del portone d’ingresso. La strada era deserta e la debole luce di quattro piccole lune creava delle penombre spettrali. Il Centro di Ricerca era ben visibile a poco meno di cinquanta metri di distanza, era completamente circondato da un alto muro di difesa. Il rombo di un motore in avvicinamento li costrinse a nascondersi.
I freni di un camion stridettero e il mezzo si fermò a pochi metri da loro. Udirono delle voci discutere animatamente.

“…non m’interessa, io me ne vado!”
“Fallo e ti faccio spedire alla corte marziale!” rispose un’altra persona.
“Chi sei tu per farlo? Sei solo un semplice soldato, come me”
“Abbiamo degli ordini precisi!”
“Al diavolo gli ordini! Tutta questa zona è sotto sigillo…ma non capisci, grado di pericolo Vermiglio/Bis…Vermiglio/Bis!!! Il più alto in assoluto”.
“Se non portiamo questi rifornimenti al Centro di Ricerche ci fucilano…questo mi sembra ancor più allarmante…”.
“Sì, ma abbiamo ricevuto quell’ordine prima che fosse dichiarato l’allarme! Quindi non siamo più obbligati a portarlo a termine”.
“Io…direi che forse…”si intromise una terza voce.
“Taci stupido! Non intrometterti!” sbraitò la prima voce. “Se vuoi un consiglio scappa anche tu finché è possibile…Ho perso fin troppo tempo, addio”.
Dei passi si allontanarono di corsa.
“Risaliamo sul camion…”
“Sei sicuro di fare la cosa giusta?”
“Muoviti e niente domande”.

Gli uomini della 365ma uscirono in silenzio dal portone e si nascosero nel retro del mezzo. Il camion era stracarico di casse e Teglin, spinto dalla curiosità, ne aprì una.
“Benedetto sia l’Imperatore”, mormorò, “…razioni alimentari!”. Si riempì lo zaino e ne passò molte altre ai suoi compagni.
Nuovamente, si fermarono.
“…aveva ragione lui. I cancelli d’ingresso sono aperti ed incustoditi”.
“Ragiona, stupido! Tu te ne staresti tranquillamente all’aperto mentre è stato dichiarato lo stato d’allarme? Ovviamente No. Vedrai, li troveremo tutti nascosti all’interno del Centro di Ricerche”.
Seguirono alcuni istanti di silenzio, poi la voce riprese a parlare.
“Visto? Ci stanno aprendo”.
“…forse l’entrata della zona di scarico è automatizzata…”.
“O santo Autarca! Sei veramente pesante, ti soprannominerò Ottimismo…Ok scendiamo…Per l’Autarca! Cos’è quella cosa? Suona l’allarme! Corri!”.

Poss scattò in piedi e si lanciò fuori, ciò che vide lo costrinse a fermarsi…fu così che si salvò la vita.
Uno dei soldati stava premendo un grosso pulsante rosso contro una parete, mentre l’altro osservava impietrito l’essere che si avvicinava. Il modo migliore per descrivere quell’orrore è di immaginarsi un corpo umanoide semi-invisibile, attorno al quale una mente folle aveva attorcigliato decine di metri di sottilissimo filo metallico. La Cosa allungò un braccio verso i due e qualcosa di luccicante si avventò contro di loro frustando l’aria con una velocità tale da essere quasi invisibile.
I loro corpi furono più volte attraversati da quel filo argenteo prima che esso venisse riavvolto attorno a quel Demone dell’Oscura Tecnologia. I due poveretti si guardarono l’un l’altro stupiti, riuscirono a fare alcuni passi prima di crollare al suolo ridotti ad un ammasso di carne chirurgicamente tagliata a fette.
Le sirene iniziarono a suonare, mentre spesse lastre di plastacciaio sigillavano l’uscita e le finestre, isolando l’interno del Centro di Ricerca dal resto del mondo. Le luci si spensero per un istante subito sostituite da quelle tenui e rossastre d’emergenza.
Nuovamente l’essere allungò un arto, questa volta in direzione del camion.
“Che strano…con questa luce il sangue assume un colore quasi nero, oleoso…” pensò Poss in un momento di estrema e lucida disperazione. Poi si riprese subito e urlò: “Uscite fuori!”.
I tre soldati abbandonarono il mezzo, un attimo dopo il veicolo era ridotto a un cumulo di rottami.
“Fuoco! Fuoco!” gridò Arturus svuotando il caricatore della sua pistola requiem contro la creatura, ma né i suoi colpi né quelli delle armi laser sembravano danneggiarla…semplicemente la attraversavano innocui.
Dal corpo del demone uscirono decine di quei fili e si avventarono contro di loro attaccandoli da varie direzioni, era impossibile schivarli tutti.
Poi, come già accadde durante la rissa con i Chemiocani, tutto sembrò fermarsi.
“Grande Poss! Hai bloccato quel mostro!” esclamò Flavio, “se solo avessi ancora la mia granata protonica…ehi, ti senti bene?”.
Il volto dello psionico era contratto in una smorfia di sofferenza.
“E’ molto…resistente…non so…per quanto…resisterò…” balbettò.
“Cerchiamo un’altra via di fuga” propose Arturus.
L’area di scarico merci era un grosso stanzone in cemento, ingombro di casse e di piccoli mezzi atti al carico/scarico dei camion. Un elevatore e una piccola porta sembravano le uniche uscite disponibili. Teglin e Flavio trascinarono il corpo di Poss fino a raggiungere la parete opposta, mentre Arturus aprì la porta con un calcio.
Si infilarono in uno stretto corridoio, poi trovarono una scala ed iniziarono a scendere nei livelli sotterranei. Corpi maciullati erano sparsi ovunque, le loro interiora imbrattavano i muri. Lo spettacolo era talmente terrificante che nessuno si accorse che la sirena aveva smesso di suonare.
Con un sospiro, Poss si rilassò. “Scusate non sono più in grado di mantenere attivo il mio potere”.
“Non ti preoccupare hai già fatto fin troppo, ora tocca a noi ricambiare” gli rispose Teglin.
I quattro raggiunsero l’ultimo sottolivello, il silenzio era rotto solo dal loro respiro reso affannoso dalla tensione.
Sbucarono in uno stretto corridoio lungo una quindicina di metri che terminava contro una porta, sul lato sinistro a tre metri da loro si trovava un’altra entrata. L’ambiente era asettico e in buono stato, probabilmente la zona dei laboratori medici.
Un rumore di vetri rotti attirò la loro attenzione. Proveniva dalla porta alla loro sinistra. Si avvicinarono con circospezione.
“Che sia un altro di quei mostri?” chiese Teglin.
“Ci avrebbe già attaccato…”rispose Arturus. “Al mio tre faremo irruzione…” disse estraendo le proprie armi. “Uno…due…TRE!”.
I quattro uomini sfondarono la porta del laboratorio e videro un soldato seduto sul pavimento, la schiena appoggiata ad una parete. Si era tolto l’armatura e stava cercando di medicarsi dei profondi tagli al petto. Immediatamente estrasse una pistola automatica e la puntò contro di loro.
“Getta l’arma, getta l’arma!” urlò Teglin.
“Arrenditi!” incalzò Flavio.
Il giovane rimase impassibile e per tutta risposta armò il cane dell’arma.
“Ok, ok…manteniamo la calma…” iniziò a parlare Arturus. “Ora abbassiamo tutti le armi e cerchiamo di ragionare. Siamo bloccati qui dentro, non esistono più rivalità o incomprensioni…Quella Cosa ci vuole uccidere tutti e solo collaborando avremo qualche possibilità in più di sopravvivere. Sono il caporale Arturus e comando…” Flavio gli lanciò un occhiataccia “…ehm, sono uno dei due comandanti di questa squadra. Tu chi sei?”.
Il soldato rimase per un attimo in silenzio, poi sorrise abbassando lo sguardo e lanciò lontano la pistola. “Ma sì, basta fingere…Mi chiamo Dedalus e sono…ero il capo della sicurezza del Centro”.
Poss si chinò di fronte a lui. “Dedalus, che cosa sta succedendo?”.
“A causa del recente attacco di un Titano contro le nostre difese, il generale Bress ci ha ordinato di riattivare un antica arma…era stata ritrovata all’interno del relitto di un’astronave caduta su questo pianeta migliaia di anni fa…e risalente all’epoca dell’Oscura Tecnologia”.
Gli occhi di Poss si illuminarono. “E dov’è questa astronave?”.
Dedalus ridacchiò. “Ci sei già dentro…il Centro è stato costruito direttamente sopra di essa”.
“C’è qualcuno che può dirci qualcosa di più su quella creatura? Magari esiste un modo per fermarla” domandò Flavio.
“Il Dottor Terios …è stato lui ha riportare in vita lo Spirito Macchina all’interno di quella Cosa…credo però che incontrerete qualche difficoltà a convincerlo a parlare” rispose indicando con un cenno del capo un mucchio di carne ammonticchiato in un angolo della stanza.
Tutti rimasero in silenzio, tranne Teglin.
“Forse non ho le conoscenze strategiche di Arturus, né le capacità di guida di Flavio…e neppure i poteri di Poss, ma ho sempre avuto il dono di capire al volo le persone. Sei un tipo troppo scaltro per arrenderti così facilmente. Non ti sei nascosto qui solo per curarti, c’è qualcos’altro e sarebbe bello se tu ce ne parlassi”.
Dedalus lo guardò sorpreso. “Complimenti, dammi una mano a medicarmi e porterò te e i tuoi amici nella stanza del dormiente…”.


Il Colonnello Kurtz sbuffò. Gettò le piastrine di identificazione alla sua destra, e queste atterrarono in mezzo alle altre che formavano ormai una piccola montagnola sulla sua scrivania. Ne prese altre due dal mucchio più o meno uguale che si trovava alla sua sinistra.
“Capitano…anzi, Capitan Navarre” lesse. “Maledizione, chissà perché in questi ultimi giorni l’Autarca sembra così ossessionato da quel nome. Invece di comandare i miei uomini in prima linea devo stare qui a rovistare tra le identità dei morti nemici…”.
Un soldato entrò nella sua tenda. “Signore, una delegazione del Popolo delle tenebre chiede di parlarvi”.
Kurtz sgranò gli occhi. “Perché non li avete ancora massacrati?”.
“Dicono di avere il corpo del soldato che cerchiamo. In cambio chiedono del cibo”.
Il colonnello lasciò la tenda e si ritrovò davanti ad una quindicina di quelle creature. Le guardò con disgusto, poi si concentrò sui resti che giacevano distesi a terra. Le tremende ferite e le numerosissime fratture li rendevano irriconoscibili, ma le mostrine parlavano chiaro…Jorack Brennet.
“Dategli quello che chiedono, poi fate preparare il mio trasporto personale. Porto il cadavere al nostro Autarca” ordinò.
“Signore…”si intromise il soldato. “Ha notato che la mano destra stringe ancora una pistola? Sembra un arma molto particolare”.
Kurtz lesse il desiderio negli occhi del suo sottoposto. “Negativo, il corpo e il suo equipaggiamento non devono essere toccati. E ora sbrighiamoci, non ho altro tempo da perdere!”.


“Il Generale Bress aveva dato ordine di costruire una stanza segreta. Il suo scopo era di conservare in un luogo sicuro gli artefatti di maggior valore che fossero stati scoperti all’interno del relitto”, iniziò a raccontare Dedalus mentre il gruppetto si muoveva lungo i corridoi del sottolivello.
“E ne avete trovati molti?” chiese Poss fingendo noncuranza.
“La nave non è ancora stata esplorata del tutto. Ci siamo prima occupati del carico…centinaia di bare di cristallo contenenti corpi in stasi. La cosa interessante è che non risalgono tutti al medesimo periodo, ma variano dai 38 ai 35 mila anni fa”.
“Come se fosse stata un’usanza perdurata durante tutto quel lasso di tempo?” interruppe Teglin.
“E’ possibile…” concordò Dedalus. “Ignoro il motivo per cui siano poi stati imbarcati su un’astronave e inviati ai confini della galassia…Comunque, una volta spostati i corpi, sono iniziati i tentativi di rianimarli al fine di ottenere informazioni da loro”.
“Ci siete riusciti?” domandò ancora Poss.
“No…sono tutti morti. In contemporanea sono state inviate delle squadre di ricognizione, ma l’unica cosa che è stata trovata era l’Essere che ci sta dando la caccia. Con lo scoppio della guerra le missioni esplorative sono state annullate, credo che ci sia ancora molto da scoprire…”.
“I cogitator della nave?”.
“Inutilizzabili”.
“Hai parlato di un dormiente…” disse Arturus.
“Sì. Su ogni bara di cristallo c’è uno strano congegno, una specie di orologio che conta alla rovescia. Probabilmente indica il momento in cui il corpo contenuto si risveglierà. Il primo che si era accorto di questo strumento era stato il dottor Terios. In particolare ha trovato una teca che si sarebbe aperta entro breve. Temendo che Bress potesse confiscarla, l’ha fatta nascondere in quella stanza”.
“E guarda caso si sta per aprire?” chiese Flavio con un sorriso ironico.
“Esatto”.
“Incredibile…sono proprio le misteriose Vie del Destino che ci hanno portato qui e in questo momento”, meditò Poss.
“Ci siamo” disse Dedalus fermandosi di fronte ad una porta. “Dobbiamo entrare in questo piccolo ripostiglio. L’ingresso è nascosto in una delle sue pareti…meglio usiate le vostre maschere antigas” consigliò mentre si legava un fazzoletto davanti alla bocca.
“Perché?” chiese Teglin.
“Qui ci sono gli esperimenti falliti…” rispose il giovane soldato aprendo la porta. Una zaffata di odore dolciastro li investì in pieno: putrefazione.
La stanzetta era ingombra di teche di cristallo, molte erano rotte. I corpi rigonfi dei loro occupanti si trovavano al loro interno, alcuni addirittura ammucchiati sul pavimento. Qualche topo si stava cibando dei resti ancora commestibili.
Dedalus appoggiò la mano contro uno dei muri. Improvvisamente si delinearono i contorni di un entrata. La attraversarono, e mentre il muro si richiudeva alle loro spalle l’aria iniziò ad essere filtrata. I cinque respirarono con gioia l’aria fresca e si guardarono intorno.
In un angolo si trovava un grosso campo di stasi, al momento disattivato.
“Qui dentro c’era quel demone” spiegò Dedalus. “E qui abbiamo il dormiente” indicò una bara che conteneva il corpo di un ragazzino. Doveva avere quattordici o quindici anni al massimo.
“Notate lo strano marchingegno che ha attaccato al braccio”, disse il soldato indicando una serie di quattro fiale di vetro contenenti dei liquidi colorati. Degli aghi le collegavano al sistema venoso.
“Inoltre, se guardate dietro le sue orecchie, potrete vedere delle strane placche metalliche. Probabilmente fanno parte di un impianto cyberneurale”.
“Mancano meno di tre minuti…” esclamò con stupore Poss.

Fu l’attesa più lunga della loro vita.
Allo scadere del tempo, videro che il meccanismo attaccato al braccio del dormiente si stava mettendo in azione dosando quei fluidi ed iniettandoli all’interno del suo corpo. Il giovane aprì gli occhi e sbatté le palpebre. Guardò verso quell’aggeggio e tramite un comando mentale fece uscire un piccolo monitor sul quale venivano proiettate le sue funzioni vitali. Arrabbiato regolò nuovamente le quantità di liquidi che gli venivano somministrati…quando fu soddisfatto si staccò quello strumento dal braccio ed aprì la teca.
I cinque lo guardarono con stupore.
Il ragazzo sorrise, fece un gesto di saluto ed iniziò a parlare. Capirono solo qualche parola, ma il senso del discorso restava oscuro. Il giovane provò a cambiare più volte il tipo di linguaggio, ma il risultato era sempre lo stesso.
Poi Poss provò con l’Alto Gotico.
“E io che pensavo che il Latino fosse una lingua morta!” si sentì rispondere. “Avete un chip di linguaggio in modo che possa installarlo e parlare meglio la vostra lingua?”.
Poss gli porse con mani tremanti un piccolo cogitator contenente i sistemi di comunicazione standard imperiali.
Il ragazzo si sfiorò la nuca e una parte del cuoio capelluto scivolò all’interno del cranio rivelando dei cavi e degli spinotti. Li collegò al cogitator, e dopo qualche secondo i fili tornarono al loro posto venendo nuovamente coperti da quella specie di protezione.
“Mi capite adesso?” chiese a tutti.
“Sì…ora ti capiamo…io sono Arturus…tu chi sei?” chiese incerto il caporale.
“Ah già…giusto, prima le presentazioni. Mi chiamo Leonardo, Leonardo Machiavelli…e sono un genio…”.

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MessaggioInviato: Dom Feb 27, 2005 10:54 pm    Oggetto:  
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Capitolo 22 Ricordi

“…su questo ho i miei dubbi, comunque è certo che presto sarai morto se non ci dai una mano a sconfiggere quella cosa” disse Flavio in tono asciutto.
“Non riesco a seguire il tuo discorso”, rispose Leonardo. Poi iniziò a guardarsi attorno preoccupato ed incuriosito. “Dove mi trovo? Ho così tante domande da farvi…”.
“Lo stesso vale per noi, ma prima dobbiamo risolvere un grave problema…ne va della nostra vita” lo calmò Arturus appoggiandogli una mano sulla spalla.
“Giusto, ho aspettato per migliaia di anni…cosa cambia attendere ancora per qualche ora?” si chiese il ragazzo mentre sul suo volto tornava un’espressione sicura e tranquilla. “Ditemi cosa sta succedendo e non tralasciate alcun particolare, non importa quanto stupido possa apparire”.

“Che panorama stupendo…” disse Jorack rivolto al suo corpo. La campanella dell’intervallo era appena suonata e i suoi compagni di corso si erano divisi in diversi gruppi, le loro voci e le loro risa riecheggiavano tra le pareti della classe. Lui, come al solito, si era isolato e se ne stava seduto sul bordo di una finestra con la schiena appoggiata a uno dei lati dell’apertura. Un dolce venticello gli accarezzava il volto, e lui inspirò a lungo l’aria profumata di fiori di quella tranquilla giornata primaverile. I prati erano di un verde smeraldino e il grande albero al centro del campo era coperto di infiorescenze scarlatte. Era bellissimo lasciar vagare il proprio pensiero e nello stesso tempo notare tutte le piccole meraviglie della natura.
“Ciao! Che ci fai qui tutto solo?” gli chiese una voce femminile.
“Non risponderle!” si mise in guardia.
“Nulla…guardavo solo il panorama”.
“Ti chiami Jorack vero?”.
“No!”.
“Si, e tu sei la nostra nuova compagna di classe…piacere” disse porgendogli la mano.
“Piacere, mi chiamo Elisia”, rispose stringendogliela.
Il ragazzo si sentì in imbarazzo, e non sapendo come continuare la conversazione riprese guardare fuori dalla finestra. Fu la ragazza a cercare di continuare il discorso.
“I tuoi compagni di classe mi hanno parlato un po’ di te”.
“Dille di farsi i fatti suoi!”.
“Immagino già cosa ti hanno detto. Che sono un tipo strano e che me ne sto sempre da solo, inoltre che ho un mutante come amico”.
“Questo ti rende molto misterioso…ed affascinante”.
Il suo cuore iniziò a martellargli nel petto.
“No maledizione!”.
Per la prima volta la guardò meglio. Non era molto alta e il suo fisico era fin troppo esile, ma il suo meraviglioso sorriso era incorniciato da una cascata di capelli rossi e sul suo volto splendevano due occhi di un azzurro chiarissimo.
“ E’ vero che passi molto tempo con quell’essere? Mi pare si chiami Gorn…e che siete molto intimi?” proseguì lei in tono malizioso.
“Come si permette di fare queste insinuazioni! Mandala a quel paese!”.
“Insieme ci divertiamo molto inoltre abbiamo parecchi interessi in comune, tutto qui” rispose con un mezzo sorriso, poi divenne serio. “Siamo amici, veri amici…ben diversi da quelli lì” indicò con un cenno del capo gli altri ragazzi nell’aula. “Non ci tradiremmo mai e non parleremmo male l’uno dell’altro solo per apparire simpatici e farci accettare dagli altri. Comunque sto benissimo anche da solo, ho i miei sogni e non mi vergogno ad ammettere che spesso mi perdo in essi. La solitudine, inoltre, ti permette di assaporare meglio anche le piccole cose…guarda quel ramo” disse indicando il grosso albero fiorito.
La ragazza si sporse ed aguzzò la vista.
“Lo vedi quel nido? E’ da quasi una settimana che una coppia di Archeopterix lo sta costruendo. E’ già andato distrutto due volte, eppure continuano a ripararlo. Servirà come casa per i loro piccoli…ammiro il loro coraggio e la loro determinazione. Sono queste le cose che le persone come i nostri compagni non sapranno mai apprezzare…figurarsi poi riuscire a notarle! Loro preferiscono discutere di stupidaggini all’interno di quest’oscura aula, mentre fuori c’è un intero paradiso da scoprire”.
“Non immaginavo che fossi un tipo così maturo” disse Elisia con ammirazione. Poi gli si avvicinò e gli bisbigliò nell’orecchio “Per me, tra tutti questi ragazzi il migliore sei tu…”.
Jorack arrossì vistosamente, nella sua vita non aveva mai ricevuto un simile complimento.
“Dannazione! Perché deve succedere di nuovo?” si domandò con rabbia, ma non c’era nulla che lui potesse fare.
Passò il resto delle lezioni a guardarla di nascosto, col cuore in gola. Lei alcune volte se ne accorse, gli sorrise e lo salutò brevemente con la mano. Lui si voltava immediatamente fissando lo sguardo sui libri di testo, ma anche lì non vedeva altro che il suo volto.
Nei giorni seguenti parlarono molto e Elisia appariva sempre più contenta di passare quel tempo insieme a lui.
“Mi ero preso proprio una bella cotta per quella ragazza…che scemo, mi sono comportato veramente da ingenuo. D’altra parte ero così giovane ed inesperto…” si disse mentre la rabbia si trasformava in distaccata rassegnazione.
La Coscienza se ne stava ad osservare, non era ancora il momento di intromettersi.
Una sera, mentre Jorack stava tornando a casa, si ritrovò davanti Elisia.
“Domani è la festa dell’Imperatore, come sai non ci sono lezioni. Devo parlarti, ci troviamo alla vecchia fontana nei giardini dietro la scuola”, la ragazza concluse la frase sfiorandogli le labbra con un bacio.
“Bravo, assumi quell’espressione idiota di sorpresa…e presentati anche all’appuntamento con largo anticipo!” disse il ragazzo deridendo se stesso.
Jorack si sedette sul bordo della grossa fontana, il silenzio ed il dolce scrosciare dell’acqua non riuscivano a diminuire la tensione che provava.
“Eccola che arriva, spero che questa farsa finisca in fretta”.
Elisia fece la sua comparsa accompagnata da altre cinque ragazze, anch’esse loro compagne di classe.
Il giovane ne rimase sorpreso. “Credevo che fosse un incontro privato…pazienza, non ho nulla da nascondere, inoltre mi prenderò una bella rivincita su quelle vipere. Chissà che faccia faranno quando Elisia mi presenterà come il suo fidanzato” pensò soddisfatto.
Il gruppetto si fermò a una decina di metri da lui, la ragazza gli si avvicinò da sola.
“Ciao” la salutò.
“Ciao, ti ricordi il primo giorno che ci siamo visti? Quanto tempo è passato?” gli chiese.
“Una settimana esatta…” Jorack le rispose un po’ perplesso.
“Allora è giunto il momento di dirtelo…è stato tutto uno scherzo! Non fare quella faccia, credevi davvero che una come me si potesse mettere con uno sfigato come te?” disse Elisia appoggiandogli le mani sulle spalle. “Meglio se calmi i tuoi bollenti spiriti!” concluse spingendolo all’indietro e facendolo cadere nella fontana. Poi tornò verso le altre ragazze “Certo che le prove da superare per essere ammesse tra di voi sono proprio difficili!”, il gruppo si allontanò ridendo.
“Cerca almeno di mantenere un minimo di dignità!” si disse Jorack con una nota di disgusto
Fortunatamente si risvegliò prima di vedere se stesso mettersi a piangere.
“Mi dispiace…” iniziò a dire la Coscienza.
“E di cosa?” la interruppe il ragazzo.
“Beh…quel sogno ti avrà sicuramente scosso, e io pensavo…”.
“Non dire stupidaggini!” le rispose ridendo. “ L’ho fatto così tante volte che ormai ci sono abituato…ma ora è meglio concentrarsi sul modo di uscire da questa stanza…anzi da questa cella. Maledizione! Sembra proprio che io abbia un feeling con le prigioni”.
La Coscienza analizzò l’animo di Jorack. Era vero, il ragazzo non era rimasto minimamente turbato da quel ricordo doloroso. “Molto bene” si disse compiaciuta, “molto bene…”.

Dedalus si assicurò la spada potenziata al proprio fianco, “quante speranze abbiamo di riuscire a cavarcela?” si chiese senza trovare la risposta.
Era risalito insieme ai suoi nuovi compagni di un livello, fino a raggiungere l’armeria e ora tutti si stavano equipaggiando. Il soldato alzò lo sguardo e si concentrò sulla figura del ragazzino. Nonostante avesse indossato una divisa delle FDP, i suoi capelli, tagliati cortissimi, ed i lineamenti delicati del suo volto imberbe lo rendevano ancora simile ad un bambino. I suoi occhi però avevano qualcosa di inquietante…dentro di essi brillava un intelligenza eccezionale, fredda e spietata. Dedalus era ancora turbato dal comportamento assunto da quel ragazzino mentre avevano riattraversato la stanza ingombra di cadaveri: non aveva dimostrato alcun tipo di paura o disgusto, anzi aveva osservato quello spettacolo con interesse quasi…scientifico.
Leonardo ricambiò il suo sguardo ed iniziò a parlare: “Bene, ripassiamo velocemente il piano. Dobbiamo riuscire ad attirare la creatura fino alla zona dei motori della nave. Lì si trova un acceleratore di particelle che, una volta riavviato, emetterà un forte campo elettromagnetico. La nostra speranza è che il cavo monomolecolare, di cui è costituito il cyborg venga attirato contro l’apparecchiatura e che i suoi microcomputer…ehm…microcogitator siano smagnetizzati. Questo dovrebbe essere sufficiente a fermarlo definitivamente”.
“E’ quel dovrebbe che non mi convince molto…” iniziò a protestare Poss.
“Non hai tutti i torti, ma per il momento non abbiamo un piano migliore” grugnì Arturus mentre sollevava a fatica un maglio potenziato. Una volta indossata ed attivata, l’arma divenne subito molto meno ingombrante.
“E’ vero che sei stato tu a progettare la nave e quell’arma?” chiese Flavio.
“Sì, è così” rispose Leonardo. “Comunque non sono stato io a costruirle. Nell’epoca in cui sono vissuto non esistevano ancora le tecnologie necessarie…è anche per questo che ho deciso di ibernare il mio corpo. Volevo vivere in un’epoca in cui poter realizzare tutti i miei sogni. Ma di questo parleremo dopo…Ricordatevi che i campi distruttivi che circondano le vostre armi ad energia sono sufficienti a tagliare il cavo monomolecolare, così come i campi protettivi che alcuni di voi dispongono possono difendervi. Ma se qualcosa andasse storto non avreste nessuna possibilità. Lo spessore di quel filo è inferiore al centesimo di nanometro, semplicemente vi attraverserebbe senza quasi incontrare resistenza. E’ inoltre in grado di autoripararsi velocemente, quindi anche se vi sembra di averlo sconfitto non perdete tempo ad infierire sui resti, piuttosto datevela a gambe il più velocemente possibile”.
“Ehi un momento!” intervenne Teglin. “Perché io non ho nessun’arma potenziata?”.
“Non ce ne sono altre…a parte questa. Volevo conservarla per i momenti speciali, ma forse è meglio se la usi tu” disse Dedalus lanciandogli un pugnale.
Il soldato lo afferrò al volo, lo estrasse dal fodero e ne osservò la splendida lama circondata da scariche elettriche azzurrine. Era un’arma notevole…peccato che la sua lunghezza totale superasse di poco i venti centimetri.
“E che ci faccio io con 'sto stuzzicadenti?”.
Tutti lo guardarono sorridendo.
Teglin si rese conto della battuta che, involontariamente, aveva suggerito ai suoi compagni.
“Andatevene tutti nell’Occhio del Terrore!” sbraitò fingendo di essere offeso.
Un sinistro bip-bip interruppe le risate dei soldati.
Tutti si voltarono preoccupati verso Poss. Lo psionico esaminò il suo Auspex. “Cinquanta metri, in rapido avvicinamento…ci siamo”.
“Presto, ai motori!”, gridò Flavio mentre insieme agli altri abbandonava l’armeria. Leonardo guidava il gruppo. Raggiunsero il sottolivello dei laboratori, quindi imboccarono un corridoio laterale superando alcuni cavalletti che indicavano la zona come inesplorata. Le luci di emergenza illuminavano debolmente le pareti di metallo che, nonostante le migliaia di anni trascorsi, restavano in ottimo stato.
“Distanza trenta metri!” annunciò Poss.
“Maledizione, ci raggiungerà prima di arrivare all’acceleratore!” disse Arturus.
“Distanza dodici metri!…Otto metri…”.
“Dovrebbe essere proprio dietro di noi…perché non lo vediamo?” chiese Dedalus.
“Distanza due metri…ci ha appena superato! Ma com’è possibile?”.
Leonardo guardò verso il soffitto. “Talmente ovvio che non ci ho neanche pensato” disse sbuffando. “Sta correndo direttamente sopra di noi. Tra poco ci attaccherà frontalmente”.
La sua deduzione risultò corretta. Pochi istanti dopo, a circa dieci metri di fronte a loro, il soffitto crollò ridotto in tanti piccoli pezzettini mentre la creatura scendeva lentamente bloccando il passaggio.
Arturus e Flavio gli si lanciarono contro, seguiti a poca distanza da Dedalus.
Dal demone uscirono tre fili, due dalle braccia e uno dal centro del petto. Quelli laterali saettavano sfiorando le pareti in una cascata di scintille, ed erano diretti contro i caporali. I due soldati piantarono un piede contro il muro di metallo e si diedero lo slancio. Eseguirono una meravigliosa acrobazia: fecero una capriola in aria evitando i cavi inoltre, mentre erano a testa in giù, colpirono simultaneamente la creatura alle spalle atterrando perfettamente dietro di essa. Entrambe le braccia del mostro vennero mozzate.
Dedalus, dal canto suo, non fu da meno. Si lasciò cadere scivolando sulla schiena. Il filo monomolecolare passò pochi centimetri sopra di lui. Raggiunse la creatura e le amputò le gambe con un lucente fendente della propria spada.
Il mostro crollò a terra in una massa informe. Il resto del gruppo lo superò con un balzo e Teglin, che chiudeva la fila, lanciò cadere una granata a frammentazione. L’esplosione avrebbe ulteriormente sparso i resti, facendogli guadagnare tempo prezioso.
“Come ci siete riusciti?” chiese Poss meravigliato.
“Francamente non ne ho la minima idea” rispose Flavio con ironia, “e comunque non si concedono bis…”.
Raggiunsero infine la sala dell’acceleratore. Era un grosso ambiente, quasi totalmente occupato da una struttura circolare fatta di uno strano cristallo trasparente. Dalla parte opposta dell’entrata si trovava un grosso pannello di controllo. Leonardo iniziò le operazioni di riattivazione del sistema, mentre Poss si mise al suo fianco per proteggerlo in caso di pericolo. Gli altri si disposero nelle vicinanze dell’ingresso, avrebbero tenuto impegnata la cosa il tempo necessario a far funzionare il meccanismo.
“Quanto ci vorrà?” domandò Arturus.
“Ho già finito” annunciò con orgoglio Leonardo.
Decisamente stupiti, gli altri si limitarono ad attendere l’arrivo del nemico. La creatura varcò la soglia della sala ed il ragazzino azionò l’acceleratore di particelle.Quattro sfere di energia comparirono all’interno del cristallo circolare ed iniziarono a roteare sempre più forte, fino a creare un fascio continuo di luce. Lentamente la cosa venne attirata verso quella luminosità.
Poi all’improvviso il macchinario si spense.
“Interessante…”commentò Leonardo incrociando le braccia. “Evidentemente in tutti questi millenni le batterie della nave si sono completamente scaricate. Pazienza, basterà cercare una fonte alternativa di energia”.
“Per i denti dell’Imperatore!”imprecò Poss. “Quanto tempo ti ci vorrà?”.
“Un paio di minuti…”.
“Mi sa che qui non resisteremo un paio di secondi!” esclamò Dedalus mentre parava un attacco rivolto alla sua gola.
Questa volta il mostro aveva deciso di farla finita in fretta, e una decina di fili frustavano l’aria attorno a lui. Uno di essi puntò contro Leonardo.
Poss attivò il suo potere, ma la creatura si era ormai resa quasi del tutto immune al blocco temporale, e rimase ferma solo per pochi istanti.
Lo psionico, confidando sul suo Rosarius, protesse il ragazzino col suo corpo.
Un attimo prima che il cavo lo raggiungesse, il coltello di Teglin attraversò la stanza e tagliò il filo per poi conficcarsi fino all’elsa in una delle pareti.
“Ottimo lancio!” si complimentò Leonardo senza distogliere lo sguardo dal pannello di controllo.
Teglin si guardò meravigliato la mano che aveva effettuato il lancio, cosa che quasi gli costò la vita.
La creatura, infuriata, diresse tutti i suoi attacchi contro il giovane soldato. Fortunatamente Leonardo riuscì a completare il trasferimento di energia, ed il mostro venne attirato con violenza contro l’acceleratore un attimo prima di ridurre Teglin in pezzettini.
“Benedetto sia l’Imperatore…ce l’abbiamo fatta” sospirò Arturus guardando la massa informe di fili che, completamente immobile, se ne stava attaccata contro il cristallo che formava il macchinario.
“Per quanto ancora funzionerà questo aggeggio?” chiese Flavio.
“Circa mezz’ora, ma non preoccuparti prima di allora quella cosa avrà completamente cessato di funzionare” lo tranquillizzò Leonardo.
“Perfetto! Direi che non ci resta altro da fare che proseguire” suggerì Teglin mentre recuperava il suo pugnale.
“Conosco un condotto di collegamento che porta direttamente al palazzo del Generale Bress. Vi ci condurrò io” si offrì Dedalus.
“Accettiamo la tua offerta, soldato. Ma ricordati che se ci aiuti non potrai più tornare indietro. Verresti trattato come un traditore, inoltre se scoprissimo che ci stai prendendo in giro non avremmo nessuna pietà nei tuoi confronti” lo ammonì Arturus.
“Questo non accadrà…ormai ho deciso con quale parte schierarmi!” rispose Dedalus con aria di sfida.
Il caporale parve soddisfatto, e lasciò che il suo nuovo commilitone li guidasse fino al passaggio.
Qualche tempo dopo, mentre attraversavano lo stretto corridoio sotterraneo, Poss si avvicinò a Leonardo.
“Avrei una domanda da porti” gli bisbigliò. “Da dove hai attinto l’energia necessaria a riattivare l’acceleratore?”.
“Diciamo che mi sono fatto un’assicurazione sulla vita…così anche se i tuoi uomini esploreranno l’interno della nave e troveranno qualcosa di interessante, io continuerò ad esserti utile e tu non mi eliminerai. Dalla tua espressione deduco che non pensavi di essere stato scoperto, ma è evidente che tu non centri niente con gli altri. Non so per chi lavori, e non m’interessa. So solo che tu ed io possiamo aiutarci a vicenda…sei d’accordo?” gli propose porgendogli la mano.
Poss gliela strinse di malavoglia, e comunque iniziò subito a pensare a quali torture avrebbe utilizzato per ottenere tutte le informazioni che cerava.
“Bene, siamo in affari!” concluse Leonardo.

Nello stesso momento, l’ultimo dei 3867 corpi in stasi cessò di vivere. L’energia della sua teca completamente assorbita dall’acceleratore di particelle...

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MessaggioInviato: Ven Ago 19, 2005 9:49 pm    Oggetto:  
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Direttamente dalle nebbie del tempo...

Capitolo 23 Primo passo verso la vittoria

La porta della cella era di legno rinforzato, bassa e rettangolare. Nella parte superiore si trovava una piccola finestrella chiusa da uno sportello di ferro, mentre in basso una stretta fessura permetteva di far passare il piatto del rancio. Un pagliericcio ed un maleodorante foro nel pavimento costituivano l’arredamento interno. Non c’erano finestre.
Jorack avvertì dei passi avvicinarsi e si strinse contro la porta per sentire meglio.
“Mio signore, è troppo rischioso tenerlo rinchiuso qui dentro…”
“Quando vorrò rinunciare al mio titolo glielo farò sapere colonnello Kurtz, ma per il momento sono io a decidere. Per ora resterà nostro ospite”.
“Ma mio Autarca, avete visto come sono guarite in fretta le sue ferite? Sarebbe meglio terminarlo immediatamente”.
“Non si preoccupi, a tempo debito colui che lo sta cercando sarà informato e noi glielo consegneremo”.
“Si riferisce a quell’Inquisitore?”.
“Esatto, Abraxtes ha addirittura acconsentito a far ritirare tutte le truppe imperiali dal mio pianeta pur di avere quel ragazzo. Dopo che avrò scoperto cosa sta cercando, e se sia possibile utilizzare tali conoscenze a mio vantaggio, allora gli darò il prigioniero”.
“Ma così facendo la guerra continuerà e noi avremo altre perdite…non sarebbe meglio finirla il prima possibile?”.
“Le sue paure sono del tutto infondate, colonnello! Il generale Bress è perfettamente in grado di gestire la situazione…sarebbe capace di tenere inchiodati i servi di quel cadavere rinsecchito per almeno quindici anni! Abbiamo tutto il tempo che vogliamo…”.
I passi si allontanarono.
“Di nuovo l’Inquisizione” pensò Jorack. “E’ evidente che mi stiano continuamente seguendo, ma cosa vogliono da me?…Abraxtes…finalmente so come si chiama il mio nemico” la sua mascella si serrò mentre il suo viso assumeva un’espressione decisa. “Se è la guerra quello che vogliono, allora l’avranno! E tu sarai sempre al mio fianco?”.
“Guerra…” sibilò la sua Coscienza. “E’ da milioni di anni che non conosco nient’altro…pensi forse che mi tirerei indietro?”.
“Bene! Sono scappato per troppo tempo, ho cercato solo di sopravvivere. Adesso tocca a me attaccare!…Dunque, tutto è iniziato nel Manufactorum del mio pianeta quando io e Gorn abbiamo incontrato quel cyborg…si chiamava Dorial…” al ricordo dell’amico la tristezza si fece largo nel suo cuore, ma lui la scacciò subito. Avrebbe vendicato Gorn, e comunque c’era ancora la speranza che fosse vivo.
“Era un Lexmechanicus” gli suggerì la sua Coscienza. Di solito compongono i seguiti degli inquisitori.
“E’ possibile quindi che sia collegato a questo Abraxtes. Probabilmente si trattava di una trappola ben organizzata per catturarmi. Se quel folle di Rialcon non si fosse messo in mezzo, mi avrebbero consegnato all’inquisitore. Ci fosse qui il vecchio, avrei un bel po’ di domande da fargli. Lui era stato imprigionato da tempo e probabilmente sa molte cose…se non sbaglio dovrebbe trovarsi ancora sulla Luce dell’Imperatore”.
I suoi pensieri furono interrotti dal rumore di qualcuno che si avvicinava. Una ciotola fumante venne fatta passare attraverso la fessura della porta. Il ragazzo notò che il piatto era tenuto da una mano piccola e dalle dita affusolate. Nonostante la pelle fosse rovinata ed arrossata, le unghie erano ben curate…una mano di donna. Prese la ciotola sfiorandone le dita e percepì un fugace tremito provenire da quelle.
“Ti ringrazio…” mormorò.
“P-prego” gli rispose incerta e sorpresa una voce di ragazza.
Jorack aspettò che si allontanasse e poi sorrise. Aveva trovato il modo per uscire…



“Dal 2120 ?!” esclamò stupita la voce di Teglin.
Il gruppo di soldati stava lentamente percorrendo lo stretto passaggio sotterraneo che collegava il Centro Ricerche al palazzo del generale Bress. I piccoli crolli e le infiltrazioni rendevano il percorso pericoloso e la luce delle elettrotorce fissate alle loro armi era insufficiente. Le loro divise erano lacere e sporche, inoltre tutti avevano un gran bisogno di riposo e soprattutto di una bella doccia…ma tutte queste cose erano dei lussi irraggiungibili.
“Esatto” gli rispose con un sorrisetto Leonardo. “L’ultimo giorno di quell’anno, il mio corpo è stato posto nella bara di stasi. Avevo dato disposizione ai miei uomini affinché fosse conservato in un luogo sicuro, ma evidentemente qualcosa è andato storto”. Volse lo sguardo verso Poss, godendo dell’eccitazione che traspariva dagli occhi di quell’uomo. Chissà quali pensieri e progetti per il futuro si agitavano nella sua mente…ma infondo tutto questo non aveva alcuna importanza. L’unica cosa che contava era poterlo manovrare a proprio piacimento.
“E quando hai detto che sono morti i tuoi genitori?” domandò Flavio.
“Quando avevo dodici anni, e a causa di uno sfortunato incidente. Erano bioricercatori e grazie all’applicazione delle loro scoperte al campo militare, avevano creato la Arms-Tech, una corporazione produttrice di armi di distruzione di massa. Ci fu un’esplosione durante il test di un nuovo missile batteriologico. In seguito ho assunto la direzione dell’azienda e ho iniziato a autofinanziare le mie ricerche”. “Ma era stato veramente un incidente?”si chiese. Aveva condotto delle analisi sui campioni di DNA dei suoi genitori e non c’era nessun collegamento con il suo codice genetico. L’unica spiegazione era che doveva essere stato affidato a loro da qualcuno, forse addirittura era stato concepito in un laboratorio…ma a quale scopo? Tutte domande alle quali il trascorrere dei millenni aveva ormai negato una risposta.
“Hai sentito? A soli dodici anni era a capo di un industria così importante…Non so se sia vero o ci stia raccontando delle stupidaggini, comunque il mio sesto senso mi dice di non fidarmi. La sua intelligenza può essere molto pericolosa” bisbigliò Dedalus ad Arturus.
“Lo so, coviamo una serpe in seno. Ma non preoccuparti, ho già un piano”.
“Credo che siamo arrivati…quella porta dovrebbe condurci all’interno” sentenziò Poss.
Tutti si voltarono verso Dedalus, che grazie alla sua esperienza come guardia del corpo del generale conosceva quei luoghi alla perfezione.
“Esatto, seguitemi in silenzio e vi condurrò fino la nostro obbiettivo senza essere scoperti”.

Attraverso un oloschermo, Bress osservava il gruppetto che stava entrando nelle segrete del suo palazzo. Non molto distante aveva piazzato dieci soldati di guardia. Le sue conoscenze nel campo della strategia gli gridavano che era una mossa sbagliata. Quegli uomini non erano a conoscenza del passaggio, sarebbero stati colti di sorpresa…e sterminati.
“…ma così conoscerò le potenzialità del nemico, inoltre ogni tanto è indispensabile fare qualche piccolo sacrificio” si disse.
“Ho paura…”mormorò il Bress bambino. “La cantina è fredda e buia! Perché papà mi ha chiuso qui dentro?”
“Perché è un bastardo senza cuore!” gli rispose il Bress adulto
“Non è vero! Lui mi vuole bene, non mi ha mai picchiato!”
“E che differenza fa? Non vedi come ti sta torturando?”
“…forse lo fa perché è colpa mia se la mamma è morta…”
“No, quella malattia non è stata colpa tua. Il tuo unico errore…è quello di esistere…”
“Ti riferisci a quando papà ha deciso di entrare nel Ministrorum?”
“Sì, dopo che è diventato un prete, anzi peggio uno zelota, la tua presenza era scomoda. Un religioso non può avere figli e lui si trovava in una posizione molto equivoca”.
“E’ per questo che mi tratta male e mi chiude sempre qua dentro?”
“Sì”.

Il generale vide che i suoi uomini si erano improvvisamente immobilizzati, poi in mezzo a loro comparvero i sei intrusi. Quasi contemporaneamente i dieci soldati si accasciarono al suolo.
“Un blocco spazio-temporale…” mormorò meravigliato. “Solo i più potenti psionici possono usare tale potere. Il loro aspetto penoso mi ha tratto in inganno, devono aver inviato i loro uomini migliori ad assassinarmi”.
La cosa lo riempì di orgoglio, era l’ennesimo riconoscimento della sua grandezza.
“Basterà aggiungere un campo Aegis alla mia macchina…” concluse soddisfatto. Poi lo notò…
“Dedalus! Maledetto traditore! Esclamò mentre l’ira lo assaliva. Improvvisamente la sua espressione mutò in un sorriso. “Meglio, sarà ancor più appagante ucciderli tutti”.

“Come faccio a uscire?” lo implorò il piccolo Bress.
“Pensa, esamina tutte le risorse a tua disposizione e tutte le scelte che puoi fare. Allenando così la tua mente diventerai un ottimo stratega. Poi un giorno, quando sarai grande, dirai a papà che vuoi entrare nell’esercito per poter immolare la tua anima al benevolo Imperatore”.
“E questo lo renderà felice?” chiese speranzoso il piccolo Bress.
“Sì, sarà la prima e unica volta che lo vedrai sorridere. Viaggerai tra le stelle e parteciperai a molte guerre. Ti noteranno subito, quindi scordati le ferite e le luride trincee. Sale di comando e centri radio saranno la tua nuova casa. L’Autarca stesso chiederà di te e tornerai al tuo pianeta natale”.
“Così potrò rivedere papà! Chissà com’eri felice!”
“Non vedevo l’ora…tutti quegli anni in attesa di poterlo avere tra le mie mani! Sarebbe stato meraviglioso sentirlo urlare mentre lo sottoponevo alle più orrende torture!”.
“E lo hai fatto?” chiese Bress bambino mentre sgranava gli occhi in un misto di terrore e curiosità.
“Purtroppo no, era morto pochi mesi prima…Comunque c’erano tante altre persone come lui”.

Il generale tornò ad osservare con interesse l’oloschermo. I nemici stavano entrando nella sala delle meraviglie. Corpi mutilati pendevano dal soffitto agganciati a catene, mentre sui tavoli parti anatomiche erano disposte in bell’ordine, il tutto era coperto da uno leggero strato di sangue rappreso. Bress rimase un po’ deluso quando vide che nessuno sussultava dall’orrore, solo uno di loro, probabilmente lo psionico, si inorridì facendosi in fretta il segno protettivo dell’aquila.
Li vide muoversi tra i tavoli, somministrando veloci esecuzioni a quei pochi che ancora erano vivi.

“Erano tutte persone cattive?” domandò il piccolo Bress.
“Oh sì, molto cattive. Vedi quello che dondola senza le braccia? Era un ignobile serial killer, il cui divertimento era rapire i bambini e sotterrarli vivi. Mentre gli strappavo gli arti continuava a ripetere che lo aveva fatto solo per ripagare la madre terra per i frutti che ci donava. Guarda anche quella testa su quel tavolo, mi ricordo bene di lui. Lo avevo visto rifiutarsi di comprare un dolce a suo figlio…il pianto di quel bambino mi tormenta ancora, ma la sua punizione è stata esemplare…me lo sono mangiato vivo, he he…”.
“Allora hai fatto bene!”.

La sua mente continuava a metterlo in allarme. Tatticamente era un suicidio. Allontanare tutte le sue guardie del corpo e disattivare le difese interne…voleva forse morire? Forse sì, o forse voleva solo provare la piena potenza della macchina che aveva ritrovato all’interno del relitto. I tecnoadepti avevano fatto un ottimo lavoro, erano riusciti a migliorare la sua corazzature e a dividerla in quattro parti che erano state incastonate nel pavimento della sala del comando. Quando era seduto sul trono, poteva attivarla e in pochi istanti si sarebbe trovato al suo interno pronto per combattere.
Un luminoso raggio laser lo colpì al cranio, ma il campo di protezione ne annullò gli effetti.
“Sono già qui?” si chiese mentre attivava in tutta fretta l’antico artefatto. “Per fortuna il campo a conversione mi ha salvato…contro quel fucile Kantrael non avrei avuto nessuna possibilità”.
Osservò i sei avvicinarsi, stavano guardando sorpresi lo strano veicolo che si stava ricomponendo di fronte a loro.
Lo psionico mormorò spaventato “Una Macchina Penitente…”.
“Fatevi sotto vermi!” gridò Bress.

Mentre lo psionico si concentrava, Dedalus e altri tre di quelli lo caricarono. Il più giovane, poco più di un bambino, si nascose in fretta dietro una colonna.
“Meglio” pensò, mi occuperò di lui più tardi.
I nemici combattevano bene, schivando le sue mortali armi da corpo a corpo e gettandosi dietro il primo riparo disponibile quando ricorreva al lanciafiamme pesante.
Lo psionico si avvicinò e per un attimo il tempo sembrò rallentare…ma non si fermò.
“Campo Aegis!” gli gridò mentre lo colpiva. Il corpo di quell’uomo venne gettato lontano.
L’esplosione di una granata anticarro scosse il retro della macchina e alcune rune di emergenza iniziarono a luccicare sul suo visore.
“ Dedalus!” urlò girandosi di scatto. Solo lui sapeva qual’era la parte più debole della macchina. Se lo trovò davanti e fece subito fuoco col lanciafiamme. Il soldato riuscì a schivare solo in parte il getto di promethium e cadde a terra con una gamba in fiamme.
Si avvicinò a lui per finirlo, ma la gamba sinistra del bipode si rifiutò di muoversi. Un maglio potenziato l’aveva danneggiata, e ora quella stessa arma si stava dirigendo verso il suo viso.
La parte corazzata che proteggeva la sua testa venne strappata dal corpo della macchina, lasciando il suo volto indifeso.
Cosa ancora peggiore, il soldato che prima gli aveva sparato si era avvicinato e aveva estratto un piccolo pugnale ad energia. Glielo lanciò contro, provocandogli un profondo taglio alla guancia destra.
Bress fu colto da panico. “Come si sono permessi di ferirmi?” si chiese angosciato.
Perse il controllo per un solo attimo, ma tanto bastò all’ultimo dei quattro per arrampicarsi di fronte a lui e infilare una granata termica tra le lamiere.
Una furia cieca lo travolse, con che coraggio lo trattavano in quel modo? Con una delle braccia afferrò quel sodato, mentre con l’altra lanciò via gli altri due, infine con la bocca strinse la granata e la sputò lontano. Iniziò a aumentare lentamente la presa attorno al soldato, gli avrebbe spezzato la schiena ma prima si sarebbe goduto le sue grida di dolore.
Dal nulla la faccia di un bambino gli comparve di fronte…era lui da piccolo o il più giovane dei nemici? Vide una delle sue mani aprirsi e il palmo che lo colpiva alla base del naso dal basso verso l’alto.
Buio…

“Dove andrai adesso?” chiese il Bress piccolo.
“Beh…all’inferno naturalmente!” rispose il Bress adulto.
“Non hai paura di quel posto?”
“Certo che no! Finalmente potrò rivedere mio padre…e averlo tra le mie mani…per sempre! AH AH ah ah ah….”.

“Grazie, mi hai salvato la vita” ammise Flavio, “ma come ci sei riuscito?”.
“E’ un’antica tecnica di arti marziali. La cartilagine del naso viene spinta all’interno del cervello e la morte è quasi istantanea” rispose Leonardo. “Se volete vi posso insegnare qualche mossa, credo che il vostro stile di combattimento ne trarrebbe giovamento”.
“Accettiamo l’offerta, anche se la prossima volta gradiremmo che partecipassi anche tu invece di nasconderti come un codardo” gli rispose acido Teglin.
Il ragazzino non lo degnò neanche di uno sguardo.
Arturus aiutò Dedalus ad alzarsi. “Come va la gamba?” gli chiese.
“Solo qualche bruciatura, l’armatura mi ha protetto. Comunque se qualcuno ci guardasse, non capirebbe che dei due stia sorreggendo l’altro”.
“Hai ragione siamo tutti conciati piuttosto male!” ridacchiò il caporale.
“Meglio muoversi” disse cupo Poss. Aveva usato il potere di blocco temporale sulla granata termica, l’aveva raccolta e disinnescata. “Tra poco suoneranno tutti gli allarmi” aggiunse mentre restituiva l’ordigno a Flavio.

La figura imponente del generale Dimitri Aleinikov, comandante in capo delle forze imperiali, squadrò dall’alto al basso Carlos Vasquez. Il tenente abbassò lo sguardo aspettandosi la solita lavata di capo.
Improvvisamente Dimitri sorrise e gli diede una manata sulle spalle. “Ottimo lavoro tenente!” si congratulò porgendogli una pergamena.
Vasquez, incredulo, la lesse tutta d’un fiato.

-Centro radio avanzato 4567/8 Periferia di Vaniar.
-Registrazione delle ore 04:30 (orario terrestre).
-Da squadra Delta839 (vedi rif. FILE 364/6. 365ma Legione Galattica) confermata eliminazione generale Bress…iniziato attacco generale.
-Attacco concluso alle ore 08:30 (orario terrestre). Vittoria completa e resa incondizionata delle truppe nemiche sopravvissute.
-Ringraziamo l’Imperatore.

Il tenente quasi svenne dalla gioia.

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MessaggioInviato: Ven Nov 25, 2005 8:44 pm    Oggetto:  
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Grazie ancora... :)


Capitolo 24 Battiti del cuore

Jorack era seduto in terra, la schiena appoggiata alla porta della cella.
“E’ andata un po’ meglio oggi?”, chiese a Keiko.
“Sì per fortuna…” rispose la ragazza, anch’essa seduta nello stesso modo dall’altra parte della porta.
Erano bastati solo pochi giorni perché tra i due ragazzi si instaurasse un rapporto di fiducia e di amicizia. Ora che era passato quasi un mese, il momento della distribuzione del rancio era diventato l’occasione per parlare tra loro, raccontarsi le proprie paure e le proprie speranze per il futuro…e per pianificare la loro fuga.
“Ti fanno ancora male le frustate?”.
“Solo un pochino…ma grazie all’intruglio di erbe che mi hai consigliato, stanno guarendo bene”.
“Quante volte ti ho detto di stare attenta quando prepari il rancio? Fortuna che hai fatto cadere solo un paio di ciotole, altrimenti chissà cosa ti avrebbero fatto” disse lui con un finto tono di rimprovero.
“Non ti preoccupare, non succederà più…accidenti! Il carceriere sta tornando prima del previsto…dammi il piatto!”.
Jorack fece passare in fretta la ciotola attraverso la fessura. “A domani!” la salutò.
Lei non disse nulla e si allontanò in fretta.
La giovane aveva solo un anno in più di lui. Era stata donata all’Autarca dalla sua famiglia, in cambio del pagamento delle decime. Durante quei nove anni di servitù aveva subito soprusi ed umiliazioni, ma ora aveva deciso di farla finita…pur di ottenere la libertà, era disposta a mettere a repentaglio la propria vita e Jorack si era prontamente offerto di aiutarla.
Il ragazzo sapeva che entro pochi giorni lei lo avrebbe liberato e lui avrebbe attuato il suo piano di fuga…l’unico problema era che non ne aveva ancora elaborato nessuno. Cercò di pensare, ma un rapido movimento lo fece tornare al presente. Un grosso scarafaggio stava zampettando rasente ad un muro.
Jorack lo afferrò con un rapido movimento e iniziò a mangiarlo con gusto. Aveva bisogno di proteine dato che se avesse consumato solo la brodaglia che gli portava Keiko, sarebbe presto deperito fino a morire entro poche settimane…o almeno così gli aveva detto la sua Coscienza. Il ragazzo non provava disgusto a cibarsi di insetti, suo padre lo aveva abituato a mangiare qualunque cosa fosse anche solo lontanamente commestibile. Fino a quel momento non aveva mai capito il perché di quegli “allenamenti”, perché doveva imparare quelle cose? Non era mica a Vogen! Ma ora che tutto era cambiato, ringraziò il genitore per i suoi insegnamenti.
Guardò il proprio corpo, la pelle sembrava un sottile velo che copriva i suoi muscoli. Aveva perso solo il grasso, per il resto sembrava essere diventato ancora più robusto.
“E’ opera tua?” chiese alla propria Coscienza, ma quella non rispose.
Si toccò il volto, era anch’esso liscio e tirato. Cosa strana gli fornivano il necessario per lavarsi e radersi, anche se gli facevano pagare quelle comodità a caro prezzo.
L’ora dei prelievi arrivava immancabilmente nel primo pomeriggio. Una squadra completa di FDP armate di armi speciali invadeva la celletta accompagnata da un Medi-Skull. Tre fucili termici venivano costantemente tenuti puntati contro di lui, mentre due soldati gli immobilizzavano le braccia. Gli venivano prelevati campioni di sangue e di epidermide, inoltre venivano registrate tutte le sue funzioni vitali…il peggio però veniva alla fine. Un terzo soldato gli si avvicinava con un sorrisetto sadico e, lentamente, gli slogava le dita della mano sinistra una dopo l’altra…il tutto sotto lo sguardo attento del servoteschio. Il dolore era quasi insopportabile e nonostante le suppliche del ragazzo, la Coscienza si rifiutava di alleviare le sue sofferenze.
“Devi capire che finchè non scoprono da cosa derivano le tue capacità, ti terranno in vita…se ti aiuto intuiranno che in qualche modo riesci a modificare il tuo corpo per resistere al dolore e questi esperimenti diverranno sempre più cruenti”, si giustificò anche quella volta.

“Forse, ma il fatto che ogni giorno mi ritrovino completamente guarito non porterà alla lunga ad una situazione simile a quella che tu mi hai appena prospettato?”.
“Hmm…mi sembra di capire che tu voglia scappare prima del previsto”.
“Perché non aumenti la mia forza e mi consenti di eliminare quei soldati? Sarebbe un buon modo per fuggire!” protestò il ragazzo.
“Purtroppo esistono delle ferite che io non sono in grado di curare. Se il tuo corpo venisse totalmente distrutto, per esempio dal fuoco o dai raggi termici, non potrei salvarti. Quanti soldati pensi di riuscire ad eliminare? Uno o due? Immancabilmente riusciranno a sparare e per te sarà la fine…meglio aspettare che Keiko faccia la sua parte”.
Jorack attese che il gruppetto lasciasse la cella, poi si occupò della sua mano.

Arturus era steso nel letto intento a fissare il soffitto. Nonostante fosse notte fonda non riusciva ad addormentarsi. Permise quindi ai suoi pensieri di vagare liberi e senza una logica apparente…
“E’ passato più di un mese da quando abbiamo sconfitto Bress, eppure in città si combatte ancora per ripulire le varie sacche di resistenza…due settimane…ci hanno concesso due settimane di permesso, un lusso incredibile. La prima è quasi finita…è strano come il tempo voli quando non si ha niente da fare, ho sempre creduto che fosse vero il contrario…anche Flavio e Teglin sono d’accordo con me, lui non può essere morto. Nonostante abbia conosciuto un infinità di persone e ne abbia viste moltissime cadere in battaglia, mi chiedo come mai solo lui mi faccia preoccupare così…deve essere il suo sguardo. C’è qualcosa nei suoi occhi che sembra parlare direttamente alla tua anima, come se risvegliasse una memoria ancestrale….”.
Gli tornarono in mente i ricordi di quasi tre anni prima, quando combatteva nei deserti di cenere di Armageddon. Rammentò di come avesse salvato la vita di centinaia di commilitoni disubbidendo a quell’ordine folle…di come avesse decapitato quel kapoguerra Orko e soprattutto ricordò l’espressione delusa del Commissario Knaus, che di fronte a quell’atto di coraggio fu costretto a tramutare la pena di morte in vent’anni di servizio nella Legione Galattica.
“Non dormi?” chiese Irina, voltandosi verso di lui. “Cosa ti preoccupa Art? Posso fare qualcosa per aiutarti?”, aggiunse in tono malizioso mentre avvicinava il corpo al suo e gli appoggiava un braccio sul petto.
Arturus la guardò sorridendo. Le accarezzò il volto, scostando i lunghi capelli biondi. Un tempo archeopirata, adesso la ragazza era un sottufficiale addetto alle comunicazioni. I due si erano conosciuti circa un anno prima.
“Solamente ricordi Iry…” le rispose.
La ragazza lo guardò delusa. “Agli ordini sergente…” disse voltandosi dall’altra parte.
Esisteva una legge non scritta nella Legione Galattica: l’unica cosa che non ti possono togliere sono i tuoi ricordi e tutti devono rispettarli. Quando capitava di avere un momento per sé stessi e ci si abbandonava alla memoria del passato nessuno doveva azzardarsi a disturbare…questa usanza era rispettata addirittura dai graduati.
Il soldato ricominciò a riflettere. La promozione aveva avuto un sapore dolceamaro, i doveri erano notevolmente aumentati mentre i diritti restavano sempre scarsi…inoltre adesso era direttamente responsabile dei suoi uomini e con Trall come Commissario, le punizioni sarebbero state certamente esemplari. Quell’uomo era dannatamente simile a Knaus, spietato e senza il minimo…
L’assordante rombo di un motore che si avvicinava lo interruppe. Il mezzo si fece talmente vicino che sembrava quasi volesse sfondare la porta della stanza, poi improvvisamente si fermò. Qualcuno iniziò a bussare ripetutamente.
Arturus si infilò i pantaloni, agguantò la pistola e si avvicinò alla porta aprendola con cautela.
Si trovò di fronte ad un ciccione che indossava uno sgargiante giubbotto arancio fosforescente, mentre un casco integrale gli nascondeva il volto.
“Onorevolissimo signore, sono arrivate le sue PIZZE!!! Non si preoccupi è tutto pagato, pure la mancia! Ma non stia lì fermo a guardare, tenga e buon appetito!”.
Il sergente fu talmente travolto dalla foga di quell’uomo che in un batter d’occhio si ritrovò in mano tre scatole di cartone.
Il tizio intanto saltò su di un motorino sgangherato, dileguandosi in una nuvola di fumo con queste parole: ”...e ora via! Più veloce della luce!”.
Stupito, Arturus rientrò nella stanza mentre Irina prendeva le pizze.
“Hmmm, che buone!” commentò la ragazza. “Guarda c’è un bigliettino per te…”.
Il sergente lo afferrò leggendo incredulo il contenuto: “Abraxtes’s Hot Pizza…1 Quattro formaggi, 1 Calzone farcito, 1 Margherita…Il soldato Jorack Brennet è ancora vivo”. Seguivano poi delle coordinate.
Agguantò velocemente il suo comunicatore e chiamò Flavio.
“…no sono Teglin” si sentì rispondere. “In questo momento non può parlare, siamo gentili ospiti delle Xenoniane e ora lui è molto…occupato. Anzi sei stato fortunato perché tra poco neanch’io sarei stato disponibile” aggiunse il soldato ridacchiando.
“Caporale!” urlò Arturus
“Signore!”
“Avete ricevuto una strana visita questa sera?”
“Signore, nossignore!”
“Sicuramente verrà da voi un tizio su di un motorino, è vestito con un giubbotto arancio fosforescente…deve essere catturato!”
“Signore, sarà fatto signore!”
Arturus iniziò a vestirsi, poi Irina gli toccò una spalla.
“Devi proprio buttarti a capofitto in questa nuova avventura? Hai così poca fiducia nei tuoi amici da dover controllare di persona? Non puoi immaginare da quanto tempo desideravo passare un po’ di tempo con te…”.
Il giovane sospirò. “Come sempre hai ragione, posso tranquillamente occuparmene domani mattina…bene, prima mi avevi detto che potevi fare qualcosa per aiutarmi…” disse stringendola a sé.

Jorack si risvegliò di colpo. La porta della cella era stata aperta, e una figura in controluce si stagliava al centro dell’entrata stringendo un coltellaccio da cui colava del sangue.
“Keiko?” mormorò.
“E’ morto..”disse la giovane con una risatina isterica, i suoi occhi erano pieni di lacrime. “Sono andata a letto con il carceriere, poi quando si è addormentato gli ho tagliato la gola e gli ho preso le chiavi…”.
Il viso, dai delicati tratti orientali, era sporco di gocce cremisi e gli occhi a mandorla erano gonfi ed arrossati. I nerissimi e lucidi capelli erano tagliati corti. Indossava un semplice vestito da serva con un ampia gonna.
Jorack si avvicinò e Keiko nascose il volto contro il suo petto piangendo a dirotto. D’istinto il ragazzo la abbracciò. Notò che era di poco più alta di lui e che il suo corpo era molto magro e fragile.
“Ti sembra il momento per pensare a certe cose?” lo punzecchiò la Coscienza.
“Taci! Non provi nessuna pietà per questa ragazza?”.
“La pietà è un sentimento che devo ancora riscoprire…” rispose l’entità con tono di sufficienza. “…e poi non centra nulla con quello che stiamo per fare. E’ inoltre mio dovere dirti che lo ha fatto per salvare la sua vita…e non solo per te…anche se lo speravi…”.
“Alle volte sei proprio insopportabile…o forse…gelosa?” disse con rabbia il ragazzo.
“Anche la gelosia è un sentimento che non conosco…comunque ora è tempo di muoversi, non ci vorrà molto perché scoprano il corpo del carceriere”.
“Keiko…dobbiamo andare” disse Jorack mentre toglieva il coltello dalle mani della ragazza. “Mostrami la strada, al resto penserò io”.
La giovane annuì, uscì dalla cella e gli indicò un corridoio. Attraversarono alcune sale, poi giunsero a delle scale. Bisognava scendere, ma cinque guardie pattugliavano la zona. I soldati parlavano tra di loro e non sembravano particolarmente attenti. Jorack si nascose dietro un angolo e si concesse qualche secondo per studiare i suoi avversari. Indossavano le divise delle FDP ed erano protetti da elmetti e corazze leggere. Erano armati di pistole laser e coltelli d’assalto, tranne quello che sembrava il capo: una rozza spada a catena era assicurata al suo fianco. Il ragazzo guardò meglio il volto dell’uomo e riconobbe immediatamente lo sguardo folle e sadico della guardia che gli slogava ogni giorno le dita.
“Qualunque cosa succeda non intervenire e se dovesse andare male, sfrutta la situazione per scendere le scale…”disse a Keiko.
“Ho fiducia in te e sono sicura che ce la farai” rispose la ragazza. Le sue parole lo riempirono di orgoglio, ma lui cercò di restare impassibile.
“Devo chiedere ancora una volta il tuo aiuto” ammise rivolto alla sua Coscienza.
“Nessun problema, sono qui per questo, io credo che…” ma quella non terminò la frase.
Il ragazzo era già scattato in avanti lanciando il coltellaccio e colpendo il primo uomo alla gola. Nel giro di pochi attimi aveva spezzato il collo del secondo con una gomitata, piantato una delle lame d’assalto nel cuore del terzo e sfondato la cassa toracica del quarto con uno dei suoi calci circolari.
“Assolutamente meraviglioso…” commentò fra sé la Coscienza. “Il processo di fusione è già a questi livelli…”.
Il rombo di una spada a catena riempì l’aria. Jorack cercò di evitarla, ma era troppo tardi…la lama gli attraversò lo stomaco fuoriuscendo dall’altra parte. Le sue gambe cedettero mentre la spina dorsale veniva recisa e un urlo straziante fuoriuscì dalla sua gola.
Il suo aguzzino lo guardò con un sorriso raggiante. “E ora muori!…lentamente, te ne prego, così potrai vedere come violento quella ragazza prima di farle fare la tua stessa fine!”.
Quelle parole fecero scatenare una furia assoluta nel ragazzo, mentre uno calore bruciante si diffondeva all’interno del suo corpo. Afferrò il volto dell’uomo con la mano destra e si rimise in piedi. Sollevò l’avversario con la sola forza del braccio. Il soldato lasciò la presa dell’arma e cercò inutilmente di strapparsi quella mano dal viso.
“Questa è la morte che meriti…” disse il ragazzo con voce sibilante, poi strinse la presa. Il volto dell’uomo esplose, ridotto ad una massa di carne ed ossa fratturate. Il suo corpo ricadde a terra, mentre il cervello fuoriusciva da quell’orrenda cavità che una volta era stata la sua faccia.
Jorack estrasse la spada dal ventre e si diresse barcollando verso Keiko.
La ragazza indietreggiò di qualche passo guardandolo terrorizzata.
“ Non ti farei mai del male…” disse triste il ragazzo per tranquillizzarla. Poi tornò verso le guardie e si spogliò indossando una delle loro divise. Fece finta di non notare le occhiate che Keiko, di nascosto, gli lanciava.
“Hai completamente guarito le mie ferite, non sono rimaste neanche le cicatrici….”disse rivolto alla Coscienza.
“Il nostro legame si è molto rafforzato in questi ultimi tempi…Noto come stai guardando la cicatrice a forma di stella che porti sul petto. Quando te la sei fatta non avevo ancora recuperato tutti i miei poteri, ma non preoccuparti…non te la toglierò, ti dona molto sai?”.
Jorack non disse nulla e seguì la ragazza mentre saliva le scale.
“Ma non dovevamo scendere?” fece notare la Coscienza.

“No, no e no!” urlò il tenente Vasquez mentre batteva una manata sul ripiano della sua scrivania. Guardò in volto gli uomini che erano sull’attenti di fronte a lui, poi rivolse un occhiata alla sua destra cercando uno sguardo di complicità nel volto del Commissario Trall. Con sua delusione, il commissario restò impassibile.
“Non vi concederò di lasciare il campo base per cercare un solo uomo…e per di più avendo come unica traccia le parole di un folle grassone! Ma guardatevi! Vi portate dietro anche un soldato traditore e un bambino!”.
“Il soldato è stato giudicato Absoltus da padre Jonas ed è stato integrato nei ranghi della Legione” esclamò Flavio.
“Ma il bambino è comunque un civile!” continuò il tenente.
“E’ ora di tirare fuori il tuo piano…” bisbigliò Dedalus ad Arturus.
“Il tenente ha perfettamente ragione, e se mi lasciate spiegare chiarirò velocemente la mia situazione!” iniziò a dire Leonardo, ma il sergente lo interruppe.
“Il ragazzino non conosce l’Imperatore…”.
Il gelo calò tra i presenti.
“Che cosa?” sibilò Trall portando la mano alla pistola requiem.
“…ma nonostante tutto credo sia nostro dovere colmare questa sua lacuna” aggiunse in fretta Arturus sorridendo.
“Il sergente ha ragione” disse Trall calmandosi. “Credo che i prossimi vent’anni saranno sufficienti…”.
“Aspettate! Questa è un’ingiustizia, dovete sapere che io…” iniziò a protestare il ragazzino.
“Taci soldato!” il vocione del sergente veterano Hartman fece quasi esplodere i vetri delle finestre del piccolo ufficio. “Signore, questi uomini hanno ancora a disposizione una settimana di permesso. Capisco i suoi problemi, la città deve ancora essere pacificata e durante il trasporto verso l’altro continente il Titano Invictus è di nuovo scomparso…ma non crede che con tutte queste preoccupazioni, l’alto comando non noterà l’allontanamento di solo sei soldati?…appartenenti per di più ad un reggimento di cui non si interessa nessuno”.
“Io me ne interesso…” volle precisare Trall. “Comunque mi sembra una richiesta accettabile, tanto più che il soldato Jorack si è macchiato del crimine di essersi fatto catturare e dovrà essere giudicato da me…”.
Vasquez si appoggiò sbuffando allo schienale della sua poltrona. “Ma fate un po’ quello che volete!” disse stropicciandosi gli occhi.

Grazie al travestimento di Jorack riuscirono a passare altri tre posti di blocco. Giunsero quindi di fronte ad una grande porta a doppio battente. Gli ambienti intorno a loro erano riccamente ammobiliati.
“Sei sicura che sia la strada giusta?” chiese il ragazzo
“Sì, dentro quella stanza si trova il passaggio segreto. E’ la sala del trono, ma di solito il signore planetario non c’è..”.
L’Autarca Ianus Kevir, intento a guardare una mappa stesa sul pavimento, diede loro il benvenuto.
L’uomo, sulla quarantina e dal corpo magro ed anchilosato, si trovava al centro del grande salone circolare. Candidi marmi e stucchi dorati abbellivano la sala, mentre le molte porte che si trovavano lungo le pareti spiccavano per il loro colore nero.
Jorack vide sul volto dell’uomo la stessa espressione stupita che doveva avere lui in quel momento.
Il ragazzo si lanciò contro il signore planetario, ma questi puntò contro di lui un dito. Un anello con incastonata una grossa ametista emise un fugace raggio viletto e Jorack sentì il suo corpo irrigidirsi.
“Annulla questa specie di blocco!” urlò mentalmente il ragazzo.
“Non posso!”rispose la Coscienza. “I muscoli non rispondono agli stimoli elettrici!…quanto è debole il corpo di voi umani…”.
“Mi sei costato caro, sicario da quattro soldi….” disse l’Autarca avvicinandosi. “Ci vorranno un bel po’ di ore e un mucchio di energia vitale perché questo artefatto xeno si ricarichi”.
“E durante questo tempo tu sarai vulnerabile…” commentò Keiko facendosi avanti.
“Taci stupida puttanella!” la insultò Ianus. “Non pensavo che saresti stata così coraggiosa da cercare di tradirmi. Meriti solo una morte rapida!”.
L’Autarca estrasse un’elaborata pistola laser e sparò un colpo contro la ragazza.
La figura di Keiko divenne sfocata mentre il raggio la attraversava, poi sparì del tutto per ricomparire circa un metro più a destra. Ianus sgranò gli occhi incredulo. La giovane guardò il suo vestito: la schivata era stata talmente rapida che l’attrito con l’aria lo aveva ridotto a brandelli. Se lo strappò di dosso con un rapido movimento, rivelando un corpo atletico e avvolto da un’attillatissima divisa di pelle rossa.
“Un’assassina del culto della morte!” strillò l’Autarca. “Ma non importa, lo scudo che mi protegge darà il tempo alle mie guardie del corpo di fare irruzione e farti a pezzi!”.
“Fossi in voi non ne sarei così sicura…”disse Keiko in tono gelido. La ragazza strinse la mano destra e una lama di luce spuntò da un meccanismo nascosto nel suo avambraccio. In un istante fu addosso a Ianus e lo colpì con un fendente alla gola. La testa dell’uomo volò nell’aria, per poi ricadere a terra e rotolare lontano.
“Una lama C’tan!” esclamò meravigliata la Coscienza.
La ragazza si impossessò dell’anello con l’ametista, poi guardò verso Jorack. Fece un passo verso di lui, poi qualcosa la trattenne. Gli voltò le spalle, allontanandosi.
“Grazie per l’aiuto” si limitò a dire. “Ci ho messo un bel po’ di tempo per trovare un prigioniero adatto…comunque non vale la pena ucciderti, ci penseranno le guardie…” detto questo attivò un micro-faro di teletrasporto nascosto nella sua cintura, e scomparve.
Immediatamente il corpo di Jorack tornò a muoversi normalmente. Il ragazzo era molto triste, era stato nuovamente tradito da una persona che aveva guadagnato la sua fiducia.
Le porte si spalancarono, mentre decine di soldati si riversavano nella sala.
“E adesso cosa facciamo?” chiese Jorack mentre il panico si faceva strada dentro di lui.
“Combatterai...” rispose la Coscienza in tono lugubre. “All’inizio sarai pieno di forza e spavaldo, gioirai per ogni nemico sconfitto e ti sentirai invincibile…poi inizieranno i dubbi. Ti chiederai se sia necessario tutto quello spargimento di sangue e ti porrai domande senza risposta sul perché della guerra. La tristezza guiderà il tuo sguardo verso i volti delle persone che ucciderai…ti chiederai se quei soldati hanno famiglia, se ci saranno figli che resteranno orfani per colpa tua…poi inizierà la stanchezza e con essa la paura. L’istinto di sopravvivenza ti spingerà a fare qualsiasi cosa pur di restare in vita…i momenti di lucidità si faranno sempre più brevi mentre regredirai a uno stato semi animalesco…”.
“…e poi?…” chiese terrorizzato il ragazzo.
“…e poi…resteranno soltanto i battiti del tuo cuore…”.

“Missione compiuta, mio signore…” disse Keiko inginocchiandosi.
“Dammi immediatamente la lama C’tan!” ordinò Abraxtes.
“Eccola, insieme all’anello…adesso credo di avere dimostrato di essere all’altezza di entrare nel tempio Callidus” la ragazza alzò lo sguardo speranzosa.
“Stupida incapace!” la rimproverò il Sommo Inquisitore colpendola con un calcio in pieno volto. “Per recuperare questo giocattolo hai sacrificato la vita di quel giovane!”.
“Ma mio signore…io non ne sapevo nulla!” disse la ragazza singhiozzando.
“Taci imbecille! O santo Imperatore, non so se sei più stupida tu o quel demente di Dorial che è riuscito a farsi catturare! Ti sembra normale che un prigioniero qualunque abbia tali poteri di rigenerazione? Non immagini neanche da quanto gli stavo dando la caccia, e adesso per colpa tua rischio di perderlo per sempre!”.
“Vi prego, perdonatemi!” lo supplicò Keiko strisciando per terra.
“Solo le tue urla potranno placare la mia rabbia!” sentenziò Abraxtes mentre dalle sue mani guizzavano dei fulmini bluastri.
Le grida della giovane rimbombarono per le sale della grande Nave Nera in orbita attorno al pianeta.

TUM-TUM-TUM-TUM-TUM-TUM-TUM-TUM-dolore-TUM-TUM-TUM-TUM TUM-TUM
“Jorack combatti in difensiva! Il braccio sinistro è inutilizzabile e io non posso guarirlo adesso, devo prima pensare ai polmoni e alla milza!”.
TUM-TUM-TUM-TUM-TUM-TUM-TUM-TUM-perdita di equilibrio- TUM-TUM-TUM-TUM
“Attento! La sala è piena di corpi e il terreno è reso scivoloso da tutto quel sangue!“.

Nessuna pietà…

TUM-TUM-TUM...TU-TUM...TU-TUM...TU-TUM-chi ha parlato?-TU-TUM...TU-TUM
“No Jorack! Non smettere di combattere!”.

Nessuna speranza…

...TU-TUM...TU...TUM...TU...TUM...Imperatore misericordioso! Ma quanti ne ho uccisi? …stanno arrivando altri rinforzi…fucili termici, addirittura un cannone laser…
“E’ finita Jorack, e io ancora una volta me ne devo andare…mi spiace davvero tantissimo…”.
“Non importa…grazie per avermi aiutato…posso farti un ultima domanda?”
“Certo, qualunque cosa per te amico mio”.
“Perché hai scelto proprio me?”.
“…ma, non mi chiedi chi io sia in realtà?”.
“Ora non ha più senso saperlo…”.
“…è vero, scusa…in effetti non c’è una ragione particolare. Mi piacerebbe dirti che è perché sei speciale, ma in realtà è stato solo un caso…uno scherzo delle vie del destino…In tutti questi eoni sono stata ospitata da un’infinità di corpi appartenenti ad un’infinità di razze. Tutti hanno avuto una vita molto breve…solo tu sei sopravvissuto così tanto, solo grazie a te ho riacquistato buona parte dei miei poteri. Mi ero quasi illusa di poter portare a termine la mia missione…”.
“Perdonami, non sono stato in grado di aiutarti…”.
“Non dire questo Jorack! Hai fatto tantissimo per me, mi hai insegnato cosa vuol dire provare dei sentimenti! Sono profondamente in debito con te…non so cosa esiste dopo la morte, forse semplicemente ricomincia tutto da zero, forse tutto questo è già accaduto…comunque sia, ti prometto che ci rivedremo!”.
“Ti aspetterò con gioia, ma ora fammi un ultimo favore…lasciami morire solo con me stesso…”.
Jorack sentì una profonda pace scendere su di lui, si inginocchiò incrociando le mani sul petto formando il simbolo dell’aquila protettrice.
Iniziò a pregare: “Sommo Imperatore, ti prego, perdona i miei peccati. Proteggi mia madre e mio padre…dona felicità ai miei amici e fa che non soffrano per la mia perdita. Non credo di essere degno di sedere ai tuoi piedi, ma ti scongiuro…accogli la mia anima nel tuo paradiso e lascia un posticino accanto a me, così quando anche le persone a cui voglio bene mi raggiungeranno…potremo restare tutti insieme in un’eternità di gioia…”.


E L’IMPERATORE RISPOSE…

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