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La Gilda di Dark and Light

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Cronache della 365ma Legione Galattica
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Dedalus

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MessaggioInviato: Lun Nov 15, 2004 10:42 pm    Oggetto:  Cronache della 365ma Legione Galattica
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Tali capacità descrittive e tale vena narrativa va premiata, per questo motivo ho spostato il racconto nel Cortile, sezione + congeniale e levato i commenti superflui per far gustare completamente il racconto. Per questo motivo perfavore non postate nello stesso commenti ma fateli in un post nella taverna, lasciate pulito il post alla vena creativa dello scrittore, grazie. (CaTa)



Prologo

...prima un piede, poi l'altro...un passo dopo l'altro...

Gli sporchi stivali militari sollevavano piccole nubi di polvere e scorie ogni volta che toccavano l'arido terreno. La figura curva e martoriata si trascinava lentamente, lasciando dietro di sé tracce miste a gocce di sangue.

...un passo dopo l'altro...

Questo era l'unico pensiero al quale la sua mente si aggrappava disperatamente per non precipitare nel baratro della follia.
"La tua fuga è inutile" gli suggerì quel poco di coscienza lucida che gli restava.
"Sia che tu vada a piedi o con l'astronave più veloce della galassia non puoi scappare dalla cosa che ti insegue. Tutti i più grandi eroi dell'Imperium l' hanno già affrontata e sono stati sconfitti, persino l'Imperatore è stato costretto a rifugiarsi dentro il trono d'oro. Cosa puoi fare tu?".

...un passo dopo l'altro...

Così com'era giunta, all'improvviso la sua coscienza tornò a nascondersi in qualche oscuro recesso della sua mente.

...un passo dopo l'altro...

Egli alzò gli occhi gonfi verso l'orizzonte, tutto tremolava per il gran caldo.
Percepì appena il basso, continuo sibilo della cosa che lo inseguiva e che ripeteva all'infinito: "Nessuna pietà...nessuna speranza...c'è solo MORTE.



Cap.1 L’inizio

Jorack Brennet si strinse contro la parete nord della Domus Tactica. Era arrabbiato non solo perché era arrivato in ritardo e la lezione era quasi finita, ma anche per la fine pioggerellina che stava cadendo da alcuni minuti e che prometteva di bagnarlo fino alle ossa. Si strinse nel suo striminzito mantello di sintolana e proseguì verso la sua meta: una bassa finestra dell’edificio.
La grande costruzione aveva un solo piano, ed il suo aspetto lugubre stonava con la semplicità delle casette del villaggio immerso tra i verdi campi. All’interno si tenevano i corsi di formazione per gli appartenenti alle FDP,e si mormorava anche dell’esistenza di una piccola stanza di simulazione dove poter combattere svariati tipi di battaglie virtuali. Purtroppo nessuna delle poche finestre dell’edificio dava su questa sala e Jorack continuava a dubitare circa la sua effettiva esistenza.

Con il favore della notte raggiunse la vetrata senza problemi, alzò con circospezione la testa e sbirciò dentro.
“…e per concludere voglio sottolineare il fatto che, nonostante la maggior parte dei mondi del Segmentum Ultima appaiano come poco più che escrementi di mosca sulle mappe stellari dell’alto comando, ognuno di loro è importante ed occupa un posto nel cuore e nei piani dei nostri governanti! … La lezione è finita, ricordate di ripassare i capitoli sulla strategia tiranide ed eseguire i rituali di devozione”.
L’anziano capitano proferì quest’ultima frase tutta d’un soffio, come se l’avesse ripetuta un milione di volte ed ora non avesse più alcun significato.
L’aula si svuotò in fretta ed il capitano uscì lentamente. Jorack , deluso, si staccò dal muro ed iniziò ad avviarsi verso casa.
“Il buon vecchio Raizar si sbaglia”, pensò fra sé, “a nessuno importa di Valigar IV. In questo sperduto mondo agricolo non c’è nulla di importante, tutto è nella media: il rapporto tra mari e terre emerse, tra superficie coltivabile e non, tra nascite e morti, perfino la quantità di ossigeno, azoto e scorie radioattive che compongono l’atmosfera sono normali!…Però c’è sempre il grande Manufactorum dei tecnopreti che sorge in quel luogo isolato…ma è vietato avvicinarvisi ed anche solo pensare ad esso”. Mormorò un breve inno di pentimento per i suoi pensieri eretici.

“Salve soldato! Cosa ci fai qui a quest’ora?”, la voce di Raizar lo scosse dalle sue riflessioni. Il ragazzo scattò istintivamente sull’attenti. Sapeva di aver eseguito il saluto in modo goffo, ma nessuno gli aveva mai insegnato come farlo nel modo corretto.
“Signore!…”rispose.
“Comodo! Comodo! Ricordati che non fai parte delle Forze di Difesa Planetaria e che un semplice civile come te non è obbligato a salutarmi così. Dunque, stavi ancora spiando le mie lezioni…tuo padre lo sa?”.
“Ehm…no signore…”.
“Perché non gliene parli?”.
Jorack rimase in silenzio. Suo padre non avrebbe mai acconsentito al suo desiderio di divenire un soldato. Nonostante fosse un veterano del 122° Cadiano e fosse una delle quattro o cinque persone ancora vive che siano entrate a Vogen per prime ed uscite per ultime, il solo accennare in un discorso alla guerra od all’esercito era sufficiente a farlo urlare di terrore ed a fargli venire le convulsioni. Nessuno sapeva quali orrori aveva visto e come fosse sopravvissuto e lui se ne guardava bene dal farne parola. La sua massima preoccupazione ora, era la coltivazione delle terre che gli erano state assegnate al momento del congedo. Comunque, nonostante il suo carattere schivo e riservato, era stato un buon genitore.
Il capitano parve capire e sorrise al giovane. Studiò il suo volto, avvenente nonostante i lineamenti squadrati e la pelle troppo abbronzata dal sole, ed il suo corpo, reso forte ed atletico dal duro lavoro nei campi. Occhi azzurri e corti capelli neri infine, facevano di lui un vero cadiano purosangue. Sarebbe stato un ottimo soldato e, con un po’ di addestramento, forse sarebbe potuto entrare anche nei corpi speciali.
I due proseguirono insieme per un breve tratto, poi giunti ad un incrocio si salutarono.
“Ragazzo, domani sera dopo le lezioni vorrei parlarti. Non mancare”.
“Ci sarò signore!”.
Ognuno proseguì per la sua strada, mentre la notte e la pioggia ne inghiottirono le figure.


Il Sommo Inquisitore Abraxtes squadrò sbuffando la figura sorridente del rubicondo Lexmechanicus Dorial.
Si era sempre chiesto come mai non fosse già stato riciclato dalle squadre di manutenzione. Infatti i massicci impianti neurali che uscivano dalla sua nuca e dalla schiena, (e che lo rendevano simile ad un grasso porcospino), avevano interagito in modo anomalo con le sue sinapsi cerebrali dotandolo di un feroce e penoso senso dell’umorismo. Il Sommo Inquisitore era un tipo tetro e Dorial stonava troppo al suo fianco.
“Non ho tempo da perdere! Dimmi quello che devi ed in fretta!”
“Mio reverendissimo Signore sono arrivate delle immagini interessanti dalle nostre sonde del Segmentum Ultima”. Fece seguire alle parole un ampio e plateale gesto per indicare un servoteschio che si avvicinava ronzando. Dagli occhi bionici del cranio di quell’antico servo, fu proiettato un ologramma molto disturbato e quasi incomprensibile. Dorial vide gli occhi di Abraxtes luccicare di rabbia, si voltò verso il servoteschio, si volse di nuovo verso l’inquisitore, sorrise, iniziò a sudare copiosamente, fece un inchino, ne fece un altro, poi una riverenza. Quando vide la mano di Abraxtes scivolare lentamente verso il calcio di una pistola plasma, ruotò di scatto pronunciando velocemente la litania del sacro colpo e la applicò sul servoteschio. Il piccolo servitore iniziò a dondolare a destra ed a sinistra mentre i piccoli motori gravitazionali cercavano disperatamente di tenerlo in aria, comunque l’immagine divenne nitida. Si vedeva una splendida spiaggia di qualche isola tropicale. Vi era una figura solitaria stesa sulla sabbia: quella di una procace fanciulla il cui viso era stranamente familiare…anzi era proprio quello dell’inquisitore!
Dorial divenne paonazzo nel vano tentativo di reprimere le risa, Abraxtes si passò una mano sul volto mentre (con suo netto disappunto) la furia omicida lasciava il posto all’ilarità.
“Per favore…vogliamo passare alle cose serie?”
Saggiamente il Lexmechanicus obbedì. Comparve la figura di un possente guerriero coperto da un’arcaica armatura di metallo nero, era orbo ed un braccio era stato sostituito dal gomito in giù da un rozzo arto di ferro. Un immenso spadone era assicurato alla sua schiena.
“Dorial, sai che non mi occupo dei mondi a bassa tecnologia…vediamo qualcos’altro”.
Comparvero tre giganteschi guerrieri del caos coperti di armature rosso sangue ed ottone. Tra di loro si trovava anche una minuta figura. Una ragazza dai cortissimi capelli biondi, sulla guancia sinistra aveva un codice a barre e sulla fronte il simbolo di Khorne tracciato con del sangue.
“Una donna tra i Divoratori di Mondi?!?! Per i denti dell’Imperatore! Un altro scherzo!”.
Dorial quasi inciampò mentre si ritraeva dall’inquisitore, che si era alzato in piedi per strozzarlo con le proprie mani. Azionò nuovamente il comando a distanza ed il servoteschio proiettò l’immagine di un ragazzo dai capelli neri e dagli occhi azzurri. Il giovane era chino e lavorava la terra. Lo sguardo di Abraxtes, così come la sua attenzione, vennero totalmente attirati da quel volto.


Il possente Tzeentch fece un breve gesto e le forme del giovane Jorack, di Abraxtes e di tanti altri comparvero di fronte a lui.
“Chissà cosa succede se ne unisco i fili karmici?” disse divertito.
Ovviamente sapeva già la risposta, ma gli piacevano queste palesi dimostrazioni di potere e poi facevano gioire anche i milioni di esseri che, prostrati ai suoi piedi lo veneravano in continuazione.
Fece comparire la Ruota del Destino, allargò le braccia ed esclamò:”Le vie del destino sono aperte!”.
La ruota cominciò a vorticare, accompagnata dagli ululati di cieca devozione della folla.

*********
Siccome il nostro Cortile è composto in prevalenza da racconti Fantasy, ho pensato fosse meglio postare in Taverna le Cronache: se il Concilio lo riterrà opportuno le lascherà qui, o le sposterà nel Cortile. 8)
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MessaggioInviato: Lun Nov 15, 2004 10:42 pm    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Mer Nov 17, 2004 10:19 pm    Oggetto:  
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Cap. 2 La prova

La zappa colpì il terreno per l’ennesima volta. Jorack si fermò a riprendere fiato. Il sole era alto e la giornata afosa. Una qualunque altra persona sarebbe stata di cattivo umore per l’eccessivo sforzo e per il troppo calore, ma sul suo volto splendeva un bel sorriso: ”questa notte…” continuava a ripetersi eccitato.
Si volse verso un puntino all’orizzonte che si stava lentamente avvicinando. L’Omnia Agricola guidata da suo padre sarebbe giunta entro un’ora, segnando la fine della giornata di lavoro. Questa gigantesca “cosa”, in parte macchina, in parte organismo senziente, in parte…chissà cos’altro, era indispensabile per coltivare gli immensi campi tipici di ogni mondo agricolo. Tuttavia, nonostante i prodigi che il Dio Macchina gentilmente concedeva ai cittadini imperiali, era il semplice lavoro manuale che, secondo i Brennet, dava i risultati migliori. Per questo il giovane utilizzava quasi esclusivamente degli strumenti arcaici, che suscitavano le risa dei vicini.
“Se continui a perdere tempo con questi stupidi pensieri, non riuscirai a finire in tempo. Cosa pensi che succederebbe se tuo padre ti obbligasse a proseguire il lavoro anche di notte?” gli intimò la sua coscienza.
“E’ vero accidenti!”.
Jorack era abituato fin dalla nascita a parlare con questa sua parte irrazionale, che ogni tanto sbucava fuori dal nulla per dargli dei consigli. Per lui era una cosa normale e gli era tornata utile parecchie volte. A cinque anni ne aveva parlato con suo padre e sua madre che, preoccupati, lo avevano subito portato ad una missione del Ministrorum dove un predicatore lo aveva analizzato. Fortunatamente non fu riscontrata nessuna possessione demoniaca ma solo una sviluppata fantasia e quindi, con grande sollievo dei genitori, fu unicamente applicata la semplice flagellazione rituale.

Pochi minuti più tardi terminò i suoi compiti, ripose la zappa e si diresse verso la borraccia dell’acqua, appesa ai rami più bassi di un albero adiacente al campo. Mentre stava per dissetarsi, una grande ombra calò su di lui. Il giovane ruotò in un lampo su sé stesso e tirò un potente calcio circolare. Il suo piede, invece di colpire il volto dell’assalitore, impattò contro i muscoli di ferro di un possente torace. Il bestione, ridacchiando, indietreggiò di un paio di passi massaggiandosi il petto.
“Cavolo! E’ impossibile fregarti Jorack!” disse sorridendo.
“Ormai questo scherzo è vecchio, e ci sono cascato fin troppe volte Gorn!”.
Si strinsero la mano. I due si conoscevano fin da bambini ed erano uno il miglior (ed unico) amico dell’altro. Gli altri bambini, infatti, li evitavano e li deridevano, Gorn in quanto mutante, Jorack in quanto figlio di un pazzo.
“E’da un po’ che non ti si vede più in giro brutto testone!…tutto bene?”
“Sì tappo, comunque il motivo lo sai…”
“Hai trovato notizie di tua madre?”
“Finalmente sì. Sapevo che la sua sparizione all’interno del Manufactorum nascondeva qualcosa. Le parole dei Tecnopreti erano false, il Dio Macchina non aveva veramente bisogno di lei.”
“Aspetta un attimo…cosa hai intenzione di fare? non vorrai commettere qualche stupidaggine!”.
“...”
“Almeno aspetta fino a domani, quando potrò aiutarti anch’io!”
“Grazie, sapevo di poter contare su di te...”.

Quella notte, Jorack sgusciò fuori dalle coperte, si vestì in fretta e si diresse verso la porta. Sbirciò nella stanza dei genitori. Erano entrambi a letto, suo padre russava leggermente mentre sua madre si stava rigirando su di un fianco. Sapeva che lei faceva finta di dormire, e che fingeva di non essere a conoscenza delle sue fughe notturne. Mormorò un ringraziamento ed accostò la porta.

Sotto uno splendido cielo stellato arrivò alla Domus Tactica, raggiunse il luogo dell’incontro ed attese. Dopo pochi minuti apparve la figura del capitano Raizar.
“Bene ragazzo, vedo che sei puntuale. Seguimi”.
“Signore...io...non posso entrare nella Domus”.
“Non sei capace di mentire, so che non desideri altro che questo. Muoviti e basta!”.
I due varcarono le spesse porte in plastacciaio ed imboccarono uno stretto ed oscuro corridoio.
“Sembra l’entrata di una fortezza...”
“Esatto ragazzo, in caso di pericolo questo è l’edificio più sicuro della zona. Ci sono anche delle scorte di cibo sai? Direi che possiamo andare direttamente in armeria...tanto le altre aule le hai gia spiat...ehm viste giusto?”
“Esatto signore...” rispose Jorack arrossendo.
Sui lati del corridoio si trovavano diverse porte, alcune semplici e logore, altre in ottime condizioni e decisamente robuste. Fu davanti ad una di queste che si fermarono. Raizan stese una mano sulla parete di fianco all’entrata e recitò una supplica di ingresso. La porta si aprì scorrendo dolcemente di lato. La stanza era debolmente illuminata da alcune elettrotorce. All’interno si trovavano diverse teche di cristallo, all’interno delle quali erano contenute diverse armi ed armature. Il giovane si avvicinò ad esse con gli occhi spalancati per la meraviglia.
“Ma questo è un M41!!! un fucile ad impulsi per corazzature leggere!”
“Ben detto ragazzo, e quella è una spada a catena standard. Quella laggiù invece è l’armatura d’ordinanza e di fianco, abbiamo quella termoplastica, con protezioni aggiuntive per le truppe scelte.Ti piacerebbe provarle?”
“No signore…questo proprio non posso farlo…”
“Non preoccuparti! Sarà solo una finzione!”
“L’aula di simulazione!”. Il suo cuore gli martellava nel petto, mentre i due si dirigevano verso una scala che portava nei sotterranei.
Giunsero di fronte ad un’altra porta, il capitano l’aprì e…Jorack rimase molto deluso.
La stanza aveva una forma esagonale, era piccola e spoglia. Al suo centro si trovava una semplice sedia di legno, sopra la quale pendeva un casco integrale collegato a sua volta ad una massa di fili che si perdevano nell’oscurità del soffitto.
“Siediti!”
Il giovane guardò con un po’ di preoccupazione le robuste cinghie di cuoio che spuntavano dai poggia braccia e dallo schienale.
“Già…quelle…non ti preoccupare ragazzo. Servono solo ad evitare che tu ti faccia male. Quando avrai indossato il casco, potrai sentire la mia voce e rispondermi col pensiero. Dovrai affrontare alcune…prove, niente di particolare, sono solo test di routine. Ecco ora che sei ben legato possiamo iniziare. Sei pronto?”
Jorack annuì preoccupato. Dentro di lui, la sua coscienza era invece molto calma anzi, quasi annoiata. Era come se avesse già affrontato situazioni simili, come se tutto questo fosse solo un gioco banale.
Col pesante casco calato sul volto, il giovane non vedeva nulla, poi all’improvviso si ritrovò in un palazzo in rovina. Sul pavimento di fronte a lui era schierato in bella mostra un equipaggiamento completo: fucile, pistola e spada, un voluminoso zaino ed un armatura completa sulla quale erano fissate anche alcune granate. Si mosse desideroso verso tutto quel ben di dio, poi notò l’ombra alle sue spalle.
“Gorn!” gli gridò la sua coscienza e Jorack si esibì in uno splendido calcio circolare. Invece di colpire il petto dell’amico, il suo piede raggiunse in pieno volto un soldato che stava cercando di accoltellarlo alle spalle. La testa dell’uomo venne spinta con violenza all’indietro mentre sangue e denti volavano ovunque, poi il suo corpo giacque immobile al suolo con la mascella piegata in un’angolazione impossibile.
“Notevole! Ma non montarti la testa ragazzo, quattro reclute su dieci ce la fanno al primo tentativo”.
Lo scenario iniziò a tremolare ed il giovane riuscì ad agguantare solo il fucile e l’armatura prima di sentire i suoi piedi sprofondare nel fango di una lurida trincea. Era circondato da altri commilitoni intenti a sparare, riuscì ad infilarsi l’armatura prima che un sergente lo raggiungesse.
“Che diavolo fai soldato! Dormi? Datti una mossa!”.
Jorack si sporse dalla trincea ed al suo cuore mancò un battito. Migliaia e migliaia di nemici mutanti avanzavano lentamente da tutte le direzioni. I loro corpi erano appesantiti da massicce armature, solo la testa era scoperta, e fu su quella che mirò i suoi colpi.
Il primo caricatore fu un disastro completo. Meno di due spari su dieci raggiunsero il bersaglio, ricaricò il fucile e la sua mira iniziò a migliorare nettamente, tanto che arrivò a piazzare quasi tutti i colpi al cranio. Non ebbe però il tempo di gioire, i nemici erano troppi e la sua ultima cartuccia venne sparata direttamente in bocca ad una di quelle mostruosità. Usò l’arma come mazza e si preparò a vendere cara la pelle.
“Accidenti ragazzo, ti segnalerò per i cecchini cataciani!”. Raizar era sconcertato dall’abilità del giovane. Quello scenario veniva affrontato dai soldati solo verso la fine del corso, e pochi di loro avevano mostrato altrettanta bravura. Decise di passare direttamente alla simulazione finale. Era uno scenario illegale, che si era procurato grazie ad un suo vecchio amico Machinator dei Magli dell’Imperatore, un amicizia nata nell’inferno di Vogen. Lo scopo era quello di far capire al soggetto che il corpo umano aveva dei limiti e che, in casi estremi, era necessario dare la vita pur di vincere il nemico. Il capitano lo aveva affrontato varie volte e con scarsi risultati.

Jorack era nel mezzo della mischia, i mutanti avevano invaso la trincea e molti dei suoi compagni erano morti. Ormai combatteva in modo meccanico, era stanco e non capiva dove trovava la forza per parare l’ennesimo attacco, e per calare il calcio del suo fucile a spaccare l’ennesima testa.
Tutto iniziò nuovamente a tremolare, e si ritrovò steso su di un freddo pavimento di metallo. Fu solo dopo svariati minuti, passati a respirare affannosamente, che si accorse di essere senza armatura e senza armi. Si alzò a fatica e si guardò intorno. Una spettrale luce azzurrina filtrava da sotto i suoi piedi, mentre centinaia di pesanti catene pendevano dal soffitto immerso nell’oscurità. L’ambiente sembrava non avere fine ed il giovane iniziò a vagare senza meta. Sentì un tintinnio alle sue spalle, si voltò e vide che, effettivamente, alcune di esse dondolavano lentamente. Si avvicinò con circospezione e ne prese una in mano, facendola oscillare. Immediatamente tutte le altre iniziarono a tremare emettendo un fragoroso clangore. Jorack si inginocchiò tappandosi disperatamente le orecchie, guardò istintivamente verso l’alto e rimase paralizzato dal terrore. Un essere mostruoso si stava gettando su di lui, correndo sulle catene ad una velocità inconcepibile.
La creatura era dotata di due agili gambe, di due braccia vagamente umane e di altri due arti dotati di possenti artigli. Una testa umanoide sbavante ed una corta coda, completavano il suo corpo deforme.
Sentì il suo corpo scattare. Non sapeva come, fosse per lui si sarebbe rannicchiato a piangere come un bambino. Usò la catena per parare l’artiglio diretto alla sua gola. Gli anelli di ferro che la costituivano vennero tagliati come burro, e fu allora che la sua rabbia esplose. Sentì i suoi muscoli gonfiarsi, strinse il pezzo di catena che gli era rimasto in mano e colpì il mostro in piena fronte una, due, tre volte. Dell’icore bluastro venne spruzzato sul suo volto, ma la bestia era dura da uccidere. I loro corpi rotolarono a terra in un vorticare di ferro ed artigli. Jorack ululò come una belva, continuando a colpire strappò con un morso un occhio dell’essere, poi si sentì un sonoro crack provenire dal cranio del mostro che, dopo una breve convulsione, si accasciò immobile al suolo. Il ragazzo non smise di tempestarne il corpo con pugni e calci, arrivando addirittura a mettersi a quattro zampe ed a divorare coi denti il nemico sconfitto. Notò appena i dolorosi squarci che si stavano aprendo sui suoi polsi.

“Per l’Imperatore!” mormorò il vecchio capitano.
Spense immediatamente la macchina e corse a liberare il giovane. Le convulsioni del suo corpo erano tali da rischiare di spezzarne i polsi, saldamente legati dalle cinghie di cuoio.
Quando Raizar levò il casco, gli occhi di un folle incontrarono il suo sguardo.
“Ora basta soldato!” gridò.
Il ragazzo riprese il controllo di se stesso, massaggiandosi i polsi sanguinanti. “Sono stato grande! Vero signore?” disse con una risatina isterica.
“Certo, certo. Ma ora dobbiamo medicare quelle ferite. Poi andremo diritti a casa, è notte fonda e siamo tutti e due molto stanchi”.

Raizar non riuscì a chiudere occhio. Come poteva un semplice umano fare quelle cose? A Vogen ne aveva viste di tutti i colori, ma nulla poteva essere paragonato allo spettacolo offerto quella sera dal ragazzo. Doveva parlarne al più presto con suo padre.

Jorack si avvolse nelle coperte e si addormentò sorridendo. Fece dei bellissimi sogni. Decine di quelle creature, il cui nome era forse Genoraptor, lo attaccavano da ogni lato mentre lui le macellava con inumana efficienza e spietatezza.

_________________
Quando le tenebre caleranno sulle città dell'Alleanza, io sarò là.
Quando i vili servi del Re Lich usciranno dalle loro tane per spargere il terrore, io sarò là.
Quando anche l'ultimo mostro sarà perito sotto i potenti colpi del mio martello, io sarò la,
ad osservare la volta celeste la cui grandezza è simile all'amore che provo per te.
Ed aspetterò il sorgere del sole così come attendo il giorno in cui anche tu proverai lo stesso sentimento ch'io provo per te.
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MessaggioInviato: Dom Nov 21, 2004 10:53 pm    Oggetto:  
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La produzione si scusa per il ritardo di pubblicazione e provvede a postare i capitoli secondo programma.

Capitolo 3 Inizia l’avventura

Il giorno seguente Jorack e Gorn si ritrovarono nell’unica locanda del paese: la Valtermar’s Inn. Era uno squallido locale, con pochi e vecchi tavoli in lamiera e sedie scricchiolanti. Il proprietario poi era un vecchio scorbutico talmente tirchio, che da anni non faceva revisionare i suoi impianti cyberuditivi. Bisognava quindi urlare per parlare con lui. Nonostante tutto, grazie alla cucina affidata a due esperti mezz’uomini ed alla mancanza di altre alternative, il locale era un piccolo paradiso.
“E’ andato tutto bene ieri sera?” chiese dubbioso Gorn. L’espressione seria e decisa del volto dell’amico era molto insolita.
“Certo, ora so di poter contare su me stesso. Non ho più paura” rispose.
“Allora vuol dire che sei pronto per seguirmi. Ho preparato tutto il necessario…”
“Questo non è un giardino pubblico! Se volete stare seduti in uno dei miei tavoli dovete ordinare qualcosa, altrimenti levatevi dai piedi!” sbraitò Valtemar.
“Due birre per favore!!!”, il vocione del bestione fece quasi tremare i vetri, tuttavia il vecchio si sporse in avanti per sentire meglio. Dopo che la frase fu ripetuta per altre due volte, l’oste sembrò aver finalmente capito e, dopo aver nervosamente annuito, si allontanò mugugnando qualcosa di incomprensibile.
“Dicevi?”
“Sì…dunque, come sai è da cinque anni che mia madre è scomparsa. Si era recata al Manufactorum per chiedere delle medicine per mio padre ai tecnopreti. Ovviamente aveva provato prima all’Officio Medicae, ma gli era stato risposto che noi mutanti non abbiamo diritto ad essere curati”.
“Così avete ottenuto le medicine ma…”
“…ma mia madre dovette pagarle in qualche modo. Non so cosa le chiesero, so solo che non si seppe più nulla di lei. Almeno fino a tre giorni fa, quando ho incontrato un Genetor rinnegato. L’uomo stava scappando dal Manufactorum e, in cambio di soldi, mi ha dato questa mappa dell’edificio e mi ha assicurato che mia madre era ancora viva”.
“Ti rendi conto che molto probabilmente ti ha mentito?”
“Lo so…ma ormai è l’unica speranza che mi è rimasta”. I suoi occhi si riempirono di lacrime.
Jorack sentì stringersi il cuore. La vita era stata molto dura col suo amico, e lui aveva promesso che avrebbe fatto di tutto pur di aiutarlo e renderlo felice. Così facendo, infatti, avrebbe salvato anche se stesso.
“E’ meglio partire subito, così arriveremo prima del tramonto” disse mettendogli una mano sulla spalla.
Finirono in fretta le birre ed uscirono dal locale a passo sostenuto. Sul volto di Gorn riapparve un lieve sorriso quando sentì le urla di Valtemar alle sue spalle: erano usciti senza pagare. I due si misero a correre ridacchiando.

Come previsto, raggiunsero il complesso di edifici prima del tramonto. Dense volute di fumo nero ed acre si levavano dalle immense ciminiere, avvolgendo il Manufactorum in un’oscurità perenne. Questo sorgeva all’interno di un antico cratere meteorico a circa 10 chilometri dal loro paese. Le strutture di metallo erano circondate da un alto muro ma, secondo la mappa del Genetor, esisteva un piccolo passaggio che permetteva di attraversarle.
I due si nascosero dietro una grossa pietra e valutarono la situazione.
“Tuo padre non si arrabbierà quando non ti vedrà al lavoro?” bisbigliò Gorn.
“Mio padre capirà. Sembra che l’ingresso principale sia ben sorvegliato” rispose Jorack, indicando le due postazioni di mitragliatori requiem ai lati delle massicce porte.
“Già, ma laggiù si trova la nostra scorciatoia”.
“Cosa? Lo scarico delle fogne?!”.
“Se non ti piace la puzza, ci sono sempre i requiem…”
“Mi adeguerò…”.

Si avvolsero degli stracci bagnati davanti alla bocca per proteggersi dalle esalazioni, poi si avventurarono nel tunnel di cemento dal quale usciva lo scuro fiumiciattolo di liquami. Entrambi rivolsero una preghiera di ringraziamenti all’Imperatore, quando si accorsero che il passaggio era dotato di uno stretto marciapiede: era infatti pericoloso venire a contatto con quelle sostanze tossiche.
Jorack accese una torcia. Grazie alla sua luce tremolante, videro che pochi metri più avanti una pesante inferriata bloccava loro il passo. Gorn si avvicinò esaminando le sbarre arrugginite e consumate, afferrò la cancellata e con uno strattone la divelse.
“Cerca di fare meno casino!” sbraitò il ragazzo mentre si chinava a raccogliere una delle sbarre. L’avrebbe usata come arma in caso di emergenza. Stava quasi per suggerire all’amico di fare lo stesso, quando la sua coscienza gli suggerì che una creatura in grado di scardinare un’inferriata di mezza tonnellata probabilmente non ne avrebbe avuto un gran bisogno.
Proseguirono finché non videro una scaletta a pioli che saliva.
Jorack (dopo aver passato la torcia all’amico) vi si arrampicò e dopo parecchi metri scorse sopra di sé una pesante grata. La alzò con circospezione e sbucò in quello che sembrava un magazzino. Casse e vecchi macchinari erano sparsi un po’ ovunque, aiutò Gorn a salire, lo rimproverò perché aveva perso la torcia e, sfruttando ogni riparo possibile, si avvicinò all’unica uscita.
Per fortuna la porta era aperta, la socchiuse con cautela e sbirciò fuori.
Un lungo corridoio di metallo si allungava sia a destra sia a sinistra. C’erano diverse porte, sopra alcune vi era una piccola luce intermittente rossa, per le altre era verde.
“Rosso chiuso, verde aperto…facile no?” gli fece la sua coscienza, “meglio sfruttare quelle aperte piuttosto che far scattare l’allarme nel vano tentativo di forzare le altre”.
Proseguirono a destra, e mentre stavano per raggiungere un incrocio sentirono delle voci avvicinarsi. Colti dal panico, si rifugiarono nella più vicina stanza aperta.
Videro passare una singolare processione di mostruosità metalliche, ognuna sembrava recitare una preghiera diversa, ma nell’insieme queste si fondevano in un armonioso e solenne coro.
In testa si trovava una figura vagamente umanoide coperta da un logoro saio viola. Aveva dei pesanti cingoli al posto delle gambe, sul suo volto era fissata con dei chiodi la pelle di quello che un tempo doveva essere stato il suo viso. Dalle orbite vuote usciva una massa di fili collegati ad un servoteschio, che scriveva in continuazione su un lungo rotolo di pergamena. Dietro di lui, si trascinavano una decina di creature di svariate forme insettoidi. Erano loro che intonavano i canti. Due cherubini completavano il gruppo. Svolazzavano reggendo degli incensieri, dai quali usciva un acre fumo verde fosforescente. Jorack notò con disgusto che i loro visi devastati assomigliavano a quelli di due bambini che conosceva, e che erano morti da poche settimane.
“Cosa dicono?” chiese il bestione
“Non lo so, è Alto Gotico”.
“Noi ti ringraziamo o possente Deus ex Mechanicus, poiché con la purezza dell’acciaio ci aiuti a sconfiggere la debole carne…” cantilenò la sua coscienza, ma il ragazzo si guardò bene dal tradurlo all’amico.

Raizar era seduto al tavolo della cucina dei Brennet. Guardava il viso preoccupato della madre del ragazzo, mentre l’espressione del padre sembrava imperturbabile. Il capitano sapeva che l’uomo stava lottando con le sue paure, e la divisa militare che indossava certo non lo aiutava.
“Nostro figlio è sempre stato un bravo ragazzo, la prego non faccia parola di quello che è successo ieri sera.”
“Non si preoccupi signora, non sono queste le mie intenzioni. Dov’è Jorack?”
“Oggi non si è presentato al lavoro. Forse sta gironzolando da qualche parte col suo amico Gorn” rispose seccamente Anton Brennet.
La conversazione fu interrotta da forti colpi alla porta.
Anton andò ad aprire, ed il vecchio Valtemar si fece largo nella stanza.
“Quei due disgraziati se ne sono andati dal mio locale senza pagare!”
“Sa dove si stavano recando?” gli chiese Raizar.
“Mi sembra di aver sentito qualcosa riguardo al Manufactorum…forse volevano entrarci, comunque per i miei soldi…”
“Come volevano entrarci?! Si faranno ammazzare!” gridò disperata Margaret Brennet
“Perché ce lo dici solo adesso!” incalzò il padre
“Non potevo mica lasciare incustodito il locale! Ho aspettato l’ora di chiusura per venire qua.”
Raizar ed Anton si guardarono brevemente in faccia, poi si precipitarono fuori della casa.
“Siete sicuro di aver sentito bene? Non eravate forse sordo?” disse la madre scrollando Valtemar avanti ed indietro.
“Come??? …Non capisco!”

“Oooh…eccovi finalmente o possente rappresentante dell’Omnissia! Vedo che avete portato anche uno xeno per gli esperimenti. Il viaggio da Acheron III è stato di vostro gradimento?”.
I due si voltarono di scatto e videro una grassa figura gobba ricoperta da stracci. Lunghi fili e connettori elettrici uscivano dalla sua schiena, mentre il volto era nascosto da un cappuccio.
“Certamente! Facci strada”. Rispose con sicurezza Jorack, poi bisbigliò a Gorn: “Reggimi il gioco! Forse questo stupido ci porterà da tua madre”.
“Mentre camminiamo puoi rispondere ad alcune mie domande?”
“La mia banca dati è a vostra completa disposizione o sommo…”
“Possiamo visitare la sala dove sono tenuti i prigionieri e le cavie xeno?”
“Ehm…vuole dire le sale di esposizione reperti in stasi?”
“Sì, sì…quelle.”
“Per di qua!”
Attraversarono parecchie stanze e corridoi.
Jorack notò che ad ogni bivio la figura si accovacciava per terra, eseguiva uno strano rituale e poi ridacchiava. All’ennesimo incrocio gli si avvicinò per vedere meglio. Il servitore prendeva dalle sue sporche vesti un piccolo sacchetto, ne estraeva un orrendo dito indice imbalsamato, poi si chinava a terra e lo faceva girare vorticosamente. La via che era indicata era quella che avrebbero preso.
“Questo qui è completamente matto” commentò rivolto a Gorn.
“Non abbiamo altra scelta! Comunque, nel caso ci voglia fare uno scherzo, avrò il piacere di stritolarlo tra le mie mani”. Poi, mentre proseguivano, il bestione iniziò a canticchiare nervosamente: “Guerrieri…giochiamo a fare la guerra?…Guerrieri…”

Il dito finì di girare ed indicò un lungo ed oscuro corridoio. IL Lexmechanicus Dorial rise di gusto. Non poteva credere alla propria fortuna. Aveva sempre azzeccato la via giusta, e senza dover barare! Sì, si sarebbe proprio divertio...

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Quando i vili servi del Re Lich usciranno dalle loro tane per spargere il terrore, io sarò là.
Quando anche l'ultimo mostro sarà perito sotto i potenti colpi del mio martello, io sarò la,
ad osservare la volta celeste la cui grandezza è simile all'amore che provo per te.
Ed aspetterò il sorgere del sole così come attendo il giorno in cui anche tu proverai lo stesso sentimento ch'io provo per te.
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MessaggioInviato: Dom Nov 21, 2004 10:54 pm    Oggetto:  
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Cap.4 Viaggio nel passato

I tre giunsero di fronte alla porta della sala di stasi. La superficie era rovinata dal tempo, e ricoperta da uno spesso strato di ossidazione.
“Siamo finalmente arrivati?” domandò esasperato Jorack
“Certamente mio signore…il mio dito…ehm…istinto, è infallibile”
“Facci strada dunque!”
La stanza dei reperti in stasi era un grosso salone, pieno di tavoli di legno sui quali spiccavano ogni sorta di contenitori ed alambicchi. Allineati lungo le pareti, torreggiavano una decina di giganteschi contenitori cilindrici collegati a dei videoschermi. Lo spesso strato di polvere, che ricopriva ogni cosa, indicava che il locale non veniva utilizzato da anni.
“Preferisce iniziare dai reperti umani, mio signore?”
“No, dammi tutte le informazioni che hai sugli xeno denominati Bestioni, che si trovano in questa struttura”
“Immediatamente!”, la figura ricoperta di stracci si avvicinò ad un cogitator, premette alcuni tasti e si mise ad aspettare.
Passarono alcuni minuti senza che nulla accadesse. I due amici si scambiarono sguardi spazientiti.
“Allora?! Non succede nulla?”, sbuffò Gorn
“Un po’ di pazienza e ne vedremo…anzi ne vedrete delle belle!”
Jorack sentì improvvisamente la testa pesante, la sua vista si oscurò e percepì il pavimento contro la sua guancia.
Di fianco a lui, il bestione iniziò ad imprecare ed a sputacchiare. La vista gli ritornò, ed anche lui iniziò a tossire per liberarsi la gola dalla polvere. Si trovava…su una duna di sabbia?!?!
Si alzò a fatica, lottando contro le vertigini. I tre erano stati misteriosamente trasportati nel bel mezzo di uno sterminato deserto. Il rosso della sabbia contrastava col cielo di un azzurro intensissimo, mentre il vento trasportava il profumo salino del mare.
“Per l’imperatore! Dove ci troviamo?”
“Sei nel mare dei ricordi, giovane umano. Se mi lasci spiegare con calma…”
“Brutto bacherospo!!!” Gorn si lanciò contro Dorial nel tentativo di strozzarlo, ma le sue mani lo attraversarono senza incontrare alcuna resistenza.
“Ovviamente sono un ologramma! Non sono stupido come voi. Pensavate di poter entrare così facilmente nel Manufactorum? Non pensavo che la trappola del finto Genetor e del passaggio segreto avrebbe funzionato così bene…eh si! Sono proprio un genio!”
Il bestione tentò nuovamente di colpirlo, al che il Lexmechanicus iniziò a saltellare goffamente ed a fare le boccacce. Arrivò addirittura ad abbassarsi i pantaloni ed a mostrare le terga in segno di disprezzo.
“Ora basta! Cerchiamo di fare le persone serie! Ok, ci hai fregato, cosa vuoi da noi?”
“Molto semplice, voglio ripercorrere il vostro passato. Per farti meglio capire, inizierò da quel cervello di Grox che tu chiami amico. Camminiamo insieme!…ah, dimenticavo, io mi chiamo Dorial”.
“Non mi interessa, basta che facciamo in fretta!”, sentenziò Gorn sputando per terra.
Raggiunsero la duna successiva, il forte calore creava diversi miraggi.
“Cosa vedi?”
“Un bel niente! Aspetta, ma quello è il pianeta dove sono nato!”
“Non sapevo che provenissi da un altro pianeta…”, disse Jorack
“Zitto giovincello! Non ci interrompere!…dunque per quanti anni ci sei vissuto?”
“Pochissimo, le condizioni di vita erano talmente dure e la popolazione talmente ostile verso noi mutanti, che per salvarci la vita fummo costretti a trasferirci su Valigar IV”.
“Ed una volta giunti qui avete deciso di diventare degli agricoltori…oppure avresti preferito fare qualcosa di diverso?”
“Forse sì ma, come ti ho già detto, a quelli della mia razza non vengono concesse molte possibilità”
“Quindi, quali sono le tue conclusioni?”
“Senti, sono venuto qui per ritrovare mia madre, non per giocare ad inutili quiz!”
“Stupido! Questo non è un gioco sciocco. Sto cercando di farti capire se il destino delle persone è scritto, oppure se sono loro a crearselo! Mai sentito parlare di libero arbitrio? Dalla tua espressione direi proprio di no…Ebbene, che tu ci creda o no, avevi la possibilità di modificare la tua vita. Spesso, infatti, durante il tuo girovagare in cerca di tua madre hai incontrato persone che ti hanno chiesto di unirsi a loro per intraprendere un’avventura, altre volte ti sei trovato nelle condizioni di rifarti una nuova vita su di un altro pianeta, ma ogni volta vi hai rinunciato per proseguire la tua ricerca. Sei stato tu a voler essere ciò che ora sei diventato, certo la vita ti ha messo spesso i bastoni tra le ruote, ma hai avuto la tue occasioni…”
“…”
“…questo a differenza del tuo amico…”, Dorial si voltò verso Jorack. “Vediamo qual è la tua storia…”
I miraggi tremolarono brevemente, apparve l’immagine di un gigantesco palazzo, ma fu solo per una frazione di secondo e la visione era molto confusa.
Poi si ritrovarono nella sala dei reperti in stasi.
Il Lexmechanicus sgranò gli occhi, immobilizzandosi per la sorpresa.
“Sono ormai abituato a questi giochetti da quattro soldi”, la sua coscienza parlava tramite la sua bocca, “Questo programma agisce sulle sinapsi cerebrali a livello conscio quindi, con un minimo di allenamento, si può interagire con esso ed addirittura farlo terminare a piacere…Gorn…”
Il bestione non se lo fece ripetere due volte, afferrò Dorial per la gola ed iniziò a strozzarlo.
“Ti farò…vedere…tua…madre!” gorgogliò questo
Il gigante allentò la presa quel tanto che bastava a non farlo soffocare, e gli permise di usare nuovamente il cogitator . Sullo schermo apparve la figura di una femmina di bestione. Il suo volto era intimorito, ed era vestita solo con un corto camice bianco. Una voce fredda e metallica iniziò a commentare le immagini.
“Giorno uno, cavia XK1554/2, inizio del trattamento ore 10.5. Il soggetto è in buona salute e pronto per l’intervento”.
“Giorno tre, cavia XK1554/2, fine dell’operazione ore 21.8. Operazione riuscita, soggetto prossimo alla morte. Iniziare trattamento di stabilizzazione”.
L’orrore delle immagini fu tale, che la mente di Jorack vacillò sull’orlo della pazzia. La povera madre di Gorn era stesa su di un lettino operatorio, le braccia erano state amputate ed al loro posto si trovavano dei tubi che la collegavano a strani macchinari. La cassa toracica era stata aperta, il cuore asportato e sostituito con un rozzo organo artificiale. Dai suoi occhi scendevano lentamente delle lacrime: era pienamente cosciente di quello che le stavano facendo.
La voce continuò crudelmente a descrivere i giorni seguenti, finchè…
“Giorno centodue, cavia XK1554/2, ore 8.3. La fragilità ossea ha raggiunto livelli estremi. Si riscontrano numerose fratture del bacino quando il soggetto viene costretto a mettersi seduto.”
“Giorno centoundici, cavia XK1554/2, ore 16.9. Le funzioni vitali del soggetto sono prossime alla fine. Il sommo Tecnomagus Rialcon dispone la sua messa in stasi. Nonostante il fallimento degli esperimenti, abbiamo raccolto sufficienti informazioni per proseguire le nostre ricerche”.
“Giorno centoquindici, cavia XK1554/2, ore 24.0. Si accerta la totale cessazione delle funzioni cerebrali del soggetto”.
A quelle parole, uno dei contenitori disposti lungo le pareti della sala si aprì, mentre del vapore ghiacciato scivolava verso il pavimento. Dentro si trovava un gigantesco cilindro di cristallo. Al suo interno era conservato il corpo della madre, era stato sezionato ed i suoi organi interni erano disposti con ordine intorno ad essa. Il tutto galleggiava immerso nel trasparente liquido di stasi.
Gorn non disse niente, crollò in ginocchio portandosi le mani alla testa e fissò il vuoto.
Dorial ne approfittò per attivare l’apertura di altre due camere di stasi. Jorack si lanciò su di lui, ma era troppo tardi. Da queste uscirono due servitori arma. Le loro braccia sinistre erano ancora di carne e stringevano delle pistole requiem, mentre quelle destre erano costituite da delle protesi di metallo che terminavano con dei magli potenziati. Un attimo prima che aprissero il fuoco ,il giovane ribaltò un tavolo e vi si nascose dietro trascinando con sé l’amico.
“Gorn!” gli gridò scrollandolo. Il bestione uscì dal suo stato catatonico, ma solo fu un breve istante di lucidità: i suoi occhi furono illuminati dalla pazzia.
Saltò oltre il tavolo, mentre Jorack lo seguiva urlando. Gorn si lanciò contro uno dei due servitori. Venne colpito alla spalla ma, ignorando il dolore, riuscì ad afferrarlo per le braccia. Quella umana venne spezzata senza difficoltà, ma il maglio potenziato gli maciullò la mano sinistra.
“Non sparare al ragazzo!” urlò il Lexmechanicus all’altro servitore, che si bloccò all’istante mentre il suo programma di lotta andava in conflitto con il nuovo ordine.
Jorack ne approfittò per scivolare attraverso le gambe del Cyborg. Giunto alle sue spalle, si rialzò e lo colpì alla nuca con la sbarra di ferro, che aveva gelosamente custodito infilata alla sua cintura. La testa del servitore si piegò di lato ma, con un sonoro CLAK, ritornò nella posizione corretta.
“Pessima idea…”commentò il ragazzo guardando la sbarra piegata.
Venne afferrato alla gola dal maglio. Cercò disperatamente di lottare, ma la spaventosa forza dell’arma gli fece presto perdere i sensi.
L’ultima cosa che vide, fu il suo amico che crollava per terra mentre l’altro servitore si avvicinava per finirlo.
“Questa è la realtà. Non uno stupido simulatore. Non sei ancora pronto per fare veramente quello che hai combinato nel test del capitano Raizar. Per ora sei solo un debole essere umano. Non dimenticarlo mai!”gli ricordò la sua coscienza.
Poi fu solo oblio…

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MessaggioInviato: Mar Nov 23, 2004 10:59 pm    Oggetto:  
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Capitolo 5 Una nuova vita

La cella era di medie dimensioni, otto passi di lunghezza per cinque di larghezza, ma l’oscurità che la avvolgeva la faceva apparire claustrofobia. Una piccola feritoia era l’unico impianto di aerazione. Il pavimento era ricoperto di paglia marcescente e sporcizia, nell’aria stagnante si avvertiva un forte fetore. Jorack, appoggiato contro un angolo delle pareti di metallo, non se ne curava: ben altri erano i suoi pensieri.
“Sconfitto…su tutta la linea! Quanta stupida sicurezza avevo in me stesso! Non sono altro che una nullità…Ed ora?…Gorn non è qui, forse…morto…Cosa mi faranno?”
Il suo corpo tremò al ricordo delle immagini della tortura riservata alla madre dell’amico.
Guardò i vincula magnetici che gli serravano i polsi, una spessa catena d’adamantio li univa ad una parete. Volse poi lo sguardo alla finestrella: la luna piena incontrò i suoi occhi, avvertì appena il lontano rombo di una jeep.
“Hai la stessa espressione che ebbi io, quando mi rinchiusero qui dentro la prima volta…”
La figura trasandata di un vecchio si trascinò sotto la feritoia, in modo che la poca luce che filtrava lo illuminasse. Il suo volto sorridente, incorniciato da una barba incolta, era segnato dal tempo e dalle cicatrici, il braccio destro era bionico, mentre i suoi lucenti occhi azzurro-ghiaccio suggerivano una grande forza interiore.
“Chi sei? Con tutto questo buio non ti avevo ancora visto…”, disse il giovane con sospetto. “Aspetta! …Ma tu sei senza catene! Come hai fatto? Sei forse un veterano di molte guerre? Sai come uscire? Sei…”
“Un po’ di pazienza ragazzino! Mantieni la calma e non seppellirmi di domande. Ah! I giovani d’oggi …ai miei tempi…”
“O mamma!…i soliti discorsi dei vecchi…tipo “avete sempre fretta…” “non avete più rispetto” e bla bla bla…”
“Cerca di essere un po’ più educato con una persona che non conosci! Ne ho viste di cose io, che voi umani non potreste neanche immaginare…navi da battaglia in fiamme al largo dei bastioni di Orione, ed ho visto…”
“Certo…certo…ma ora è meglio se mi aiuti a liberarmi dalle catene. Dobbiamo trovare il modo di fuggire.”
“Silenzio!!!”, il sorriso era sparito dal viso dell’uomo. Il suo sguardo duro ed il suo tono di voce imperioso esigevano obbedienza e rispetto assoluti. Jorack si sentì schiacciare da quella presenza. Volse lo sguardo a terra mormorando delle scuse.


La jeep sfrecciava a velocità folle sulla strada dissestata che conduceva al Manufactorum. Anton Brennet guardò il vecchio capitano, impegnato nella guida. Il suo sguardo era deciso, ma lui sapeva che dentro quell’uomo cresceva l’eccitazione per l’imminente battaglia. Certo, era facile per i graduati provare tali sentimenti. Belle uniformi, pasti regolari ed abbondanti, plateali incitazioni al coraggio ed all’andare a farsi massacrare…ovviamente sempre rivolte agli altri e non comprendenti anche sé stessi. Nessuno di loro sapeva cosa voleva dire stendersi a dormire nel fango, con la speranza di riuscire a risvegliarsi il giorno seguente. Oppure sparare contro il nemico, mentre le mani ti tremano talmente tanto dalla paura, che quasi il fucile ti cade a terra.
“Grazie all’Imperatore, sembra un veterano…” pensò tra sé, “almeno non dovrò portarmi dietro un peso”.
Raizar fermò il mezzo. Dai sedili posteriori, estrasse due fucili laser e delle granate.
“Da qui proseguiremo a piedi”, disse. “Ti ricordi come si fa?”, il suo tentativo di battuta non riuscì a sciogliere la tensione del compagno, ed anche il suo accenno di sorriso svanì in fretta.
“Muoviamoci”.


Il braccio bionico sfiorò i vincula, ed essi si aprirono senza la minima difficoltà.
“Bene! Ora fai finta di essere ancora legato. Quando qualcuno entrerà lo aggredirai, e poi scapperemo. Non potrò esserti di molto aiuto sai, sono vecchio e stanco…ma conosco una via di fuga…”
L’attesa non fu lunga. Si sentì un fastidioso rumore di cingoli avvicinarsi. La porta venne aperta ed il tecnoprete entrò nella cella. Era la bizzarra figura che aveva visto alla testa della processione di insetti-macchina. Il servoteschio si voltò verso di lui, ignorando completamente il vecchio, quasi che non lo vedesse.
“Benvenuta, giovane cavia…che splendido esemplare! Sia lodato il Dio Macchina per il dono che ha concesso a Rialcon, suo umile servo!”
“Siete voi il Tecnomagus Rialcon?”
“Come fai a conoscermi?”
“Le ricorda qualcosa la cavia XK1554/2 ?”
“Le domande qui le faccio io, comunque ti risponderò. Analisi dati…ah! Ricordo…la femmina di bestione…”
“La madre del mio migliore amico, quella che tu hai torturato ed ucciso!”, Jorack sputò contro la figura del Tecnomagus.
“Non sprecare tutta questa tua vitalità, conservala per resistere ai miei esperimenti…”. I cingoli, che aveva al posto delle gambe, iniziarono a stridere e Rialcon cominciò ad andare su e giù per la stanza. Il servoteschio, o per meglio dire, i suoi occhi rimasero fissi sul giovane.
“I miei studi sulla creazione di un mutante d’assalto si erano arenati. Nonostante gli esperimenti sulla cavia XK1554/2 avessero dato risultati incoraggianti, mi mancava ancora qualcosa…TU”
“Ti rendi conto che il maglio ad energia, che ti aveva afferrato, avrebbe dovuto spezzarti il collo con facilità? Invece sei solo svenuto…perché?”
“Non lo so, forse è perché mi fido del mio corpo, a differenza tua, che sostituisci col metallo la tua debole carne.”
“Parli così solo perché non sai nulla! Io ho raggiunto l’immortalità! Guardami…sono vivo da oltre mille anni, e la mia mente è ancora lucida ed il mio corpo intatto”, allargò le braccia in una sacrale atmosfera di potenza.
Gli improvvisi spari dei mitragliatori requiem, posti a difesa delle porte principali, spezzarono l’incanto. Jorack si avvicinò alla feritoia per vedere.
“Quegli stupidi sono già arrivati! Ma non riusciranno ad arrivare fino a qui”
Il ragazzo restò a bocca aperta. Le due figure che si muovevano zigzagando verso l’entrata, erano quelle del capitano Raizar e…di suo padre! I loro movimenti erano perfetti, la loro velocità ed i loro riflessi erano stati temprati da decenni di guerra.
Si volse nuovamente verso il tecnoprete, doveva agire e subito.
“Hai talmente tanta fiducia in te stesso, da venir qui solo e da lasciare la porta alle tue spalle aperta…un errore che fino a poche ore fa avrei fatto anch’io…”
Il servoteschio si volse istintivamente verso l’entrata. Jorack corse verso Rialcon e spiccò un balzo. Afferrò il teschio e colpì con entrambi i piedi il corpo del Tecnomagus. I cavi che collegavano il piccolo servitore alle orbite vuote del volto del tecnoprete si spezzarono. Le sue urla di dolore rimbombarono nella cella.
“Corri ragazzo!”, urlò il vecchio.
Si lanciarono nel corridoio mentre, dietro di loro, Rialcon aveva estroflesso dal suo corpo strane armi e sparava all’impazzata tutto intorno.


I due avanzavano coprendosi a vicenda con brevi raffiche mirate. I mitragliatori requiem erano stati eliminati con due granate, e la porta fatta saltare con una carica termica. Dei servitori arma cercarono di fermarli. Raizar ne eliminò due, mentre Anton lanciò una granata per rallentare gli altri.
“Secondo gli schemi che ho trovato nella Domus Tactica, le celle sono al piano superiore! Prendiamo quelle scale!”
“Attenzione! Attenzione!…I reattori al plasma sono fuori controllo! Esplosione prevista tra…due minuti!!!”, la stridula e sciocca voce di Dorial venne diffusa da tutti i Fono Vox del manufactorum, creando il caos più totale.
Si fecero largo tra strane mostruosità metalliche, che si muovevano qua e la in cerca di una via di fuga.
Anton combatteva anche contro i fantasmi del passato. Era di nuovo a Chantelle Street, nei quartieri del centro di Vogen. Solo un suo commilitone era sopravvissuto agli scontri della giornata. All’improvviso due Caos Marines dei Signori della notte, dotati di reattori dorsali, si gettarono su di loro. Riuscì ad abbatterne uno, mentre il secondo fu eliminato dal suo compagno.
Raizar estrasse il pugnale dal petto del cherubino.
“Ecco spiegato il mistero delle scomparse di cadaveri dal cimitero del paese…”, rivolse poi una breve preghiera per le anime di quei due sfortunati bambini.
L’obbiettivo era ormai vicino, e nonostante quella recluta (gli sembrava si chiamasse Raizar) lo rallentasse, sarebbero riusciti a concludere la missione in tempo per il rancio.
Doveva liberare un importante esponente dello stato maggiore, che era tenuto prigioniero nel palazzo. Voltato un angolo lo vide, era con un anziano servitore e come sempre si era cacciato in un pasticcio da cui lui doveva toglierlo. Due ribelli stavano per sparare su di lui. Gli gridò di gettarsi a terra ed aprì il fuoco abbattendone uno. Il sopravvissuto rispose sparando nella sua direzione, si gettò al suolo, ma fu troppo lento. Tornò improvvisamente alla realtà. Non era più il veterano di un tempo, ed anche se i suoi riflessi erano allenati, quella frazione di secondo di incertezza gli era stata fatale. L’ultima cosa che sentì, fu la voce di suo figlio…del suo salvatore che lo chiamava.

“Padre!”. Jorack afferrò il corpo di Anton e, con l’aiuto di Raizar, lo portò al riparo.
“Attenzione! Attenzione!…L’esplosione avverrà tra un minuto!…Beh, è meglio se me ne vado!” concluse Dorial con una risatina.
“Non ti preoccupare, se la caverà”, disse il capitano.
“Dobbiamo fuggire, ne stanno arrivando altri ed io so dove sono le capsule di sopravvivenza” si intromise il vecchio.
Le raggiunsero mentre le prime esplosioni squassavano l’intera struttura.
“Entrate!”, Raizar spinse il vecchio e Jorack dentro una di esse, “Io li rallento. Non preoccuparti, devo restituire un favore a tuo padre e non lo abbandonerò. Le capsule hanno solo due posti e se vuoi essermi di qualche aiuto, è meglio che resti qui e badi a questo signore: mi sembra un tipo speciale e ti potrà aiutare a pilotare questo trabiccolo…comunque ci rivedremo presto!”.
Detto questo, attivò la capsula, che venne lanciata nel cielo. La cabina era mal pressurizzata e, per l’eccessiva accelerazione, i due persero subito conoscenza. Poco dopo il Manufatorum sparì in un immensa palla di plasma.


“Sveglia!”. Un pesante scarpone militare lo colpì in pieno stomaco. Jorack si piegò in due per il dolore. Sentì delle mani che lo afferravano e lo tiravano in piedi.
“Caporale Arturus, tutti pronti?”
“Sì signore!”
“Caporale Flavio, faccia l’appello!”
“Si signore!”
Jorack era ancora in stato confusionale, e sentì appena la sfilza di nomi che venivano chiamati.
“Jorack Brennet!…Jorack rispondi!”
“P…Presente!”, balbettò.

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MessaggioInviato: Gio Nov 25, 2004 11:15 pm    Oggetto:  
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Capitolo 6 Primi passi

Jorack si riprese in fretta.
Si guardò attorno. Era in fila con dei soldati all’interno di un grosso hangar. Casse di munizioni e taniche di combustibile, erano disposte tutto intorno a loro. Al centro del vasto ambiente, troneggiava una gigantesca navetta da sbarco. Ai suoi lati, infine, si allungavano due file di lugubri croci. Sopra di esse, erano inchiodati i corpi straziati di alcuni uomini
Di fronte a lui, camminava avanti ed indietro quello che doveva essere il loro comandante: un uomo di mezz’età, i cui corti capelli brizzolati facevano ancor più risaltare l’impianto bionico che gli occupava metà circa del viso. Il suo volto era duro, ed il suo fisico massiccio.

L’occhio bionico sibilò, mentre le ottiche si mettevano a fuoco sulle sue nuove reclute.
“Sono il Sergente istruttore Hartman!… Da questo momento e fino alla vostra morte, voi appartenete alla Legione Galattica!…il che significa che d’ora in poi, voi appartenete a me!”

Jorack rabbrividì a quelle parole: aveva sentito parlare della famigerata Legione Galattica.
Era un’unità a metà strada tra quelle dell’esercito regolare e la Legione Penale. I peggiori criminali dell’Imperium, ai quali qualche pazzo aveva concesso una possibilità di perdono, ne entravano a far parte: infatti, chi fosse sopravvissuto a vent’anni di servizio attivo, avrebbe visto cancellati tutti i suoi reati.

“Voglio che vi rivolgiate ai vostri compagni chiamandoli solo per nome! I vostri cognomi non esistono più, così come voi non esistete più agli occhi del nostro beneamato Imperatore!”
“Lodato sia il suo nome!”, esclamò uno dei soldati delle ultime file.
“Chi è stato! Sei stato tu?!”, il sergente si mise di fronte al soldato che aveva parlato.
“Ehm…sì signore…io…”
“Ti ho forse concesso di parlare? Lurido verme! Mi fai schifo!” e concluse la frase con un manrovescio, che fece cadere a terra il poveraccio.
Mentre stava ritornando (nel silenzio più totale) davanti al gruppo di soldati, il sergente Hartman si fermò di fronte a Jorack. Lo guardò come se si accorgesse solo allora della sua presenza, e come se il suo volto gli ricordasse qualcosa.
“Come cavolo ti chiami!”
“Jorack, signore!”
“E da quale buco di pianeta provieni?!”
“Valigar IV, signore!”
“Strano!…Ho sentito che da quel posto arrivano solo tori e checche! Tu le corna non ce le hai, quindi il cerchio si restringe! … Sei qui perché il tuo LUI ti ha lasciato?”
“Assolutamente no! Signore!”, rispose sconcertato il ragazzo.
“Non occorre che tu faccia finta! … comunque nel caso tu abbia bisogno di qualcuno che ti consoli… Non pensare neanche di rivolgerti a me!”

Una risata generale accolse quella battutaccia.
Il giovane stava quasi per mettersi a piangere, non solo a causa della rabbia e della frustrazione per quell’umiliazione pubblica, ma anche per l’angoscia di non sapere né dove si trovava, né se suo padre fosse ancora vivo.
“Non stare al suo gioco!”, lo ammonì la sua coscienza. “Se ti fai vedere debole, diverrai la vittima preferita degli scherzi di tutti questi tagliagole! Rimani calmo e cerca di capire dove cavolo ti trovi, e cosa puoi fare per uscirne al più presto”.

“Bene! Ci attende un viaggio di alcune settimane, poi arriveremo sul campo di battaglia. Quale sia, a voi non deve interessare! Durante questo tempo, io farò di voi delle perfette macchine da guerra. Domani vi sveglierete presto ed inizierete gli allenamenti. Se qualcuno ha cambiato idea o si ritira durante le lezioni…sarà mio sommo piacere appenderlo su una di quelle croci!” disse, indicando quei macabri simboli di punizione che si innalzavano ai lati della navetta.
“Ora rompete le righe e ritiratevi nelle camerate. Li potrete approfondire le vostre amicizie…”, accompagnò quest’ultima frase con un malizioso sorrisetto rivolto a Jorack.
Il ragazzo si accorse che molti avevano ricambiato il sorriso, ed avevano posato i loro sguardi famelici su di lui.
“Sarà una lunga notte…”, commentò la sua coscienza.

La camerata di classe Solar era un ricordo di antiche glorie. La sua creazione probabilmente risaliva all’epoca delle grandi crociate, quando l’uomo era il padrone della galassia e le sue armate viaggiavano vittoriose attraverso le stelle. L’immenso salone conteneva un numero di letti a castello sufficiente ad ospitare più di cinquemila persone, circa mezzo reggimento, e doveva essere stato un modello di pulizia ed ordine marziale. Ora era solo l’ombra di se stesso. Più di metà delle brande era vuota, e molte di esse erano poco più che rottami sparsi sul pavimento. Poche luci funzionavano ancora e tutto era ricoperto della polvere del tempo. L’aria era mal riciclata. Quella pura era infatti molto preziosa, ed era impiegata esclusivamente per il corretto funzionamento dei motori a Promethium della nave. Jorack aveva ottenuto tutte queste informazioni parlando con uno dei soldati. Il suo nome era Tenglin e, col suo parlare spigliato, gli era subito risultato simpatico, inoltre sembrava uno dei pochi a non essere completamente pazzo.
“Come sei capitato qui?”, gli chiese mentre camminavano verso il centro della camerata.
“Per colpa di qualche innocuo furto, e di un Arbitres megalomane…”. Un radioso sorriso si allargò sulla sua faccia da schiaffi.

Il gruppo di uomini, circa duecento, fu fatto fermare e fu nuovamente costretto a disporsi su più file. Il caporale Flavio era l’unico graduato presente. Hartman ed Arturus erano spariti nel nulla.

“Ora vi saranno consegnati dei sacchi con sopra scritti i vostri nomi! Dentro troverete il vostro equipaggiamento. Abbiatene cura! Non ve ne sarà dato un altro!”, così dicendo si allontanò ed uscì dall’unico portone d’ingresso di cui era dotato il salone.

Le nuove reclute della 365° Legione Galattica si guardarono intorno sbigottite. Poi, improvvisamente, si udì un forte scricchiolio metallico e da un punto imprecisato del soffitto piovvero su di loro dei grossi sacchi di tela. Scoppiò subito il finimondo, tutti cercavano di trovare il proprio equipaggiamento e molti lottavano tra loro per accaparrarsene il più possibile.
La bolgia fu violenta ma di breve durata: l’unica cosa che rimase sul pavimento fu il corpo immobile di un uomo. Il suo cranio era stato sfondato da ripetuti calci.
L’unica cosa che Jorack era riuscito ad ottenere, era stata una gomitata in pieno volto che gli aveva rotto un labbro. Si appoggiò sanguinante ad uno dei letti a castello, si coprì il volto con le mani e pianse.
Dall’ombra, sbucò di fianco a lui Tenglin. “Smettila di fare il bambino!”, lo rimproverò. “E’ solo un taglietto. Guarda invece il mio occhio nero!”.
“Tieni! E ricordati che mi devi un favore!”, disse gettandogli addosso il suo sacco.
“Grazie! Ti sono infinitamente riconoscente. Io…”
“Aspetta a ringraziarmi. Quando ti capiterà di dovermi restituire il favore, non ne avrai più voglia”.
“Posso farti un ultima domanda?”
“Ok, ma fa in fretta. Sono a pezzi e voglio andare a dormire al più presto.”
“Se non sbaglio siamo su di una nave spaziale. Come ci sono arrivato?”
“Dunque, mi sembra che tu…”

“Tu!!! Hai rubato il mio sacco!”, i due furono interrotti dalle urla di uno dei legionari. L’omone si stava dirigendo verso di loro a grandi passi. Era alto quasi due metri ed una profonda cicatrice faceva ancor più risaltare l’espressione malvagia e sadica del suo volto.
“Credo sia giunto il momento di lasciarci…Ok che mi sei simpatico, ma aiutarti contro quella folle montagna di muscoli di Donovan mi sembra troppo. In fondo non siamo ancora fratelli di sangue e poi sai come si dice…una bella passeggiata fa bene alla salute!”, così dicendo Tenglin si dileguò.

Jorack si strinse al petto il sacco e cercò di scappare, ma venne afferrato da alcune braccia che lo trattennero. Donovan lo colpì con un possente pugno alla bocca dello stomaco. Il ragazzo, istintivamente, contrasse gli addominali, ma la violenza del colpo fu tale da togliergli il fiato. Cadde a terra, ma subito si rialzò ed iniziò a correre verso l’uscita. Si voltò e vide che sei persone lo stavano inseguendo, l’omone era invece caduto in ginocchio e si massaggiava le nocche doloranti della mano destra.
Stava per raggiungere il portone quando un calcio lo raggiunse alla schiena. Subito rispose con uno dei suoi famosi calci circolari, riuscendo ad atterrare ben due avversari.
Nello stesso tempo anche gli altri legionari si stavano buttando nella mischia: molti si dirigevano verso di lui, ma altrettanti iniziarono a picchiare chiunque avessero vicino.
Jorack si muoveva con agilità, schivando i colpi con una fluidità sbalorditiva. Spesso sfruttava lo sbilanciamento dell’avversario, per gettarlo contro il nemico successivo. Rimase stupefatto dalla sua forza: infatti, la maggior parte delle volte era sufficiente un solo pugno per mandare ko l’avversario.
Arturus e Flavio si diressero verso la camerata, attirati dalle urla e dai rumori della lotta. Quando attraversarono l’ingresso, si trovarono di fronte a più di cento soldati che se le stavano dando di santa ragione.
“Wow! Rissa!!!”, furono le uniche parole che disse il caporale Flavio prima di tuffarsi a braccia aperte nel più folto della mischia.
Il caporale Arturus si limitò a sorridere e si appoggiò al muro per ammirare lo spettacolo. Poi vide che tre tizi si stavano dirigendo verso di lui scrocchiandosi le nocche. Alzò gli occhi al cielo sbuffando, e si mosse verso di loro.

Alla fine rimasero in piedi solo in tre: Arturus, Flavio e Jorack.
Flavio si muoveva qua e là ridacchiando: si divertiva a rimettere al tappeto chiunque cercasse di rialzarsi.
Arturus si rivolse invece al ragazzo: “Complimenti! Combatti veramente bene, ma ora sarà meglio che inizi a pensare a come giustificarti col tenente. Per tua fortuna il Sergente Hartman si è dovuto assentare per qualche giorno, ed il tenente Vasquez non è altrettanto severo.

Jorack non rispose, si limitò a respirare affannosamente stringendo ancora più forte il sacco in cui era contenuta la sua nuova vita.

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Quando le tenebre caleranno sulle città dell'Alleanza, io sarò là.
Quando i vili servi del Re Lich usciranno dalle loro tane per spargere il terrore, io sarò là.
Quando anche l'ultimo mostro sarà perito sotto i potenti colpi del mio martello, io sarò la,
ad osservare la volta celeste la cui grandezza è simile all'amore che provo per te.
Ed aspetterò il sorgere del sole così come attendo il giorno in cui anche tu proverai lo stesso sentimento ch'io provo per te.
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MessaggioInviato: Dom Nov 28, 2004 11:20 pm    Oggetto:  
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Uffiiii Paul, ho avuto problemi di account e non potevo postare (Oscuro, guarda come me li hai ridotti ^^).

Capitolo 7 L’ Inquisizione inizia la caccia

La gigantesca nave nera si stava avvicinando al quarto pianeta del sistema Valigar. La “Tzadkiel”, una corazzata di classe Imperatore, era la nave personale del Sommo Inquisitore Abraxtes.

Severian, capitano della Navis Nobilitae, era seduto sul suo trono di comando. Tutt’intorno a lui technopreti e servitori erano collegati alle strumentazioni di navigazione, ed erano costantemente pronti ad eseguire ogni suo ordine.
Guardò con preoccupazione l’inquisitore. L’uomo era voltato di spalle, con le braccia conserte, ed era intento ad ammirare la superficie di Valigar IV da una delle immense vetrate gotiche del ponte di comando. Queste ultime erano un vero capolavoro. Gli esperti artigiani di Marte erano stati in grado di lavorare il vetracciaio con tale precisione, da riuscirne a sfruttare i giochi di luce ed i riflessi per creare mosaici multicolori ed ottenere le figure dei più venerati santi dell’Imperium. Purtroppo il continuo impatto con le micro-meteoriti e le battaglie che aveva affrontato la nave, le avevano irreparabilmente rovinate tanto che, in alcuni punti, esse risultavano rotte. Senza i campi di forza e gli scudi psichici, che circondavano la Tzadkiel, l’atmosfera sarebbe uscita da quei fori provocando la morte di gran parte dell’equipaggio. Lo scrupoloso commissario Sidero aveva più volte segnalato questo pericolo al capitano, ma Severian aveva sempre accantonato la questione affermando che nella vita bisognava sempre rischiare e che, addirittura, tutto questo sarebbe tornato a loro vantaggio: infatti, il sapere che la propria sopravvivenza era costantemente appesa ad un filo, avrebbe spinto l’equipaggio a dare sempre il meglio di sé in caso di pericolo.

“Maledizione!, qualcosa è andato storto…”, pensò Abraxtes osservando con attenzione la parte in ombra del pianeta. Un puntino luminoso spiccava in quell’oscurità: nonostante fosse passata circa una settimana, l’esplosione del Manufactorum era stata talmente violenta da essere ancora visibile anche a quella distanza.
“I miei ordini sono stati trasmessi al consiglio degli anziani?”, domandò ad alta voce al capitano.
“Sì Sommo Inquisitore, il consiglio si è già riunito per darle il benvenuto sul pianeta”.
“Molto bene!, tra quanto è stimato il nostro arrivo?”
“Circa due ore, Sommo inquisitore”
“Allora tenga tutte le armi pronte a far fuoco…”.

Zeiss era a capo del consiglio di anziani che governava il pianeta. Aveva raggiunto da poco i novant’anni, e si riteneva abbastanza saggio ed esperto per capire che quella visita avrebbe portato solamente dei guai. Valigar IV era un mondo agricolo sperduto e pacifico, l’ultima invasione di Orki risaliva addirittura ai tempi del suo bisnonno. Le ragioni di un’ispezione inquisitoria non potevano quindi, che essere collegate all’incidente del Manufactorum.
“Accidenti a quei maledetti Technopreti e a quando sono giunti sul nostro pacifico pianeta! Se solo sapessi dove si nasconde ora il capitano Raizar…tutto potrebbe essere rapidamente risolto consegnandoglielo!”, pensò quasi ad alta voce.
Poi riprese la direzione dei preparativi della cerimonia di accoglienza. Zeiss sapeva che le uniche cose che veramente contavano erano le apparenze, quindi il salone principale del Palazzo del Consiglio stava venendo addobbato nel modo più sfarzoso possibile. Ghirlande di fiori ed immagini dei santi adornavano le pareti, ed il bel tavolo di quercia attorno al quale si sedevano gli anziani era stato lucidato a specchio. I cibi più raffinati erano già stati preparati, mentre i migliori tecnici erano al lavoro sul gigantesco oloschermo che dominava una delle pareti della sala e che, essendo in grado di mettere in comunicazione il consiglio con qualunque avamposto del pianeta, costituiva il maggior vanto di Valigar IV.
I lavori si conclusero appena in tempo e, quando giunse l’araldo che annunciò l’arrivo del Sommo Inquisitore, tutti erano pronti al loro posto. Indossavano vestiti eleganti e mostravano volti sorridenti e falsamente amichevoli.

Abraxtes avanzò con passi misurati fino al centro della sala. Era accompagnato dal capitano Severian e da alcune guardie.
“Benvenuto sul nostro pianeta! Spero che questa umile accoglienza sia di vostro gradimento”, esordì Zeiss con un profondo inchino.
L’Inquisitore si guardò brevemente intorno con un accenno di sorriso, poi divenne improvvisamente serio.
“Tutto questo non basterà a salvare le vostre anime!”, disse in tono glaciale.
Tutti i sorrisi svanirono dai volti degli occupanti della sala e vennero sostituiti da espressioni di preoccupazione e di paura. Alcuni iniziarono a pregare l’Imperatore, un giovane paggio addirittura svenne e la brocca di cristallo che reggeva andò a frantumarsi sul pavimento di marmo. Il vino, contenuto al suo interno, andò a formare una pozza carminia simile a sangue: un cattivo presagio…

“Sommo Inquisitore, chiedo perdono per la mia sfrontatezza, ma non capisco il perché di queste minacce…siamo servi fedeli dell’Imperatore e paghiamo regolarmente le nostre decime…e poi…”
“Taci! Le vostre miserevoli vite di peccatori sono appese ad un filo sottile…ti conviene rispondere in modo esauriente alle mie domande!”.
Zeiss lo guardò seriamente negli occhi. Erse la sua esile figura, quasi a sfidare quella notevolmente più possente dell’Inquisitore. Questo gesto di coraggio ed orgoglio gli fece guadagnare la stima dei presenti, ed anche Abraxtes ne rimase piacevolmente sorpreso.
“Non meritiamo un simile trattamento! E’ ingiusto che noi dobbiamo pagare per le follie compiute da qualche pazzo, anche se si tratta di un nostro concittadino. Il Capitano Raizar ed un suo complice sono gli unici responsabili di quella disgrazia. Non sappiamo il perché l’abbiano fatto, né dove si nascondano ora. E’ addirittura possibile che siano morti anche loro nell’esplosione! Siamo comunque a vostra completa disposizione per un eventuale aiuto nelle ricerche”.
“Dunque non sapete se ci sono sopravvissuti e dove potrebbero essersi rifugiati…”
“Esatto, abbiamo scarse informazioni dell’accaduto. D’altronde siamo solo umili contadini e non sappiamo come destreggiarsi in queste situazioni…”
“I contadini non mi servono! Ho bisogno di servi fedeli e timorati, e voi non lo siete! Percepisco su di me i vostri sguardi falsamente amichevoli… siete dei meschini che cercate di abbagliare gli occhi del giusto con questo salone addobbato a festa, mentre tentate di nascondere la sozzura delle vostre anime sotto ricche vesti!”.

Un pesante silenzio calò tra i presenti. Zeiss, come tutti gli altri, abbassò gli occhi pensieroso ed addolorato. Le parole dell’Inquisitore non lasciavano speranze di perdono, e a questo si aggiungeva anche il fatto che ognuno di loro sentiva, dentro di sé, che tali accuse erano veritiere.
Abraxtes godette di quel momento di trionfo poi, mentre stava per ricominciare a parlare, fu interrotto da un fastidioso cicalio che, con suo profondo disappunto, spostò l’attenzione generale da lui ad uno dei tecnici dell’oloschermo.
Il poveraccio faticò parecchi istanti prima di riuscire a decifrare il messaggio e ne impiegò altrettanti per trovare il coraggio necessario a parlare.
“Sommo Inquisitore, c’è un messaggio per voi…però…è strano…”, iniziò a balbettare.
“Non farmi perdere tempo! Dimmi subito di cosa si tratta, altrimenti lo chiederò alla tua anima nel momento in cui abbandonerà il tuo corpo!”
“…ehm…ecco…c’è sua MOGLIE al telefono!…”.
Vi fu il più totale imbarazzo generale. Nessuno sapeva più se continuare a tremare o mettersi a ridere.
Abraxtes levò gli occhi al cielo, come ad invocare un impossibile aiuto divino. Quindi, con voce sconsolata, chiese di inviare il messaggio sullo schermo, certo di sapere di chi si trattasse.

Comparve il volto paonazzo e pesantemente truccato di Dorial. Un gigantesco e scarmigliato parruccone biondo, trovato chissà dove, gli copriva la testa. Dietro di lui si poteva intravedere uno squallido vicolo e qualche ubriacone che, mentre camminava traballando, intonava canzonacce.

“Tesoruccio, torna a casa che ho appena buttato la pasta!…beh… comunque, forse non lo sai ma il nostro ragazzino stava per evadere, e sono stata costretta ad usare dei metodi un po’ “pesanti” per non farcelo scappare! Se non fosse stato per un brutto vecchiaccio e due pazzoidi che passavano di lì, ora sarebbe nelle nostre mani…comunque ora so dove si trova. Non vedo l’ora di poterti raccontare tutto di persona! A presto ciccino!”.

L’immagine scomparve, lasciando Abraxtes furibondo.
“Capitano Severian, esca di qui con i suoi uomini…”, bisbigliò trattenendo a stento la sua rabbia.
“Ma…Sommo inquisitore, può essere pericoloso. Alcuni di loro potrebbero essere armati”.
Abraxtes voltò appena il capo nella sua direzione. “Ha per caso intenzione di discutere i miei ordini?”, disse mentre una scarica psichica gli scorreva da un occhio all’altro.
Severian poteva chiaramente percepire la paura che divorava i suoi uomini e tutti gli altri occupanti della sala, ma quella dimostrazione di furia e di potere lo lasciava del tutto indifferente. La vista psichica del suo terzo occhio gli permetteva di vedere chiaramente nell’Immaterium, e più volte vi aveva scorto i volti mostruosi dei demoni maggiori delle quattro divinità del Caos. Più volte questi avevano cercato di spaventarlo con minacce, o comprarlo promettendogli innominabili piaceri, ma egli aveva sempre resistito guidando la sua nave sulla rotta più sicura. Ci voleva ben altro, quindi, per spaventarlo.
“Andiamocene!”, disse tranquillamente e si chiuse la porta alle spalle.
L’Inquisitore tornò a voltarsi verso il consiglio.
“Non posso permettere che voi sopravviviate a ciò che avete visto oggi! E’ mio sacro compito mondare le vostre anime!”, disse liberando i suoi pieni poteri.
Un nugolo di fulmini circondò il suo corpo, mentre saette sfrecciavano dalle sue mani portando ovunque morte e distruzione. Alcuni cercarono coraggiosamente di reagire, ma quando vennero a contatto con quella specie di scudo elettrico che proteggeva il corpo dell’inquisitore, furono immediatamente ridotti in polvere.

Zeiss vide la sua fine avvicinarsi...La accettò serenamente. Aveva vissuto a lungo e felicemente, l’unico intenso dolore che aveva provato era stato tre anni prima, quando la sua amata moglie era morta…ora l’avrebbe finalmente raggiunta. Improvvisamente la vide di fronte a sé, giovane e bella come quando l’aveva conosciuta per le prima volta. “Aliandra!”, disse singhiozzando. La ragazza gli sorrise, invitandolo con un gesto a restare in silenzio. Lo prese per mano, ora anche lui era tornato giovane e forte come un tempo. Si allontanarono mano nella mano camminando in uno splendido prato fiorito…

Il massacro era finito. Sangue e pezzi di carne imbrattavano i muri, mentre il grande oloschermo era stato ridotto in frantumi. Abraxtes osservò compiaciuto il risultato del suo lavoro. Aveva adempiuto per l’ennesima volta al suo dovere. Il male era stato cancellato…certo, forse era morto qualche innocente, ma in generale non aveva commesso gravi peccati, e qualche breve preghiera di pentimento sarebbe stata più che sufficiente per ottenere il perdono dell’Imperatore.

L’Inquisitore Poss entrò a grandi passi nella sala. Chi osava disturbarlo e distoglierlo dal sua sacra caccia agli eretici? Si guardò attorno non vedendo nessuno. Usò i suoi poteri psichici sondando l’ambiente, ma ancora una volta non percepì nessuna presenza.
“Ben arrivato, inquisitore.”
“Chi osa parlarmi in questo tono confidenziale e per di più nascondendosi da vigliacco?”, urlò furioso.
“Ti chiedo scusa ma, come sai, nel nostro ambiente la prudenza non è mai troppa”, disse Kryptman uscendo dalle ombre.
Il Supremo Inquisitore Kryptman, meglio noto come Lord Kryptman, era il più anziano e saggio membro del conclave. Le sue imprese leggendarie gli avevano fatto guadagnare la stima ed il rispetto assoluto di tutto l’ordine, circolavano voci secondo le quali egli fosse addirittura uno dei dodici sommi signori della Terra.
Il suo volto aveva un sorriso benevolo e, mentre avanzava, stringeva con la sua mano bionica un pendente in platino recante il simbolo dell’Inquisizione.
Subito Poss si mise in ginocchio. “Chiedo scusa per il mio atteggiamento irrispettoso…”
“Non preoccuparti, non potevi sapere che ero io. Su, alzati e presta attenzione alle mie parole…Uno dei nostri fratelli, Abraxtes, sta agendo in modo sempre più avventato ed inizio a temere per la sua anima…Vorrei che tu lo tenessi d’occhio ed evitassi che possa compiere qualche errore irreparabile”.
“Conosco Abraxtes e, se devo essere sincero, spesso i nostri modi di agire sono simili…perché avete pensato proprio a me?”
“Per il semplice motivo che, se devo dare la caccia ad una tigre, non c’è niente di meglio che usare un’altra tigre!”
L’inquisitore Poss comprese il vero significato di quelle parole.
“Vi terrò costantemente informato”, disse. Poi si voltò e si allontanò, mentre il suo volto assumeva un’espressione decisa.
La caccia era iniziata…

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MessaggioInviato: Mar Nov 30, 2004 10:34 pm    Oggetto:  
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Ahhhhhhhh, ho l'orologio biologico sfasato ^^''''. Spero di ricordarmi di postare anche domani risolino .

Capitolo 8 14 giorni prima dell’inizio della guerra

“Un vecchio?…no, quando i nostri sensori hanno rilevato la tua navetta di salvataggio l’unica forma di vita presente a bordo era la tua”, rispose dubbioso Arturus. “Dall’esame degli annales di bordo sembra che tu abbia vagato nello spazio per circa una settimana, mi chiedo come tu sia riuscito a sopravvivere…”.
“Me lo chiedo anch’io, non ricordo nulla di quei giorni”, disse Jorack.
“Ovvio, quando ti abbiamo tirato fuori eri in una specie di coma, e ti c’è voluto un sacco di tempo per riprenderti”.

I due erano seduti in una sala piccola e disadorna, in attesa di fare rapporto al tenente Vasquez. Con loro c’era anche Flavio, che si era accomodato ad una scrivania poggiando i piedi sul tavolo. Nelle mani stringeva una palletta di plastilina grigia, che rimodellava in continuazione.
Anche se avevano avuto il tempo di indossare abiti puliti, i lividi che portavano sul volto erano un’inequivocabile prova della loro partecipazione alla rissa e anzi, questi erano messi ancora più in risalto dalle uniformi ordinate.

“La Luce dell’Imperatore, questo è il nome della nave su cui ti trovi, aveva da poco lasciato Valigar I. Avevamo caricato i nuovi membri del 365°, e stavamo accelerando per entrare nel warp quando ti abbiamo trovato. Ormai siamo molto lontani da Valigar IV”.
“Perché non mi avete riportato sul mio pianeta? E soprattutto, perché faccio anch’io parte della Legione Galattica?”, chiese Jorack innervosito. Era sempre più dell’idea di essere vittima di una grave ingiustizia.
“La spiegazione è semplice”, s’intromise Flavio. “Cosa pensi che ti avrebbero fatto gli Arbitres? Un civile che ruba una navetta dell’Adeptus Mechanicus e tenta la fuga dal pianeta…è una cosa sufficiente per meritarsi un’esecuzione sommaria! Abbiamo quindi scelto il male minore…ti abbiamo concesso il beneficio del dubbio, se sopravvivrai abbastanza potrai tornare libero”.
“Sono sicuro che avevi le tue buone ragioni ma, dopo quello che hai fatto, nessuno ti avrebbe ascoltato e saresti stato condannato senza neanche un processo”, aggiunse diplomaticamente Arturus.
Jorack rimase in silenzio per alcuni minuti, dentro di lui si agitavano emozioni contrastanti: paura, dolore, ma anche speranza per il futuro e gioia per essere ancora vivo. Nella sua mente iniziarono ad affollarsi svariati piani di fuga, poi la sua coscienza lo costrinse ad accantonarli e ad analizzare la situazione con maggiore lucidità.
“E’ da un po’ che vorrei farvi questa domanda”, disse infine. “Perché ci sono due caporali nel 365°? Di solito ne basta uno solo, come aiutante del sergente”.
I due soldati si guardarono in faccia sorpresi. Flavio ridacchiò e si rimise a modellare la plastilina, lasciando ad Arturus l’onere della risposta.
“Dunque…da dove posso iniziare…”, disse quest’ultimo grattandosi imbarazzato la testa. “Come sai, può capitare che un Commissario decida di terminare sommariamente un sergente per riportare all’ordine gli uomini di una squadra. Quando questo avviene, è il caporale a diventare il nuovo sergente e a prendere ordini direttamente dal Commissario. Se anche lui non riesce a mantenere la disciplina viene terminato a sua volta, ed è quindi necessario un secondo caporale che lo sostituisca. Questa è un’eventualità estremamente remota, almeno in un esercito regolare…ma qui è una cosa normale!”.
“Comunque non ti preoccupare per noi!”, continuò Flavio. “Il sergente Hartman è un vero figlio di…OPS! Scusa Arturus! So del tuo attaccamento alla disciplina ed alla fedeltà ai superiori…Comunque, il sergente sa il fatto suo e finché ci sarà lui noi non correremo alcun pericolo…Ora, se mi scusate, vado a vedere come mai non ci hanno ancora fatto chiamare”, e concluse la frase alzandosi di scatto e dirigendosi verso la porta. Mentre passava vicino a Jorack gli lanciò la palletta.
Miracolosamente il ragazzo la afferrò al volo. “Se mi permette un commento caporale Arturus, il caporale Flavio è un tipo simpatico, anche se mi pare un po’ fuori di testa…Chissà poi perché continua a modellare questa plastilina…è un passatempo o gli serve per allenare i muscoli degli avambracci?…Caporale…si sente bene? All’improvviso è diventato pallido…”.
“Quella non è plastilina…è C36, esplosivo altamente instabile!”.


Il quarantenne Carlos Vasquez proveniva da una delle famiglie nobili più importanti del Segmentum Ultima, e vantava una gloriosa tradizione militare. Tutti i suoi antenati erano stati valenti strateghi…tutti, tranne lui. Le sue mancanze erano state notate dai suoi superiori durante l’ultima invasione Hrud, quando aveva praticamente mandato al massacro i suoi uomini. Fortunatamente tutte le altre forze della Guardia avevano ottenuto significative vittorie, e nel complesso la campagna era stata un successo. Questo, insieme alle pressioni fatte da suo padre presso l’alto comando, era stato sufficiente a salvargli la vita. Per evitare ulteriori disastri, venne trasferito alla Legione Galattica col grado di tenete-comandante: a nessuno, infatti, sarebbe importato se avesse mandato al macello quella feccia.
Vasquez aveva un animo sensibile, cosa che lo rendeva totalmente privo di polso e di severità: personalmente, si sentiva più portato per lo studio e la poesia.
Sentì bussare alla porta del suo studio, un soldato gli annunciò che i tre uomini erano pronti per fare rapporto circa la rissa scoppiata nelle camerate. Diede l’ordine di farli entrare. Si sedette pensieroso alla sua scrivania, chiedendosi come mai dovevano sempre esserci tutti questi problemi. Oltre a fargli perdere tempo prezioso, questi avevano come conseguenza le continue proteste del Commissario Trall, che non perdeva occasione per criticare il suo operato.

I tre entrarono e si misero sull’attenti. Vasquez li esaminò restando in silenzio per parecchi minuti. Erano tutti molto giovani, intorno ai vent’anni. Arturus svettava su tutti grazie al suo metro e novantacinque di altezza, il suo volto era serio ed il suo sguardo da duro (reso ancora più efficace dal contrasto dei suoi occhi, di un verde intenso, con i suoi capelli scuri) era rivolto verso un punto imprecisato della stanza. Nel centro, il caporale Flavio sfiorava il metro ed ottanta. Anche i suoi capelli erano scuri, mentre negli occhi marroni si poteva leggere un certo divertimento, quasi che la situazione in cui si trovava non avesse alcun’importanza per lui. L’ultimo soldato invece, era una faccia nuova. Era alto poco meno di Flavio, il nero dei suoi capelli e l’azzurro dei suoi occhi suggerivano una discendenza cadiana, mentre la sua pelle troppo abbronzata lo qualificava come un semplice contadino. Sul suo volto erano evidenti tensione e paura.

“Ci mancava solo una testa calda cadiana!”, pensò disperato.
“Caporale Arturus faccia rapporto!”, ordinò infine.
“Sissignore!”, e raccontò brevemente l’accaduto. “A parte il fatto che siamo stati coinvolti nella rissa mentre cercavamo di sedarla, non abbiamo altre scusanti signore! Siamo comunque pronti ad accettare qualunque punizione lei ritenga adatta signore!”.
“Parla per te!”, gli bisbigliò Flavio.
“E tu che scuse hai, soldato…”, continuò Vasquez.
“Jorack, signore!…avevano cercato di rubarmi il mio equipaggiamento, ho solo cercato di difendermi signore! Mi dispiace di averle creato tutti questi problemi signore! Non si ripeterà più signore!”.

Il Tenente si alzò sbuffando ed iniziò a camminare attorno ai tre.
“Non potete neanche immaginare il pasticcio nel quale mi avete cacciato…sapete che scusa ho dovuto inventare per calmare il Commissario Trall? Gli ho detto che tutto quel trambusto era dovuto ad un’oscillazione anomala dei campi energetici interni alla nave, che ha provocato un esplosione all’interno della camerata…e volete sapere una cosa ancora più grave? Mi ha creduto!!! Comunque per questa volta tutto si è risolto per il meglio. Vi prego…ehm, vi ordino di non commettere altri pasticci simili! Ora potete andare”, concluse con un sorriso quasi paterno.

“Signorsì, grazie signore!”, risposero simultaneamente tutti e tre.



L’inquisitore Poss guardò soddisfatto l’olopictura proiettata dal servoteschio. I suoi agenti avevano fatto un ottimo lavoro: erano riusciti ad impossessarsi del servoteschio personale di Abraxtes. Non c’era voluto molto per trovare l’immagine di quel ragazzo.
“Dunque è questo il tuo obbiettivo…La causa della tua dannazione…Ma io ti salverò, non permetterò che tu lo possa trovare! ”, commentò ad alta voce. Il viso di quel giovane lo turbava. C’era qualcosa in quegli occhi…qualcosa di famigliare ma, al tempo stesso misterioso, che sembrava parlare direttamente alla sua anima.
“T 1000!”, disse chiamando a sé l’assassino.
“E’ lui che devo eliminare, Sommo Inquisitore?”, chiese l’assassino Vindicare.
“Esatto, ti verranno fornite tutte le informazioni necessarie”.
“Il suo nome è già scritto nel Libro dei Morti”, concluse l’assassino caricando il suo fucile Exitus.

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Quando i vili servi del Re Lich usciranno dalle loro tane per spargere il terrore, io sarò là.
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ad osservare la volta celeste la cui grandezza è simile all'amore che provo per te.
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MessaggioInviato: Mer Dic 01, 2004 11:18 pm    Oggetto:  
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Si Paulu, ti disintossico con WoW :D .

Capitolo 9 10 giorni alla guerra

Dopo “l’incidente” della camerata, il 365° venne sottoposto agli allenamenti standard di preparazione alla guerra. Per tre giorni i caporali Arturus e Flavio assunsero il comando. Durante questo periodo né il tenente Vasquez, né il sergente Hartman si fecero vedere, e lo stesso fece il commissario Trall (cosa che rese tutti molto più sollevati).

L’inizio della giornata, fissato alle ore 6:00 orario terrestre, era segnato dall’accensione di tutte le luci della camerata e dall’Inno XXIV “Imperatore ti adoriamo” che veniva diffuso a tutto volume dai Vox sparsi un po’ ovunque. I soldati avevano meno di cinque minuti per prepararsi e schierarsi in file per ricevere gli ordini della giornata.
La giornata tipo era così organizzata:
Ore 6:00 Sveglia.
Ore 6:05 Passaggio in rivista delle truppe (e punizioni per chi si presentasse trasandato), ordini del giorno.
Ore 6:20 Colazione (decisamente frugale).
Ore 6:35 Allenamenti fisici, corse e prove di destrezza (tra cui la leggendaria camminata all’indietro su di uno stretto palo, il tutto sospesi a quindici metri d’altezza sulla vasca di raccolta delle fogne).
Ore 10:30 Prima messa all’Imperatore, officiata dal cappellano del reparto, padre Jonas.
Ore 12:00 Pranzo (vedi colazione).
Ore 12:30 Lezione teorica di araldica militare (quello che bastava per riconoscere i vari reggimenti ed evitare di sparare addosso agli alleati…).
Ore 14:00 Ripresa degli allenamenti fisici (e per la gioia di tutti, nuova camminata all’indietro…).
Ore 18:00 Seconda messa all’Imperatore.
Ore 19:30 Cena (vedi pranzo).
Ore 20:00 Lezione teorica di tattica militare (breve presentazione delle armi e dell’equipaggiamento in dotazione. Descrizione, tramite olopitture, dei più semplici schieramenti offensivi e difensivi).
Ore 21:00 Relax.
Ore 23:00 Obbligo di ritirata nelle camerate per dormire.

La prima volta che per il 365° arrivò l’ora del relax, sembrò quasi che si dovesse festeggiare una festa nazionale: i soldati seguirono felici e speranzosi i due caporali. Vennero condotti all’interno di un gigantesco salone e, alla vista di ciò che conteneva, tutti rimasero sbigottiti: l’immenso ambiente occupava un intero livello della nave ed i suoi lati lunghi sembravano estendersi all’infinito. All’interno delle pareti, nel punto in cui queste si intersecavano col pavimento, erano incassati dei cilindri su cui spiccavano evidenti degli appigli per le mani ed i piedi. Centinaia di schiavi erano incatenati a molti di essi e, sfruttando il peso dei loro corpi, li facevano girare in continuazione.
“Salite!”, sbraitò il caporale Arturus.
“ Questo è il vostro relax!”, aggiunse sorridendo Flavio. “Siete liberi di parlare tra voi. Questo esercizio aerobico vi servirà per distendere i muscoli…e sarà inoltre utile per ricaricare le batterie della nave…”.

Jorack si ritrovò di fianco a Tenglin, che gli bisbigliò all’orecchio: “Alla faccia del relax! Tra tutti quegli allenamenti massacranti e quella brodaglia che ci fanno mangiare, quando inizierà la guerra saremo ridotti a dei rottami!”.
“Sempre che qualcuno ci arrivi vivo…”, commentò Jorack.
“Jorack, hai notato come i due caporali stanno facendo di tutto per diventare odiosi?”.
“Sì, non li sopporto quando ridono di noi se durante gli allenamenti commettiamo degli errori…”
“Tipo quando sei cascato per ben due volte dal palo della camminata all’indietro?…”
“Fai meno lo spiritoso…tu piuttosto, come fai ad affrontarlo con tanta sicurezza?”
“E’ solo questione di concentrazione. Devi pensare di essere su di un largo pavimento, e che la tua unica preoccupazione sia di seguire una linea immaginaria tracciata su di esso…”
“Ci proverò…comunque sarebbe bello vedere come se la caverebbero Arturus e Flavio con questi dannati cilindri!”
“Sì, non so cosa darei per poterli vedere sbuffare accanto a noi…”.
“Dato che lo desideri così tanto, verrai accontentato…”, disse Arturus.
I due si voltarono sorpresi e videro che il caporale si era portato alle loro spalle, il tutto nel più perfetto silenzio.
“Non crediate che, solo perché siamo dei graduati, io e Flavio non abbiamo i vostri stessi doveri! Siamo felici di poter contribuire non solo al corretto funzionamento di questo reparto di soldati, ma anche a quello della nave che li trasporta…inoltre abbiamo affrontato allenamenti ancora più duri dei vostri”.
“E ora ricominciate a far girare quel cilindro!”, concluse Flavio mentre saliva con Arturus su di un altro di quegli strumenti di tortura.

Nonostante le condizioni di vita fossero così dure, non ci furono molti casi di solidarietà tra commilitoni. Le duecento reclute rimasero divise in una miriade di sottogruppi, costituiti da due, massimo tre persone che si fidavano le une delle altre. Molti si misero al servizio dei più forti formando quasi delle bande, la più grande delle quali era capeggiata da Donovan che si era autonominato comandante. In conclusione quindi, sebbene ci fosse una legge non scritta che imponeva una tregua, ogni soldato era pronto a tradire il suo compagno per il proprio interesse personale: tutto questo, alla vigilia di una battaglia, prometteva molto male per il 365° corpo della Legione Galattica.

Quando mancavano dieci giorni alla fine del viaggio, fecero la loro comparsa il sergente Hartman ed il commissario. Trall era un uomo anziano e molto magro ed il pesante cappotto di pelle nera, simbolo di ogni commissario, gravava talmente sul suo corpo da renderlo gobbo. Il volto arcigno e una luce folle nei suoi occhi lo rendevano ancora più inquietante: perfino Hartman cercava di guardarlo il meno possibile.
Da quel momento gli allenamenti iniziarono a comprendere anche test di poligono con le armi. Era comunque evidente, e del tutto giustificato, che nessuno si fidasse completamente a mettere delle armi in mano ai pendagli da forca che costituivano il 365°: le esercitazioni di tiro erano infatti eseguite da quattro soldati alla volta, ed ognuno di loro era costantemente tenuto sotto mira da uno dei graduati in modo da evitare tentativi di rivolta.
Divenne altresì evidente l’ingiustificato accanimento del sergente istruttore nei riguardi di Jorack Brennet.

“Bene soldati!”, esordì Hartman il pomeriggio del terzo giorno dopo il suo ritorno. “Oggi metteremo in pratica la tattica Scudo Umano che vi è stata spiegata ieri sera durante la lezione teorica! Vedete quelle due postazioni di mitragliatori requiem poste una di fronte all’altra? Dieci di voi dovranno disporsi in fila, spalla contro spalla, di fronte ad una di esse. Mentre essa spara, voi vi stenderete a terra e farete fuoco di supporto coi vostri fucili laser. Quando il mitragliatore dovrà essere ricaricato, voi vi rialzerete e dovrete proteggerlo coi vostri corpi dal fuoco di ritorno!…E niente scherzi, tutte le armi sono caricate a salve…Mi servono dieci volontari…Jorack, tu sarai uno di questi!”.
I dieci uomini si misero in posizione, mentre Arturus si preparò ad utilizzare il mitragliatore “amico” e Flavio quello “nemico”.
“Domande?”, chiese Hartman
“Sì signore!”, fece uno dei soldati. “Ho un dubbio, n…”,non terminò la frase.
Un colpo di pistola requiem esplose al centro della sua fronte, disintegrandogli la testa in una pioggia di materia cerebrale e pezzi di calotta cranica.
“Il dubbio è il primo passo verso la sconfitta…”, sentenziò la voce lugubre del commissario Trall.
La voce di Arturus spezzò al silenzio carico di tensione che era seguito a quella crudele esecuzione sommaria.
“Quello che il commissario intendeva dire, è che gli ordini del sergente non devono essere mai messi in discussione! Obbedite senza fiatare e non ci saranno problemi…”.

Iniziò quindi l’esercitazione: i dieci uomini si gettarono a terra ed Arturus scaricò il caricatore di colpi a salve. Mentre ricaricava, i soldati formarono velocemente un muro di corpi sui quali Flavio sparò tre colpi. I bersagli vennero colpiti al petto ed arretrarono di qualche passo per la violenza dell’impatto, poi si guardarono sbigottiti le uniformi macchiate da proiettili a vernice rossa.
“Che fate idioti! Siete morti, gettatevi a terra…e voi riformate immediatamente la fila!”, urlò Hartman.
Poi si avvicinò a Flavio e gli bisbigliò qualcosa. Il volto del giovane caporale divenne ancora più teso mentre sparava altri tre colpi. Due di essi raggiunsero i propri bersagli al petto, il terzo colpì volutamente Jorack alla testa. Fortunatamente il proiettile fu indirizzato contro la guancia sinistra del giovane dove provocò un esteso ematoma: se avesse colpito il naso, un occhio od i denti, le conseguenze sarebbero state decisamente più gravi.
“L’esercitazione è terminata! Cinque minuti di riposo!”, ordinò il sergente mentre Jorack si accasciava al suolo.
Flavio andò a soccorrerlo e, mentre lo medicava, gli disse a bassa voce che aveva semplicemente eseguito un ordine.
Il ragazzo annuì, poi perse conoscenza.

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MessaggioInviato: Dom Dic 05, 2004 12:49 am    Oggetto:  
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Capitolo 10 4 giorni alla guerra

Jorack si risvegliò, e si trovò disteso su di un morbido letto. Il contatto delle lenzuola, profumate ed appena lavate, contro la sua pelle era piacevolmente strano: nulla a che vedere con la scomoda branda coperta di stracci in cui si era adattato a dormire.
Fu improvvisamente colto dal panico, quando si accorse di poter vedere solo con l’occhio destro.
“Benevolo Imperatore!”, pensò, “Non avrò perso l’uso dell’occhio sinistro!…”.
Istintivamente si toccò il volto e scoprì che un grosso cerotto gli copriva metà del viso, si ricordò dell’ “incidente” avvenuto durante gli allenamenti, e tirò un sospiro di sollievo capendo che era quella medicazione che gli impediva di vedere.
Quella sensazione di sollievo però durò poco…

Guardò verso destra e vide una fila di letti vuoti, ad ognuno di essi erano collegate delle strumentazioni mediche: capì che si trovava all’interno dell’infermeria.
Voltò la testa per vedere a sinistra, e si ritrovò il volto di Donovan a pochi centimetri dal suo.
Il viso dell’omone era coperto da un velo di sudore, ed i suoi occhi acquosi erano spasmodicamente fissi su di lui.
“Guarda cosa mi hai fatto!”, disse quasi piagnucolando. “Quando ti ho tirato quel pugno, mi hai rotto questa nocca ed ora non riesco più a muovere il dito!”, concluse la frase indicandosi l’anulare della mano destra.
Terrorizzato, Jorack guardò la mano e soprattutto l’affilato bisturi che essa stringeva. Alle spalle dell’uomo la sala era deserta…non c’era nessuno a cui chiedere aiuto.
“Non l’ ho fatto apposta!”, rispose balbettando. “Volevo solo riprendere il mio sacco…”.
“Quell’equipaggiamento era mio!”, urlò Donovan. “Il fatto che c’era su scritto il tuo nome era solo un caso! Come farò adesso a farmi rispettare dai miei uomini?…Tu mi hai menomato…sei stato un bambino molto cattivo! O Imperatore! Dimmi cosa devo fare per far imparare il rispetto a costui…sì…giusto! Farò la stessa cosa con te!”.

“Che cosa succede? C’è qualche problema?”, disse Padre Jonas entrando all’improvviso. Il rappresentante del Ministrorum era anche il responsabile delle sezioni mediche del 365°. Era un uomo di mezz’età, non molto alto e grassoccio. Sul volto aveva perennemente un’aria bonaria, ed il suo semplice e logoro saio era diventato la sua nota caratteristica. Ora però sembrava molto preoccupato…
“Nessuno padre!”, disse Donovan facendo velocemente sparire il bisturi. Fu sconcertante la sua capacità di mutare all’improvviso la sua espressione, da pazzo a persona tranquilla e sorridente. “Ero solamente venuto a trovare il mio amico…Mi dica, non c’è veramente nessuna speranza per il mio dito? ”.
“Un miracolo da parte dell’Imperatore può sempre avvenire, dobbiamo avere fede in lui…”.
“Credo sia giunto il momento di andarmene, devo riprendere gli addestramenti altrimenti sarò punito. Comunque non ti preoccupare…presto ci rivedremo…”, disse battendo un paio di pacche sulla spalla di Jorack, poi si allontanò.

“Sicuro che va tutto bene?”, chiese Jonas al ragazzo.
“Sì…sì…tutto bene…”.
“Questa faccenda, purtroppo, dobbiamo risolverla in privato”, aggiunse la sua coscienza.
“Padre, posso farle una domanda personale? Lei mi sembra diverso da tutti gli altri rappresentanti del suo ordine…come dire…mi sembra troppo buono e gentile”, si pentì subito di aver detto quella frase ed aggiunse: “Non mi fraintenda! Non voglio parlar male del Ministrorum, so che per difendere la fede sono necessarie fermezza e severità…”.
“Non ti preoccupare”, lo interruppe. “Quello che dici è vero, non mi sono mai piaciuti i metodi generalmente usati dalla maggior parte dei miei colleghi. Credo che il modo migliore per divulgare la parola dell’Imperatore, sia attraverso le opere buone. La fedeltà degli uomini, quella vera, si ottiene facendosi amare, e non temere, da loro: questo è l’insegnamento del nostro sacro Imperatore”.
Jorack lo guardò stupito. “Come mai un sant’uomo come lei si trova qui?”.
“Come avrai ormai capito, la Legione Galattica è il ricettacolo di tutti gli indesiderabili dell’Imperium…i miei superiori non apprezzano le mie idee ed è per questo che sono stato “esiliato” qui. Ma quello che non sanno, è che mi hanno fatto un immenso favore. Qui sono libero di comportarmi come meglio credo ed inoltre le pecorelle del 365° sono molto difficili da educare: questa è la sfida e la missione che cercavo! Anche tu, comunque, mi sembri un pesce fuor d’acqua…come mai ti trovi qui?”.
“E’ una lunga storia padre…”.
“Capisco…quando vorrai parlarmene sai dove trovarmi. Ora è meglio che ricominci a dormire, purtroppo ti hanno concesso solo la mattina per riposarti e tra poche ore dovrai ricominciare le tue fatiche. Per concludere, voglio che tu sappia che in me troverai sempre un amico pronto ad aiutarti”.
Padre Jonas lasciò quindi la stanza.

Jorack non riuscì a rilassarsi, l’immagine del riflesso della luce sulla lama di un bisturi continuò a tormentarlo…

Passarono così altri sei giorni, durante i quali gli allenamenti si fecero sempre più duri. Ci furono ben due tentativi di rivolta, entrambi soffocati nel sangue. Alla fine il 365° fu ridotto a 180 uomini, ma era chiaro che non si sarebbero più verificati altri disordini. Fortunatamente Jorack non fu più importunato da Donovan, ed ebbe la possibilità di concentrarsi sulla sua ferita. Quella vita di stenti non aiutava per niente la sua guarigione, tanto che ancora portava il cerotto sul volto e poteva vedere solo con un occhio: Padre Jonas, comunque, lo rassicurò sul fatto che presto sarebbe tornato in piena forma.

La mattina del quarto giorno prima dell’inizio della battaglia, il 365° fu condotto su di un altro livello della nave. Al suo interno erano stati riprodotti vari scenari di guerra: giungle, paludi, perfino una piccola cittadina per il combattimento urbano.
I soldati si fermarono di fronte ad una collinetta circondata da reticolati e trincee, sulla sua sommità spiccava un piccolo bunker.
“L’esercitazione di oggi consisterà nella conquista di quella postazione nemica!”, esordì Hartman. “Parteciperanno squadre composte da cinque uomini, ognuno avrà una finta granata che dovrà essere lanciata all’interno del bunker. Chi ci riuscirà per primo avrà distrutto l’obbiettivo ed otterrà questo in premio!”.
Gli occhi di tutti brillarono dal desiderio, quando videro l’arma tenuta in mano dal sergente: un fucile laser modello corto d’ordinanza. Questa splendida arma era stata fabbricata su Kantrael, ed i suoi colpi erano in grado di sfruttare al massimo i diciannove megathule di potenza della ricarica standard.
“Un volontario tra i cinque dovrà portare un lanciafiamme. E’ un arma molto ingombrante ed efficace solo alle brevi distanze, ma si rivelerà perfetta negli assalti contro questo tipo di bunker. E’ mio dovere avvertirvi, che chi lo porterà sarà molto rallentato!…Jorack! Tu farai parte della prima squadra e porterai il lanciafiamme!”.

Arturus trattenne Flavio, prima che questi potesse parlare ad alta voce.
“Non è giusto! Conciato così, quel ragazzo non è in grado di affrontare questa prova!”, gli disse.
“Ti ricordo che gli ordini non si discutono…comunque anch’io mi sto stancando di questa situazione, ed ho intenzione di scoprire cosa si cela dietro tutto questo!…E penso che sarai felice di darmi una mano…”, rispose Arturus.

I cinque iniziarono ad avanzare: due davanti, Jorack con la pesante arma legata alla schiena nel mezzo, Teglin e Donovan invece chiudevano la fila.
Percorsi pochi metri, un cannone automatico nascosto nel bunker iniziò a far fuoco. I primi due soldati vennero colpiti, e furono letteralmente fatti a pezzi. Teglin e Donovan si ripararono dietro dei grossi massi, ma Jorack restò allo scoperto e fu costretto a stendersi supino in una piccola depressione.
“Il sergente si è dimenticato di dirvi, che quell’arma è caricata con colpi veri!”, disse il commissario Trall sorridendo sadicamente.
Il corpo del ragazzo era scosso da tremiti di paura, mentre i colpi passavano sibilando pochi centimetri sopra di lui.
“Resisti Jorack!”, gli urlò Teglin. Poi il giovane uscì correndo da dietro il masso, ed avanzò zigzagando in mezzo alle esplosioni dei colpi. Raggiunse un altro masso poco distante da Jorack, e vi si appoggiò per riprendere fiato. “O Imperatore! Sono troppo vecchio per queste stronzate!”, commentò ansimando.
Anche Donovan si era mosso poco dopo Teglin, ed aveva raggiunto in relativa sicurezza un riparo molto vicino a Jorack.
“Sei finito!”, gli disse entusiasta ed enfatizzò quella frase passandosi il pollice sotto la gola.
“Come posso fare per salvarmi?”, si chiese il giovane.
“Pensa a come spara quell’arma…”, gli suggerì la sua coscienza. “Hai notato che mentre Teglin si spostava, essa concentrava i colpi solo su di lui?”.
“Un sensore di movimento!”
“Esatto! Non c’è nessuno in quel bunker…l’arma è solamente azionata da quello strumento!”.
Jorack puntò il lanciafiamme verso l’alto e fece fuoco. Immediatamente, il cannone automatico sparò in mezzo alle fiamme. “Muovetevi! Lo distraggo io!”, gridò.
Gli altri due iniziarono subito a correre verso la costruzione.
Dopo alcuni secondi smise di far fuoco, l’arma stava diventando troppo rovente. Azzardò un occhiata, e vide che entrambi i suoi compagni erano molto vicini all’obbiettivo.
Il cannone automatico stava sparando contro il riparo di Teglin, e presto lo avrebbe distrutto segnando la fine per il suo amico. Fece nuovamente fuoco e, fortunatamente, l’arma tornò a concentrarsi su di lui.
Donovan raggiunse la feritoia da cui spuntava la canna del cannone automatico, e lanciò all’interno la finta granata.

“Ottimo lavoro soldato Donovan!”, disse il sergente Hartman consegnandogli il fucile.
Teglin era molto dispiaciuto di non essere riuscito a vincere il premio. Jorack invece era contento: era riuscito a salvare il suo commilitone.
Guardò verso Donovan, che rispose facendo finta di sparargli.
“Presto…molto presto risolveremo questa questione…”, giurò la sua coscienza.

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MessaggioInviato: Lun Dic 06, 2004 11:03 pm    Oggetto:  
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Capitolo 11 Due giorni alla guerra

La Luce dell’Imperatore era finalmente uscita dal warp e procedeva a tutta velocità verso il suo obbiettivo.
Teglin riposava disteso sulla sua branda. Il sergente aveva stabilito, per “variare” un po’ il tran-tran quotidiano, che da quella mattina e fino al giorno dell’arrivo a destinazione, tutto il 365° avrebbe dovuto indossare l’armatura di ordinanza durante gli allenamenti. La ragione di questa decisione, a prima vista, era comprensibile: le reclute si sarebbero così abituate a muoversi ed a combattere con indosso quella pesante ed ingombrante protezione. Tutto questo però, a soli due giorni dall’inizio della guerra, sembrava un’ulteriore, inutile tortura.
Il giovane soldato si sentiva a pezzi, e la sua unica consolazione era che anche quella giornata era finalmente giunta al termine. Si sporse dalla sua branda per vedere se Jorack fosse tornato dall’infermeria. Un letto vuoto fu tutto ciò che vide: probabilmente padre Jonas avrebbe impiegato molto tempo per rimuovere le medicazioni dal volto dell’amico, e per controllare se la sua ferita fosse totalmente guarita.
Guardò verso il soffitto arrugginito, e si chiese per l’ennesima volta come avesse fatto a finire in quel postaccio. I suoi pensieri furono improvvisamente interrotti.
“Soldato Teglin”, bisbigliò la voce del caporale Flavio. “Resta in silenzio e seguimi, appena fuori di qui ti spiegherò tutto”.

I due uscirono dalle camerate e raggiunsero il caporale Arturus, fu quest’ultimo che prese la parola e disse: “Soldato Teglin, sei stato giudicato colpevole di furto e crimini informatici…giusto?”.
“Ehm…sì signore…”.
“E dimmi…saresti disposto a commetterli nuovamente?”.
“Certamente no, signore! Ho compreso i miei errori ed ora sono pronto a farvi ammenda combattendo per il nostro sacro Imperatore.”
“Peccato…Avresti potuto esserci utile…Si tratterebbe di un lavoretto semplice semplice…”.
“Non posso proprio signore, se mi scoprisse il sergente chissà cosa mi farebbe!”.
“Giusto…a proposito, ho notato come ci sei rimasto male quando, due giorni fa, il sergente ha premiato Donovan invece che te…Forse non lo sai, ma “per caso” c’è rimasto un altro fucile Kantrael e pensavo fosse giusto che lo avessi tu. Comunque hai ragione, meglio se torni alle camerate il prima possibile e ti dimentichi di tutta questa storia”.
“…Dov’è il terminale più vicino?…”.

Il sergente istruttore Hartman entrò nella sala comunicazioni. Fu soddisfatto nel constatare che i suoi ordini erano stati eseguiti alla lettera: tutti gli addetti erano impegnati in altre zone della nave, e quella stanza sarebbe rimasta deserta, ed a sua completa disposizione per circa un’ora. Si avvicinò allo schermo principale. Si sentiva a disagio, non gli era mai piaciuta l’idea di dover collaborare con l’Inquisizione e per di più non gli avevano ancora spiegato che cosa esattamente si aspettavano da lui. Non aveva, quindi, la più pallida idea di cosa avrebbe dovuto dire durante quell’ennesimo colloquio.
Perso in quei suoi pensieri, non notò la piccola telecamera di sicurezza che era insistentemente puntata su di lui.

“Finalmente ci sei riuscito!”, esclamò sollevato Flavio. Il giovane caporale era teso e spesso si guardava intorno per essere sicuro che nessuno li avesse scoperti. Intrufolarsi senza permesso all’interno della sala sicurezza era un crimine punibile con la morte.
“Non dovete mettermi fretta, il maestro è all’opera!”, rispose sarcastico Teglin.
“Se non altro ora riusciamo a vedere Hartman ed a sentirne la voce”, aggiunse Arturus.
“Strano…”, commentò Teglin, “Non riesco ad ottenere dati visivi o sonori del suo interlocutore. Ci dovremo accontentare…”.

“…Sì signore…ho fatto esattamente come mi avete ordinato. Qualcosa di strano?…Certo che l’ho notato. Il soldato Jorack ha delle incredibili doti di resistenza. Per i denti dell’Imperatore! Quel colpo di mitragliatore requiem avrebbe ucciso chiunque, invece lui pare essersi già rimesso del tutto…Questo lo sapevate già?…Devo proseguire? Sarà fatto!”.
Il sergente spense il monitor e, nuovamente, si abbandonò ai suoi pensieri per qualche minuto. Era dispiaciuto di dover trattare così duramente quel ragazzo: raramente aveva visto uomini così predisposti a diventare ottimi soldati. Comunque ora gli ordini erano precisi e lui li avrebbe eseguiti. Nella peggiore delle ipotesi, prima o poi avrebbe trovato un valido sostituto.

Il lexmechanicus Dorial si allontanò dall’oloschermo saltellando goffamente. Guardò le pesanti catene che lo avvolgevano, e che costituivano la sua punizione per lo scherzetto fatto all’inquisitore su Valigar IV. Rivolse un sorriso speranzoso ad Abraxtes, che rispose con un’occhiataccia a quella silenziosa richiesta di liberazione.
“Mio riveritissimo signore, sembra proprio che quel giovane non abbia la minima intenzione di rivelarci i suoi pieni poteri”.
“Dobbiamo solo avere pazienza servo, presto, molto presto ce li mostrerà”. “E tutto questo, caro Poss, grazie all’assassino che hai inviato…”, aggiunse nella sua mente.

“Ci avete capito qualcosa?”, chiese Teglin.
I due caporali si guardarono l’un l’altro perplessi.
“Penso che la cosa migliore da fare, sia di non perdere di vista un attimo quel ragazzo”, rispose Flavio.

“Sì padre, ci vedo perfettamente!”, esclamò sollevato Jorack.
“L’Imperatore è stato benevolo con te. Guarda, miracolosamente non è rimasto alcun segno sul tuo volto”.
Recitarono insieme gli inni di ringraziamento, poi il giovane salutò il prete e lasciò l’infermeria.
Lungo la strada che conduceva alla camerata ed al tanto sospirato riposo, incontrò una decina di commilitoni che sembravano molto agitati.
Uno di questi gli rivolse la parola: ”Quel maledetto sergente vuole che facciamo un’esercitazione supplementare! Seguici!”.
Il gruppo si diresse verso una nuova zona della nave, ed iniziò a scendere verso i ponti inferiori. Per essere sinceri, nessun luogo all’interno della Luce dell’Imperatore poteva definirsi in ordine. Tutte le stanze avevano le pareti arrugginite ed apparivano in uno stato di perenne decadenza, ma al confronto dei sottolivelli che Jorack stava percorrendo, quelle sembravano modelli di pulizia.
Il giovane capì di trovarsi all’interno di una parte della nave completamente abbandonata. Tutto era avvolto nella più totale oscurità, e l’unica fonte di luce proveniva da un paio di elettrotorce sorrette da due dei suoi compagni.
“C’è qualcosa che non quadra…”, pensò Jorack dubbioso.
“Finalmente ci sei arrivato!”, gli fece eco la sua coscienza.
“Non potevi avvertirmi prima?”.
“Non pretenderai che ti faccia da balia per sempre?! Devi imparare a cavartela da solo…”.

Il ragazzo si fermò e trovò il coraggio per parlare: “Siete sicuri di non aver sbagliato strada?”.
I dieci si scambiarono dei sorrisi d’intesa, poi quello che gli aveva parlato per primo rispose: “Affatto! Era proprio qui che volevamo arrivare”.
Estrasse da una tasca un bisturi e glielo mostrò. “Forse adesso capirai con chi hai a che fare…”.
“Siete uomini di Donovan!”.
“Indovinato!…Hai vinto una morte rapida ed indolore”.
L’uomo fece un cenno ai compagni, che iniziarono a circondarlo ma, prima che il cerchio si chiudesse, il ragazzo riuscì a scappare in un corridoio laterale. Jorack correva il più velocemente possibile, evitando gli insidiosi cumuli di macerie che ingombravano il passaggio grazie al fioco chiarore che giungeva dalle luci dei suoi inseguitori. Svoltò a destra e si accorse di essere finito in un tunnel senza uscita. Si guardò intorno disperato: non c’era tempo per tornare indietro e prendere un’altra strada. Vide una breccia in una parete e, senza pensarci due volte, l’attraversò.
Cadde nel vuoto per pochi, interminabili secondi poi l’acqua attutì la sua caduta. A salvargli la vita fu un piccolo laghetto, probabilmente formato dall’umidità che si era qui condensata nel corso dei secoli. Jorack emerse tossendo e si accorse subito che i suoi inseguitori stavano continuando la caccia: vide, infatti, che non solo avevano trovato la breccia, ma anche che alcuni di loro avevano già iniziato a calarsi verso di lui. Raggiunse a nuoto la riva e si infilò nel primo corridoio che vide.
Improvvisamente si sentì afferrare alla vita, mentre una mano gli veniva premuta sulla bocca per non farlo urlare. Istintivamente si divincolò per cercare di liberarsi, ma scoprì ben presto che il suo assalitore era di gran lunga più forte di lui.
“Calmati ragazzo, non voglio farti del male”, si sentì bisbigliare all’orecchio.
“Vecchio!”, disse a bassa voce mentre quello lo lasciava andare. “Che cosa ci fai qui?”.
“Dopo che hanno recuperato la capsula di salvataggio mi sono nascosto qui, preferisco fare il clandestino piuttosto che la recluta della Legione Galattica…ma di questo ne riparleremo più tardi, ora vedo che hai faccende più urgenti da sbrigare. Vuoi una mano?”.
“Mi renderesti l’uomo più felice della galassia”.
“Bene!”, l’anziano uomo attivò uno dei tanti strani marchingegni contenuti nel suo braccio bionico, e subito da questo venne diffuso un intenso chiarore, che illuminò a giorno il luogo in cui si erano nascosti.
“Ehi voi! E’ lui che cercate?”, urlò tirando verso di sé lo stupefatto Jorack.
I dieci uomini rimasero anche loro molto sorpresi, ma si ripresero in fretta e si lanciarono nuovamente all’inseguimento.
“Seguimi!”, gridò al giovane.

La creatura era in attesa. Aveva solo vaghi ricordi di come fosse finita in quella grande sala. Allora era piccola e quel luogo le era sembrato sicuro, ricco di nascondigli e di cibo ma, ora che il suo corpo ne occupava più della metà, si era trasformato in una prigione da cui non poteva scappare. Cosa ancora più grave, era da molto che soffriva la fame. I suoi recettori percepirono nell’aria dei ferormoni familiari: cibo. Due gruppi di prede si stavano avvicinando, ed il secondo era decisamente più numeroso del primo. I suoi gangli nervosi si posero una semplice domanda: “Quali dei due attaccare?”. La risposta fu ovvia…

“Ci siamo quasi ragazzo! Ci rimane ancora una sola stanza da attraversare, poi saremo al sicuro. Devi farmi però una promessa, quando vi entreremo dovrai correre ancora più velocemente e per nessuna ragione ti dovrai fermare. Pensi di farcela?”.
“Certo…certo…non ti preoccupare”, rispose Jorack respirando affannosamente.
Il giovane notò che, mentre si avvicinavano all’entrata, la luce emessa dal braccio bionico del compagno si faceva sempre più flebile fino a ridursi ad una debole luminescenza. Appena entrato nella sala, vide che il vecchio scattava a tutta velocità e dovette dar fondo a tutte le sue energie per riuscire a stargli dietro. Gli sembrò di correre in mezzo a due file parallele di enormi, strane colonne: la loro forma era contorta, il loro colore rosso scuro aveva un che di malsano…e da alcune di esse, addirittura, spuntavano dei lunghi peli nerastri.
Quando Jorack raggiunse l’uscita, sentì dietro di sé dei rumori che gli fecero gelare il sangue nelle vene: lo scrocchiare di gigantesche articolazioni chitinose, lo schiocco di potenti chele, un cupo e profondo sibilo e poi urla…strazianti urla umane.

I due corsero ancora per una cinquantina di metri, poi si fermarono per riprendere fiato. Dopo alcuni minuti Jorack trovò la forza per parlare.
“Cos’era quella cosa?”.
“Nulla di particolare…siamo solo passati sotto il ventre di un esemplare adulto di Diavolo Cataciano. Chissà come avrà fatto a finire lì?”, rispose l’anziano.
“Avevo ormai capito che non eri una persona comune, ma non avrei mai pensato che saresti potuto arrivare a tanto”.
“Era un rischio calcolato…”.
“Se lo dici tu…comunque adesso mi piacerebbe che tu rispondessi ad alcune mie domande. Qual è il tuo nome? Chi sei in realtà?”.
Gli occhi dell’uomo divennero sognanti, come se stesse cercando di ricordare un’epoca molto lontana.
“Puoi chiamarmi Antonius Bloch, sono il cavaliere che gioca a scacchi con la Morte…”.
“…Prego?!?!…meglio che continui a darti del vecchio”.
“Come preferisci, allora anch’io continuerò a darti del ragazzo”, disse con un mezzo sorriso.
“Come hai fatto a salire sulla nave senza farti scoprire? E come mai i sensori non hanno avvertito la tua presenza?”, lo incalzò Jorack.
“I sensori a cui tu ti riferisci, li hanno costruiti l’Adeptus Mechanicus, gli stessi che hanno fabbricato la capsula di salvataggio del Manufactorum. Devi sapere che spesso i Tecnopreti hanno la necessità di trasportare in incognito conoscenze od artefatti, la cui esistenza deve restare segreta. Su ognuno dei loro veicoli quindi, esiste un vano adeguatamente schermato contro ogni tipo di rilevazione, compreso quella psichica. E’ lì che mi sono nascosto. Poi, quando ci hanno recuperato e ci hanno portato nell’hangar principale di questa nave, ho atteso il momento più opportuno per sgattaiolare fuori e nascondermi qui sotto”.
“Così mentre tu ti salvavi, io venivo catturato!”, lo accusò Jorack.
“Stai calmo, ragazzo. Se mi sono comportato così, è perché avevo tre buoni motivi. Primo, nel vano c’era appena posto solo per me. Secondo, se i sensori non avessero segnalato la tua presenza. La nostra capsula o sarebbe stata ignorata (e quindi avrebbe vagato per secoli nel nulla), o sarebbe stata usata come bersaglio per le loro armi. In entrambi i casi, per noi sarebbe stata la fine. Terzo, che ti piaccia o no, tra noi due quello che ha più possibilità di sopravvivere qui sotto e nello stesso tempo di trovare un modo per salvare entrambi da questa situazione, quello sono io! Vorrei inoltre ricordarti, che mentre eri in quella specie di coma, sono stato io a prendermi cura di te e quindi a salvarti la vita. Ora, tutto ciò che devi fare è stare tranquillo ed avere fiducia di me…oltre, ovviamente, a non farti ammazzare dal primo che passa”.

Il vecchio non volle rispondere ad ulteriori domande, e Jorack fu costretto a ritornare alle camerate. Per fortuna nessuno lo vide rientrare a quell’ora tarda. Si stese sulla sua branda ed iniziò a rimproverare sé stesso: ”Stupido! Avresti dovuto accorgerti subito che c’era qualcosa che non andava in quei tizi…come farò adesso ad addormentarmi? Mi restano solo poche ore di sonno e sono così stanco…però mi sono successe troppe cose ed in così poco tempo…hanno tentato di uccidermi, ho visto un Diavolo Cataciano, ho rincontrato il vecchio ed ho ritrovato la speranza di riottenere in breve tempo la mia libertà…Maledizione! Sembra proprio che dovrò passare il resto della notte in bianco!”.

E si addormentò…

_________________
Quando le tenebre caleranno sulle città dell'Alleanza, io sarò là.
Quando i vili servi del Re Lich usciranno dalle loro tane per spargere il terrore, io sarò là.
Quando anche l'ultimo mostro sarà perito sotto i potenti colpi del mio martello, io sarò la,
ad osservare la volta celeste la cui grandezza è simile all'amore che provo per te.
Ed aspetterò il sorgere del sole così come attendo il giorno in cui anche tu proverai lo stesso sentimento ch'io provo per te.
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MessaggioInviato: Gio Dic 09, 2004 11:37 pm    Oggetto:  
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Capitolo 12 Guerra

La mattina dell’ultimo giorno di viaggio vide il 365° impegnato negli esercizi di routine. Nel frattempo in tutti i ponti della nave si diffondeva un basso ronzio: era il segnale che i motori avevano iniziato la lunga procedura di frenata.
Non vi fu nessuna inchiesta riguardo alla sparizione dei dieci uomini, avvenuta la notte precedente.

Terminato il pasto, come di consuetudine, le reclute si disposero in file ordinate per attendere i graduati ed iniziare le attività pomeridiane. I minuti passavano, ma non si vide nessuno. Quando molti infine si spazientirono ed iniziarono a rompere le righe, fece la sua comparsa il sergente Hartman.
“Beh? Che avete da guardarmi a quel modo?”, sbraitò.
“Signore, siamo in attesa degli ordini per questo pomeriggio, signore!” disse Jorack.
“Ordini?!…Non ce ne sono per voi! Avete il resto della giornata libero!”.
“Davvero, signore?!”.
“Sei forse sordo, cervello di Grox? Hai capito benissimo…è un regalo che ho deciso di farvi per festeggiare l’imminente arrivo a destinazione. E comunque, non pensiate di esservelo meritato…ve l’ho concesso solo perché tra poche ore sarete tutti morti!”, detto questo lasciò le camerate.

Nonostante la cattiveria di quell’ultima frase, ogni soldato provò una grande felicità all’idea di avere finalmente un bel po’ di ore a disposizione per se stesso.
Molti si misero a dormire, altri fecero scommesse su chi ci sarebbe rimasto per primo, scoppiò anche qualche acceso battibecco, ma la maggior parte delle persone, tra cui anche Jorack e Teglin, iniziò a fantasticare su come si sarebbe comportata sul campo di battaglia e su quali grandi atti di eroismo avrebbe compiuto.
All’improvviso Teglin divenne serio. “Jorack…”.
“ Sì? ”
“Ho paura…”.
“Ma che stai dicendo? Mi hai appena giurato che saresti stato in grado di prendere a calci anche un campione del dio Nurgle (maledetto sia il suo nome), ed ora mi dici queste cose?” disse Jorack sorridendo.
“Non capisci, il sergente aveva ragione quando ha detto che probabilmente moriremo tutti. Siamo carne da macello, non truppe regolari…inoltre potrebbe anche andare peggio. Potremmo restare mutilati, potremmo diventare pazzi a causa degli orrori che vedremo…potremmo anche essere catturati e torturati per mesi…Il nostro più grande nemico è l’incertezza. Non sappiamo dove stiamo andando, né contro chi combatteremo…tutto questo è estremamente frustrante!”.
“Hai ragione, ma torturarsi così non serve a niente. Ci penseremo quando saremo sbarcati su quel maledetto pianeta. Inoltre basterà stare attaccati il più possibile ai caporali od al sergente e vedrai che tutto andrà bene…senza contare il fatto che ci sarò io a guardarti le spalle! Lo vedi che sei in una botte di ferro? Su! Prendi esempio da me, stai sereno!”.
“Ti ringrazio”, disse Teglin rincuorato. “Ehm…Jorack…”.
“Che cosa c’è ancora?”.
“Ti tremano le mani…”.

Mentre le ore passavano, tutti iniziarono a sentire il bisogno di starsene da soli: il momento della verità si avvicinava ed ognuno doveva confrontarsi col proprio io e con le proprie incertezze. La camerata sprofondò in un silenzio angosciato. Jorack si affidò alla fede per combattere le sue paure. Andò a parlare con padre Jonas, e lo trovò inginocchiato di fronte all’altare della grande chiesa in cui veniva celebrata la messa due volte al giorno. Il prete gli sorrise, mentre si alzava a fatica per stringergli la mano. Il ragazzo notò distrattamente uno scintillio metallico provenire dal luogo in cui il padre stava pregando.
“Percepisco chiaramente i tuoi timori ragazzo, ne vogliamo parlare insieme?”, disse in tono paterno.
“Ho paura padre…non solo di perdere la vita, ma anche di toglierla agli altri. Sento che se sopravviverò, prima o poi mi trasformerò in un assassino spietato, che perderò tutti i miei sentimenti finché dentro di me non resterà che un vuoto deserto. Diverrò uno stupido automa capace di uccidere a sangue freddo chiunque, anche donne e bambini, in nome dell’odio. Fino a poco tempo fa, mi sarebbe piaciuto diventare una perfetta macchina da guerra, ma da quando ho compreso che cosa significhi veramente soffrire e vivere, ho capito quanto mi sbagliavo. Non voglio che questa guerra mi cambi”.
“Capisco le tue paure perché sono le stesse che provo anch’io. Purtroppo è normale che le vicende della vita ci facciano cambiare...anche questo vuol dire crescere e maturare. L’importante è che quando ti volterai indietro, e ripenserai a ciò che hai fatto durante la tua esistenza, avrai il minor numero possibile di rimorsi. Qualunque siano le prove che dovrai affrontare, ricorda chi sei e ciò in cui credi. Agisci sempre nel modo che ritieni migliore, e vedrai che resterai sempre te stesso… Anch’io poi, odio la violenza fine a se stessa. Prima di ogni battaglia, chiedo scusa per le vite umane che sarò costretto a terminare con il mio Eviscerator, e lo faccio offrendo il mio sangue in cambio di quello che verserò”.
Dicendo così tornò ad inginocchiarsi, ed il ragazzo notò che si alzava il saio per appoggiare le ginocchia martoriate direttamente sulla lama di quella gigantesca arma: era da quella che proveniva il bagliore metallico che aveva notato in precedenza.
“Prega insieme a me, affinché le anime dei nostri nemici umani possano essere perdonate dal nostro immortale Imperatore…”.
“…ed affinché nel futuro vi possa essere solo pace”, concluse Jorack.

“Sveglia! Sveglia! Abbiamo raggiunto la flotta che assedia il pianeta, ed abbiamo solo dieci minuti per essere operativi!”, urlò Hartman mentre le reclute si gettavano giù dalle brande. “Seguitemi, indosserete le armature e vi armerete, scegliete bene perché vi porterete dietro un solo tipo di arma…non ce ne sono abbastanza per dotarvi di un equipaggiamento completo!”.
Il 365° entrò in una stanza ingombra di tavoli. Su di alcuni vi erano le divise, mentre sugli altri si trovavano fucili, pistole e pugnali d’assalto. Jorack trovò la divisa con su ricamato il suo nome e la indossò in fretta.
Il vestiario della Legione Galattica era così costituito: anfibi di robusto cuoio, una divisa completa di color giallo smorto (giallo sabbia l’avrebbe definito Arturus più tardi) e, cosa veramente notevole, un’armatura di un impressionante nero lucido. Questa era anche completa di protezioni per le braccia e le gambe, inoltre l’elmo era dotato di una maschera antigas dalla forma di teschio che avrebbe accentuato ancora di più il senso di timore che essa incuteva.
Il ragazzo si avvicinò quindi al tavolo delle armi, e notò subito che esse erano di scarsa qualità: avevano tutte i calci e le impugnature di legno, inoltre le numerose ammaccature suggerivano la loro provenienza da scarti di altre truppe regolari. Una rapida occhiata al caporale Flavio gli suggerì di scegliere la pistola ed il pugnale.
L’armamento dei graduati era invece nettamente migliore: armature termoplastiche ed armi ad energia, il sergente aveva addirittura un maglio potenziato.
“Un soldato semplice si può facilmente rimpiazzare, un buon comandante no!”, tagliò corto Arturus quando Jorack gli chiese il perché di quella disparità di trattamento.
“Non te la prendere!”, disse Flavio battendogli una manata su di una spalla. “E’ sempre teso prima di uno scontro. Allora, ti piace l’armatura?”.
“E’ bellissima! Fa paura e ti da la carica giusta per combattere”.
“Uno dei suoi scopi è proprio questo…ma un altro è anche quello di essere ben visibile per il nemico. Ti ricordo che siamo truppe sacrificabili, e che la nostra utilità sta nel fatto che conciati così attiriamo su di noi la maggior parte del fuoco avversario, dando la possibilità alle truppe regolari di subire perdite limitate. Comunque, ora è meglio che tu continui a credere a quelle stupidaggini riguardanti le belle uniformi e le azioni eroiche sui campi di battaglia…”.

Ai soldati venne quindi fatto vedere, attraverso un oloschermo, il discorso di incoraggiamento del Tenente Vasquez. Fu un messaggio breve e noioso, che ribadiva gli ormai datati temi del dovere e dell’onore marziale. Era evidentemente un vecchio filmato, poiché il tenente appariva molto più giovane, e vi furono alcune risatine quando la frase iniziale esordì così: ”Soldati! Vi parlo in diretta dal quartier generale per esortarvi…”.
Il 365° venne quindi condotto all’hangar principale e fatto imbarcare su dei Chimera, i quali a loro volta vennero fatti salire all’interno del grande trasporto che Jorack aveva visto nel giorno del suo arrivo. Jorack si assicurò al sedile con delle pesanti imbracature e si guardò intorno. Con lui si trovavano Hartman, Flavio, Arturus e Teglin, mentre non sapeva dove si fossero imbarcati il commissario Trall, padre Jonas e Donovan.
La navetta lasciò la Luce dell’Imperatore, e si diresse a tutta velocità verso la superficie del pianeta. Jorack riusciva a seguire le varie fasi del viaggio grazie alle immagini proiettate da uno schermo all’interno del Chimera. Appena raggiunsero l’atmosfera, le vibrazioni e gli scossoni divennero insopportabili e molti si sentirono male. Il sole splendeva in un cielo limpidissimo, mentre sotto di loro uno spesso strato di nere nubi era costantemente illuminato dai bagliori dei lampi.
“Quelle sono esplosioni…”, lo corresse la sua coscienza.
Il trasporto attraversò le nuvole ed uscì nel bel mezzo dell’inferno.

L’aria era satura delle scie dei proiettili traccianti, mentre lucenti raggi laser e missili volavano come impazziti in tutte le direzioni. Il suolo fangoso era ricoperto di soldati impegnati in un violentissimo corpo a corpo, e da quell’altezza sembravano un gigantesco sciame di formiche che si allargava a perdita d’occhio.
Il Tenente Vasquez li aveva mandati allo sbaraglio nel bel mezzo della mischia!
Ci fu un improvviso tremore, accompagnato da una veloce perdita di quota.
“Motore destro gravemente danneggiato! Un missile ci ha colpito!”, gracchiò nel vox la voce del pilota. “Manovra standard di atterraggio impossibile!”.
“Ok, prepararsi per uno sbarco aereo! Caporale Flavio, vada alla guida del Chimera!”, ordinò Hartman.
Flavio si alzò e raggiunse velocemente i comandi del mezzo. Il suo volto era illuminato da una folle eccitazione.
“Cos’è uno sbarco al volo?”, chiese Jorack ad Arturus.
“Lo vedrai tra poco”, rispose il caporale con aria tranquilla.
Il portellone d’entrata si spalancò a circa sei metri dal suolo, ed i Chimera letteralmente schizzarono fuori lanciandosi nel vuoto, mentre la navetta procedeva velocemente all’indietro per agevolare tale rischiosa operazione.
Il sergente aveva scelto il terzo mezzo come proprio trasporto, il che aveva lasciato meravigliato Jorack che pensava dovesse essere loro l’onore di sbarcare per primi. Quando il primo mezzo corazzato lasciò la navetta, il ragazzo capì il perché di quella decisione e fu grato ad Hartman per averla presa: il Chimera, infatti, venne colpito da due missili ed esplose ancora prima di riuscire a toccare il terreno. Il secondo percorse pochi metri prima di subire la stessa sorte. Quello guidato da Flavio, invece, riuscì ad atterrare con millimetrica precisione tra i due rottami e guadagnò così una relativa protezione.
“Vi voglio tutti fuori entro dieci secondi!”, urlò il sergente.
Jorack uscì barcollando, il tremendo impatto col terreno lo aveva intontito. Venne immediatamente investito da una fredda pioggia scrosciante, che gli fece presto recuperare la lucidità. Si guardò intorno, due dei loro mezzi erano immobilizzati a causa della rottura dei cingoli, mentre i restanti formarono velocemente un cerchio protettivo. Mentre i graduati cercavano di dare una parvenza di schieramento a quella massa indisciplinata che costituiva il 365°, il giovane soldato si avvicinò con circospezione ad uno dei Chimera ed osservò la mischia. Vide due soldati combattere armati solo dei loro lunghi coltelli. Entrambi portavano la stessa uniforme, alle cui maniche uno dei due aveva aggiunto delle lunghe fasce rosse. Fu quest’ultimo a morire, con la gola squarciata da un preciso affondo. Il vincitore si voltò verso Jorack e, impugnando l’arma con entrambe le mani, gli si lanciò contro. Il ragazzo estrasse la sua lama e parò facilmente il colpo mentre, con la mano libera, afferrava l’avversario e lo scaraventava conto il fianco del mezzo. Lo guardò sconcertato: non aveva di fronte a sé un pazzo sbavante od un mutante. Sulla sua armatura splendeva un’aquila a due teste dorata, non un simbolo eretico.
Jorack rimase bloccato dall’incertezza. “Servi l’Imperatore?”, gli urlò angosciato.
Uno sputo in piena faccia gli confermò che si trattava di un nemico. L’uomo si liberò colpendolo allo stomaco con un calcio talmente forte che lo fece cadere, e si lanciò su di lui. Il ragazzo riuscì ad appoggiarli un piede sul petto, e lo lanciò lontano. Poi si gettò a sua volta sul nemico e lo inchiodò al suolo. I due lottarono disperatamente: ognuno aveva afferrato la mano armata di pugnale dell’altro, ed entrambi cercavano di colpire l’avversario al volto. Jorack si dimostrò più forte ed osservò, con un misto di gioia e disgusto, la propria arma affondare lentamente nella gola dell’uomo. Il poveraccio sbarrò gli occhi, mentre dalla bocca sputacchiava una densa schiuma rossastra, poi giacque immobile.
Jorack si allontanò dal corpo e si tolse la maschera antigas, sulla quale la saliva ed il sangue del morto si mischiavano in maniera disgustosa. Barcollando, si appoggiò al Chimera ed iniziò a vomitare. Non ebbe il tempo di riprendersi completamente, poiché si ritrovò di fianco Teglin che iniziò a scuoterlo violentemente.
“Non è il momento giusto per lasciarsi andare! I nemici ci stanno per attaccare in massa, dobbiamo riunirci agli altri!”.
I due raggiunsero i compagni e vennero subito inghiottiti dal corpo a corpo. Jorack combatteva guidato solo dall’istinto: non riusciva a levarsi dagli occhi l’immagine del volto di quell’uomo, il primo che avesse mai ucciso.
Il numero degli avversari era troppo schiacciante, e ben presto la formazione assunta dal 365° venne spezzata. Si crearono numerose mischie separate, mentre ognuno pensava solo a salvare la propria vita.
“Schiena contro schiena!”, gli urlò Teglin. “Facciamo come il sergente ed i caporali!”.
Jorack vide, infatti, che Hartman combatteva in cooperazione col commissario Trall (il quale, follemente, dispensava morte in eguale misura al nemico ed a coloro che esitavano). Stessa cosa facevano Flavio ed Arturus, ottenendo ottimi risultati grazie anche alle loro armi ad energia, capaci di fendere facilmente ossa ed armature.

Jorack e Teglin, che era armato con il suo fucile Kantrael, si fecero onore sul capo di battaglia, ma le loro gesta ed i tanti altri atti di eroismo compiuti da coloro che combatterono quel giorno passarono inosservati: tutto venne eclissato dalla spaventosa violenza di quello scontro in cui morirono più di 25.000 soldati.

Mentre calava la sera, si combatteva ancora. Le gambe di Jorack cedettero per la stanchezza. Il ragazzo si ritrovò da solo. Vide, poco lontano da lui, una costruzione in rovina e vi si trascinò dentro, crollando al suolo appena varcata la soglia.
Si risvegliò al mattino, il suo corpo era coperto di ferite. Si alzò lentamente e vide che contro le pareti di quella che un tempo doveva essere stata una cascina di campagna, si erano ammassati molti corpi di soldati: sembravano tutti morti.
La sua attenzione venne attirata da un basso ronzio. Scoprì un sopravvissuto, nascosto sotto alcuni cadaveri: era Donovan.
“Jorack…aiutami ti prego! Ho le gambe rotte…cerca aiuto…”, gli bisbigliò a fatica.
“Uccidilo!”, gli disse la sua coscienza.
“No”, le rispose Jorack.
“Se non lo fai adesso, prima o poi sarà lui ad ammazzarti”.
“No, se lo facessi diverrei come lui…”.
Sentì nuovamente il basso ronzio, e questa volta si ripeteva in continuazione. Scoprì che quel rumore proveniva dall’arma del suo commilitone, il quale stava inutilmente cercando di sparargli: ogni volta che premeva il grilletto, infatti, l’arma emetteva quel suono per indicare che il caricatore era scarico.
Gli occhi del ragazzo divennero spenti. Puntò la sua pistola contro Donovan, il quale sorrise con aria di sfida: ”Non hai il coraggio necessario per farlo, bambino!”.
Jorack gli sparò direttamente in faccia, finché non esaurì i colpi. Poi si allontanò dalle rovine.

Una parte di lui era morta in quel momento, mentre un’altra era appena nata…solo il tempo avrebbe dimostrato se ciò fosse stato un bene od un male.

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MessaggioInviato: Lun Dic 13, 2004 1:20 pm    Oggetto:  
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Oggi due capitoletti

Capitolo 13 Assassination!

T1000 avvertì un leggero irrigidimento nel polpaccio della gamba sinistra: presto si sarebbe trasformato in un doloroso crampo. Iniziò a respirare profondamente, contraendo e decontraendo il muscolo ad intervalli regolari. Questo antico rituale gli era stato insegnato al Tempio Vindicare, e gli permetteva di restare perfettamente immobile, mantenendo la zona di caccia sotto mira ininterrottamente, anche per diversi giorni. Non avvertendo alcun movimento nei dintorni, decise di sfruttare quel momento di relativa calma per ripassare mentalmente il piano d’azione. Era la 124° volta che ci ripensava, e questo lo rese leggermente nervoso…non gli era mai capitato aver dovuto rivalutare la situazione così spesso. D’altra parte, erano quattro giorni che aspettava il bersaglio, e doveva pur mantenere la mente occupata in qualche modo.
Si era appostato in un luogo perfetto, delle rovine sulla cima di una bassa collina. Da lì poteva tenere sotto controllo una vasta zona, godendo sempre di un’ottima copertura. I dintorni, invece, erano decisamente spogli. Solo alcuni massi punteggiavano qua e là la pianura, devastata dai crateri delle esplosioni. La preda avrebbe certamente cercato riparo dietro di essi, ed era proprio su questo che faceva affidamento l’assassino: nessuna copertura era, infatti, sufficiente a fornire una completa protezione…un braccio od una gamba sarebbero sempre restate visibili, e lui avrebbe mirato su di esse. Il bersaglio, colpito, sarebbe uscito allo scoperto ed avrebbe incontrato una morte immediata.
L’unico elemento di fastidio era costituito da una piccola zona verdeggiante, situata a nord della collina. T1000 aveva diligentemente minato il boschetto, in modo che chiunque avesse voluto muoversi al suo interno, sarebbe stato costretto a seguire l’unico sentiero che lo attraversava e sarebbe uscito nel luogo in cui il suo fucile Exitus lo aspettava.
Soddisfatto, ricominciò la sua paziente attesa.

Jorack aveva lasciato da alcune ore i ruderi della cascina, e si trascinava senza meta lungo una stretta strada. Era ancora sotto shock per i recenti avvenimenti e, semplicemente, non aveva la forza di pensare coerentemente. Inciampò in qualcosa. Abbassò lo sguardo e vide i resti di un braccio, che era stato mozzato poco al di sotto della spalla. La mano stringeva ancora un lanciagranate che, a prima vista, sembrava in buone condizioni. Istintivamente, il ragazzo lo raccolse. Continuò a camminare per diversi minuti, durante i quali riacquistò sempre più lucidità. Si fermò guardandosi in torno. Non sapeva dove si trovava, l’unica cosa certa era che doveva riunirsi al più presto alle forze imperiali, così da poter ritornare al 365° od almeno sapere se esso esisteva ancora…
Di fronte a lui, il sentiero si addentrava all’interno di una macchia di alberi e sembrava garantire una buona copertura, inoltre poteva intravedere una bassa collina costellata di macerie. Se l’avesse raggiunta, avrebbe potuto osservare meglio la zona e scegliere la via migliore da seguire. Mentre si addentrava all’interno del bosco, cercò più volte di lasciare la strada per muoversi attraverso gli alberi, ma qualcosa lo trattenne ed alla fine si convinse a proseguire seguendo il sentiero.

La Spy Mask dell’assassino rilevò del movimento provenire da nord: una figura malconcia stava uscendo dal boschetto. Automaticamente ingrandì il viso del soldato e lo comparò con quello del bersaglio. Un sorriso comparve sul volto di T1000 quando il micro-cogitator calcolò una somiglianza del 98,7%. Mirò al cranio della preda e fece fuoco.

Jorack uscì dalla macchia d’alberi e vide che il sentiero si biforcava, una parte proseguiva verso Sud-Ovest, mentre un’altra si inerpicava verso la cima della collina.

“Nessuna pietà…”

Il ragazzo, si lanciò di scatto in terra e, con una capriola appoggiò la schiena contro un grosso sasso. Il proiettile passò pochi centimetri sopra la sua testa ma, a causa degli attenuatori di disturbo contenuti nella micro-testata, non emise alcun rumore, ed il ragazzo non si accorse di nulla.
“Chi ha parlato?”, si chiese spaventato mentre puntava l’arma nelle varie direzioni. Dopo pochi istanti, avvertì il rumore di un grosso mezzo che si avvicinava sferragliando.

“Complimenti…”, mormorò l’assassino. “In trecentoventi anni di onorato servizio, sei il 15° che riesce a sopravvivere al mio primo colpo. Questo farà abbassare la mia media di successi al 93,2%…”. I suoi sensori gli riferirono dell’avvicinarsi di un Chimera. “Scocciatori…vorrà dire che sarò costretto ad occuparmi prima di voi…”.

Jorack puntò il lanciagranate in direzione del rombo che si avvicinava, poi urlò di gioia quando riconobbe le insegne del 365°. Il trasporto si fermò ad una decina di metri da lui e fece sbarcare il caporale Arturus e Teglin. Nonostante fossero un po’ malconci, sembravano godere di ottima salute.
“Guarda un po’ chi si rivede!”, gracchiò la voce del caporale Flavio attraverso i vox del Chimera. “Abbiamo fatto bene a perlustrare la zona in cerca di sopravvissuti”.
“Muoviti soldato! Dobbiamo ancora fare un lungo giro, e non abbiamo tempo da perdere!”, sbraitò Arturus, ma sul suo volto era evidente un sorriso di sollievo.
“Sapevo che eri un osso duro!”, disse Teglin mentre gli si avvicinava per stringergli la mano.
Tutto avvenne come al rallentatore…
Il campo rifrattore di Arturus si attivò ed il proiettile venne progressivamente rallentato, finché non si fermò a pochi centimetri dalla sua gola.
“Cecchini! Tutti a terra!”, urlò il caporale.
“Tranquilli! Vi copro io!”, esclamò Flavio. Il Chimera si mosse di fronte a loro mentre il mitragliatore laser della torretta riversava una gragnola di colpi verso la cima dell’altura.

Nonostante i colpi esplodessero tutt’intorno a lui, T1000 rimase immobile e tranquillo. Ricaricò il suo fucile Exitus. “Turbo-Penetrator…”.

Un piccolo foro si aprì nel fronte del mezzo, localizzato nel punto esatto in cui si trovava il pilota. Il Chimera rallentò fino a fermarsi contro la parete della collina, con il motore ancora acceso.
“Flavio!!!”, gridò Arturus. Non ottenne risposta. “Maledetto! Ti strapperò il cuore con le mie mani!”, urlò lanciandosi a testa bassa verso le rovine.
“Da dove sparano! Non riesco a vedere nulla!”, esclamò Jorack correndo anche lui.
“Non lo so! Tu copri il fianco sinistro”, disse Teglin ed iniziò a sparare all’impazzata col suo fucile Kantrael. Il ragazzo ne seguì l’esempio e lanciò un paio di granate a frammentazione.

“Però…vispo quel caporale…”, sogghignò l’assassino inserendo un nuovo colpo. “Shield-Breaker…”.

I tre avevano quasi raggiunto le rovine quando, nuovamente, il campo di forza di Arturus si attivò, ma questa volta non riuscì a fermare il colpo, che raggiunse il caporale al petto. Il suo corpo venne scagliato parecchi metri in dietro, e rotolò fino alla base della collina, dove giacque immobile.
“Nooo!”, urlò Jorack. Poi intravide un movimento tra le rovine e sparò una granata anticarro.Gli sembrò di aver colpito qualcosa ma, quando la polvere si diradò, il luogo tornò ad essere completamente deserto e silenzioso.

T1000 correva zigzagando verso il boschetto. Era una pratica comune degli snipers, quella di sparare due, al massimo tre colpi, e poi allontanarsi velocemente per riposizionarsi: così, infatti, mentre il nemico perdeva tempo nell’inutile tentativo di rintracciarli, loro avevano la possibilità di trovare un nuovo riparo e ricominciare a tormentare l’avversario da lontano. La sua tuta era attiva al 75%, la preda era abile ed era riuscita a colpirlo. Annotò mentalmente, che questa era la terza volta che veniva ferito…sarebbe stata una caccia veramente divertente.

I due ragazzi si erano rifugiati tra le rovine.
“Moriremo…moriremo tutti…”, continuava a ripetere Jorack con gli occhi sbarrati, quasi che stesse recitando un Mantra.
“Taci!”, gli ringhiò contro Teglin. Anche lui era al limite. Il volto era distorto dalla tensione, la fronte era imperlata di sudore ed il fucile gli tremava tra le mani. “Smettila di fare la donnicciola!”.
“Non abbiamo nessuna possibilità…”.
“Col cavolo! Ora ti calmi e mi segui. Dobbiamo vendicare i nostri superiori, e fino ad allora nessuno di noi due potrà permettersi di morire! Verrai con me, dovessi prenderti a calci!”.
Jorack si tranquillizzò un poco. “Grazie, se non ci fossi tu, non saprei proprio come cavarmela”.
“Non ringraziarmi”, sorrise Teglin. “Ti porto con me solo perché costituisci un altro possibile bersaglio”, gli disse con una strizzatina d’occhio.
Jorack stava quasi per replicare, quando si udì un secco clangore metallico. Nell’elmo di Teglin, poco sopra la tempia, si era aperto un foro da cui fuoriuscì un fiotto di sangue che lo raggiunse in pieno volto.
“AAAAAAAAAAAAH!”, Jorack cadde in ginocchio ed iniziò a strapparsi i capelli.
“Jorack!”, lo chiamò la sua coscienza.
“AAAAAAAAAAAAH!”, il ragazzo si accasciò al suolo in preda ad una crisi isterica, ed iniziò a graffiarsi il volto con le unghie.
“Jorack, calmati!”.
“Aiutami!…Qualcuno mi aiuti!”.
“Non posso farlo! Ti prego calmati!”.
“Salvami! Sto impazzendo!”.
La coscienza capì che stava per perdere per sempre colui che la ospitava, e decise di intervenire anche se sapeva che LEI era lì fuori, e la stava aspettando.
Jorack si sentì abbracciare da delle braccia forti, ma nello stesso tempo tenere e scomparve all’interno del proprio cuore, in un luogo caldo e tranquillo, dove poter riposare in pace.
La Coscienza prese possesso del corpo, ed inspirò a pieni polmoni, godendo di quella sensazione…mai più provata da eoni. Stiracchiò i muscoli indolenziti, e degnò solo di una breve occhiata il giovane mortale che si stava accasciando di fianco a lei. Si rialzò, ed iniziò a correre a tutta velocità verso il bosco.

Distanza bersaglio 150 metri, in rapido avvicinamento. I dati scorrevano incessantemente di fronte al visore dell’assassino. Sparò un colpo e con sua netta sorpresa, vide l’obbiettivo che lo schivava facilmente.
Distanza 110 metri. Come poteva correre così velocemente? Neanche un Eversor sarebbe stato in grado di farlo…Sparò di nuovo, ottenendo lo stesso risultato. “Riesce a vedere i colpi!”, intuì T1000. “Ma nessuno è in grado di seguire due traiettorie differenti nello stesso momento”.
Distanza 60 metri. Fece fuoco una volta, poi subito un’altra. La preda evitò il primo proiettile, ma il secondo la colpì in pieno ad una gamba squarciando la divisa e …rimbalzando via! Solo un brutto ematoma era visibile sulla pelle.
L’assassino iniziò a preoccuparsi seriamente. Non aveva mai combattuto contro un avversario simile. Caricò nuovamente l’arma. “Hellfire…”.

La coscienza aveva raggiunto il boschetto. Iniziò ad espandere i propri sensi. Percepì la vita intorno a sé, il lento fluire della linfa all’interno degli alberi, gli elementari pensieri delle piccole creature che vi abitavano…e quelli del suo nemico. Improvvisamente, scorse di fronte a sé una mina e fu costretta a fermarsi. Il proiettile speciale la raggiunse in pieno petto, e la scagliò indietro in mezzo ai cespugli. Sfruttò il contraccolpo per rotolare dietro un grosso tronco, e sottrarsi così alla vista della sua preda. Controllò la ferita. L’armatura era stata sfondata, e con essa anche lo sterno. Il cuore era gravemente danneggiato e gli rimanevano ancora solo pochi secondi di vita. Usò i suoi poteri per curarsi. Con suo netto disappunto, riuscì solamente a rigenerare l’organo: non aveva ancora recuperato in pieno i suoi poteri. Intinse le dita nel caldo sangue che sgorgava dalla ferita e, mentre sul suo viso si dipingeva un feroce sorriso, se le leccò. “Bene! Il gioco si fa duro…”.

T1000 si stava nuovamente allontanando. Non potevano esistere creature in grado di resistere al suo fucile Exitus…poi quel volto gli ricordava qualcosa…sembrava quasi che parlasse direttamente con la sua anima…

“Nessuna speranza…”.

L’assassino si bloccò di colpo. Chi era stato a parlargli? Percepì un movimento alla sua destra, e vide il bersaglio che lo attaccava con un pugnale. Parò il colpo, rispondendo con un potente pugno, ma anch’esso venne parato. La lotta proseguì furibonda per alcuni secondi, poi T1000 capì che non ne sarebbe uscito vincitore…l’avversario era troppo abile. Si allontanò alla massima velocità possibile, cercando di attirare il giovane soldato in una delle tante trappole che aveva piazzato. Con suo sgomento, vide che riusciva ad evitarle tutte. Poi, udì alle sue spalle l’inconfondibile suono di un lanciagranate che faceva fuoco. Tre colpi si stavano dirigendo nella sua direzione. Il primo lo evitò senza problemi, mentre si accorse che, stranamente, gli altri due non erano mirati su di lui.
Quando comprese il perché il tempo sembrò fermarsi. Si trovava in una piccola radura. Tutti gli alberi intorno erano stati minati, e le granate avrebbero provocato una serie di esplosioni a catena impossibili da evitare. Chiuse gli occhi e sorrise…

La coscienza si avvicinò ai tronchi crollati, e trovò il corpo dell’assassino. L’uomo stava lentamente morendo.
“Perché non li hai uccisi?”, chiese la coscienza.
“Come…come hai fatto a capire che non avevo mirato ai punti vitali?”.
“Le domande, qui, le faccio io…”.
“Sì…i tuoi amici sono ancora vivi…volevo solamente farti perdere la calma per poterti eliminare più facilmente”, sorrise l’assassino.
Jorack tornò improvvisamente padrone del proprio corpo, e quasi pianse dalla gioia.
“Davvero?…Davvero non li hai uccisi? Cosa ti ha fatto cambiare idea?”.
“Il tuo volto…ora ricordo…”, disse l’assassino, ed iniziò a narrargli la sua triste storia. Di come era rimasto orfano ed era stato sottratto dall’Officio Assassinorum alla famiglia che lo aveva adottato, e che lo aveva amato come un proprio figlio. I lunghi anni di doloroso addestramento fisico e psichico.
Sentendolo parlare, Jorack quasi si commosse. Gli parve di aver trovato una persona molto affine a lui…qualcuno che non aveva avuto la possibilità di decidere della propria vita, e che aveva molto sofferto. Purtroppo il destino li aveva messi l’uno contro l’altro.
“Dammi la mia pistola…” bisbigliò il Vindicare, Jorack gliela porse senza nessun timore. Era certo che non avrebbe tentato nuovamente di ucciderlo. L’assassino disattivò il meccanismo di autodistruzione e gliela offrì in dono.
“Ora è meglio se ti allontani…presto il mio corpo e l'equipaggiamento sì disintegreranno…l’Inquisizione non può lasciare tracce in giro…”.
“Aspetta! Puoi dirmi qualcosa di più? Perché delle persone così potenti si sono interessate a me?”, chiese Jorack.
“Vuol sia così, colà dove si puote ciò che si vuole et più non dimandare…”, furono le ultime parole di Marcus, ex assassino.
“Riposa in pace…”, mormorò Jorack chiudendogli gli occhi.

“…c’è solo…MORTE”.

Jorack avvertì ancora quella voce, ed un brivido di paura gli corse lungo la schiena. Nuovamente, non vide nessuno. Turbato, si allontanò velocemente. Pochi secondi dopo, il corpo del Vindicare, ed ogni cosa nel raggio di 10 metri, vennero atomizzati.


Capitolo 14 Fare il punto della situazione

L’onda d’urto, creata dall’esplosione del corpo dell’assassino, fece quasi cadere Jorack. Il giovane strinse i denti e continuò a correre: voleva raggiungere il prima possibile i suoi compagni. Era in pensiero per la loro salute anche se, in parte, si sentiva sollevato dal fatto di sapere che erano ancora vivi.
“Ho commesso un grave errore…”, esordì la sua Coscienza.
“Come?…”, rispose ansimando Jorack.
“Ho detto, che non avrei dovuto rivelarmi”.
“Che cosa stai blaterando? Non avevi altra scelta…rischiavamo di morire entrambi!”.
“Forse…comunque ora dovremo prepararci ad affrontarne le conseguenze”.
“Secondo me, ti stai preoccupando inutilmente. Chi vuoi mai che ci abbia visto?…Non se ne sarà accorto nessuno!”, concluse il ragazzo con una sonora risata, che lo liberò finalmente da tutta la tensione accumulata in quei due giorni da incubo…

…Khorne, il possente dio del sangue, continuando a ridere alzò la spada per decapitare la divinità minore del Caos. Il teschio sarebbe stato deposto ai piedi del suo trono, tra i pezzi più pregiati della sua infinita collezione. All’improvviso si fermò, percependo quell’antica presenza. Posò un piede sul corpo dell’avversario, in modo che non avesse la possibilità di fuggire, ed eseguì un breve saluto con la sua arma: era un gesto di rispetto verso un guerriero degno della sua stima…quindi calò la spada in un lucente arco vermiglio.
Anche Nurgle e Slaanesh, si accorsero di quella fugace apparizione. Gli dedicarono solo un breve attimo di interesse, poi ripresero le loro blasfeme attività.
Tzeentch, che sapeva esattamente che il dormiente si sarebbe infine risvegliato, rimase sorpreso quando conobbe la vera identità della cosa che si autodefiniva “Coscienza”.
All’interno degli Arcamondi Eldar, gli Avatar si risvegliarono per un breve periodo. Intonarono un canto lamentoso, gettando nel panico molti Veggenti: essi, infatti, non riuscivano a capacitarsi del fatto di essere incapaci di interpretare questo comportamento, e soprattutto di non essere in grado di tradurre le parole delle loro divinità.
Gli Arconti degli Eldar Oscuri sguinzagliarono i loro eserciti di razziatori: volevano possedere quell’entità…sarebbe stato bellissimo poterla torturare…
Gli C’Tan sorrisero…ora la grande mietitura rossa sarebbe stata ancora più interessante.
Il faro telepatico dell’Astronomican vacillò, e molte navi rischiarono di perdersi per sempre nell’Immaterium.
La Grande Mente Collettiva analizzò questa nuova minaccia…concluse che la sua fame inestinguibile sarebbe stata più che sufficiente per sconfiggerla.
Gli Eterei Tau riunirono il proprio concilio, e discussero se ciò che stava accadendo potesse essere utilizzato a favore del bene superiore.
In tutte le comunità di Orki Ferali, i Tipi Ztrani si svegliarono di colpo. Si guardarono intorno preoccupati. Poi, non vedendo niente di insolito attorno a loro, fecero spallucce, sbadigliarono e ripresero a dormire.
In tutte le altre culture minori, sparse nella galassia, i rispettivi leaders restarono come bloccati, ed ognuno di loro reagì allo stesso modo…

…sgranò gli occhi e rimase a bocca aperta. Questa fu la reazione di Dorial mentre, paonazzo, cercava di indicare con l’indice della mano destra le immagini che scorrevano sull’oloschermo. Le pesanti catene, che ancora lo imprigionavano, resero questo gesto ancora più goffo e fecero ancor di più risaltare la sua buffa espressione.
Quando la Spy Mask smise di funzionare, e contemporaneamente le immagini cessarono di essere trasmesse, Abraxtes applaudì.
“Ottimo lavoro ragazzino…ora so come preparami per affrontarti. Presto sarai mio! Rassegnati Poss, non riuscirai ad intralciare i miei piani!”, disse l’Inquisitore ridendo …

…poi tornò serio. Jorack raggiunse la base della collina, e trovò i suoi tre commilitoni seduti conto la fiancata del Chimera. Arturus aveva il petto fasciato, mentre Flavio era intento a curare la ferita alla testa di Teglin: il volto del giovane caporale era rosso di rabbia mista a vergogna.
Il giovane soldato si avvicinò ad Arturus, il quale lo anticipò dicendogli con un mezzo sorriso distorto dal dolore: ”Niente di grave…solo una costola incrinata”.
Teglin si lamentava ad alta voce: “Ahia! Piano con quei punti!…Dannazione, il mio splendido viso irrimediabilmente rovinato!”.
Jorack si avvicinò e vide che, in effetti, una profonda ferita solcava la parte sinistra della testa del suo amico, poco sopra l’orecchio.
“Non preoccuparti! Le cicatrici ti fanno sembrare ancora più un duro…e poi piacciono alle ragazze!”, gli disse per consolarlo.
“Dici davvero?”, fece Teglin speranzoso.
“Stupidaggini! Basta farti crescere un pochino i capelli, e non si noterà più nulla”, disse gelido Flavio.
“Grazie per avermi tolto anche questa piccola soddisfazione…”, rispose Teglin con un’occhiataccia.
Jorack aspettò finché la medicazione non venne terminata, poi si allontanò col caporale, lasciando riposare Arturus e Teglin.
“Tutto bene, signore?”, chiese.
“Fisicamente sì…però sono profondamente ferito nel mio orgoglio. Quella dannata pallottola ha attraversato le strumentazioni del Chimera, mettendo fuori uso le comunicazioni. Poi si è conficcato nel meccanismo di sgancio delle cinture di sicurezza del mio sedile…per farla breve, mi sono ritrovato intrappolato e non sono riuscito a fare nulla per aiutarvi!”, rispose in tono amaro.
“Non si deve preoccupare per questo, signore…l’importante è che siamo ancora tutti vivi”.
Flavio non sembrò molto convinto da quelle parole, e preferì cambiare discorso: “Chi era il nemico?”.
Jorack rimase spiazzato per alcuni istanti. Poi disse incerto: “Solo un paio di cecchini…”.
“Cecchini dannatamente bravi…”, commentò il caporale, ed iniziò a guardarlo attentamente negli occhi.
Questa volta fu Jorack ad abbassare lo sguardo ed a cambiare discorso: “Credo sia meglio andare signore…la zona non è sicura”.
“Va bene, muoviamoci…”.
Tornarono al mezzo ed aiutarono i feriti a salire a bordo. Si diressero quindi verso le loro linee. Per far passare il tempo Jorack raccontò di come se l’era cavata durante la battaglia, tralasciando ovviamente l’omicidio di Donovan.
“Dopo che siamo stati separati dalla mischia, ho combattuto finché le mie gambe non hanno ceduto per la stanchezza…poi mi sono svegliato la mattina successiva sotto un mucchio di cadaveri. Probabilmente il nemico mi ha scambiato per uno dei tanti morti…è così che mi sono salvato”, disse Teglin. “E voi signore?”, chiese a Flavio, che era alla guida.
Il caporale restò in un imbarazzante silenzio, non sapendo cosa dire. Fu Arturus a salvarlo: “Noi due siamo abituati a queste cose, ti basti sapere questo…”.
“E Padre Jonas, Trall ed il sergente?”, incalzò Jorack.
Questa volta fu Flavio a rispondere: “Anche loro sono abituati…peccato per gli altri…”.
“Abbiamo avuto molte perdite?”.
“A parte i graduati, sono rimasti una ventina scarsa di uomini”.
“Allora la 365° Legione Galattica cesserà di esistere!”, esclamò sorpreso Jorack.
Flavio si sganasciò dalle risate, ed anche Arturus si trattenne a stento. Fu quest’ultimo che gli spiegò: “La 365° nasce solo ora! Hai la vaga idea di quanti disertori, ladri, assassini e chi più ne ha, più ne metta ci saranno su questo pianeta? Con questa guerra civile in atto, credo che raggiungeremo tranquillamente le duemila unità”.
“E’ possibile sapere qualcosina di più su questo conflitto? Io non ci sto ancora capendo nulla”, chiese Teglin.
Gli rispose Flavio: “Devi avere pazienza, quando raggiungeremo il campo base…

…faremo il punto della situazione!”, sbraitò il sergente Hartman. I pochi sopravvissuti della 365° Legione Galattica erano schierati in due file all’interno della sala tattica.
“L’Autarca Ianus Kevir ha dichiarato la propria indipendenza dall’Imperium circa due anni fa. C’è voluto tutto questo tempo per mettere insieme un esercito sufficiente ad affrontare questa guerra. I nemici hanno mantenuto le loro vecchie uniformi, quindi le FDP rimaste fedeli hanno deciso, per evitare confusioni sul campo di battaglia, di legare dei nastri rossi alle proprie divise. Questi simboleggiano anche il sangue versato dai loro fratelli per difendere la fedeltà al nostro Imperatore, e nello stesso tempo vogliono indicare il loro dolore per le condizioni in cui versa l’intero pianeta. Crom III è un mondo molto importante per le sue riserve di Promethium, e la flotta a difesa di questo settore ne ha grandemente bisogno…ricordiamoci che siamo vicino alla zona sud-est del Segmentum Ultima e che la minaccia Tiranide si avvicina sempre di più. Fortunatamente, la maggior parte delle raffinerie di propellente sono in mano alle forze lealiste, ma più del 70% dei territori resta sotto il controllo dei ribelli. Mi aspetto dunque il massimo da voi!”.
Terminato il lungo discorso, il sergente congedò la truppa, tranne i due caporali, Teglin e Jorack.
Quando rimasero soli, disse: “Per ora siamo fuori gioco. Io, Trall e Padre Jonas dovremo occuparci dell’addestramento delle nuove reclute, ma non ho nessuna voglia di sentirmi dire dal tenente Vasquez che ci stiamo astenendo dalla lotta! Ho quindi deciso di creare un piccolo reparto speciale, che dovrà tenere alto l’onore del 365° finché non saremo pronti ad attaccare in forze. Voi quattro mi sembrate piuttosto affiatati, dunque sarete voi a costituire questa squadra…Nonostante tutto però, vi manca una componente fondamentale…qualcuno dotato dei poteri necessari a portare a termine le missioni che vi saranno affidate: uno psionico sanzionato”.
I quattro si guardarono in faccia allarmati…i rapporti tra le truppe regolari e gli psionici erano sempre stati problematici.

Il sergente schioccò le dita, e da un’entrata secondaria fece comparsa un uomo.
“Mi chiamo Poss”, disse tranquillamente…

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Quando le tenebre caleranno sulle città dell'Alleanza, io sarò là.
Quando i vili servi del Re Lich usciranno dalle loro tane per spargere il terrore, io sarò là.
Quando anche l'ultimo mostro sarà perito sotto i potenti colpi del mio martello, io sarò la,
ad osservare la volta celeste la cui grandezza è simile all'amore che provo per te.
Ed aspetterò il sorgere del sole così come attendo il giorno in cui anche tu proverai lo stesso sentimento ch'io provo per te.
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MessaggioInviato: Ven Dic 17, 2004 8:46 pm    Oggetto:  
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In mancanza di Dedalus, scende in campo il DEUS EX MECHANICUS!!! (Hehe ;) )...

Grazie ancora per i vostri complimenti!!! ok

Capitolo 15 Un meritato riposo

“Raccontaci la tua storia…psionico”, disse Hartman con una punta di disgusto.
“Niente di particolare da segnalare…non ho combinato grandi disastri, né ho vittime innocenti sulla mia coscienza. Semplicemente, a causa dell’ignoranza della gente riguardo ai miei poteri, sono stato ingiustamente incarcerato…ed ora mi ritrovo qui”, rispose Poss con distacco.
“Come diavolo ti permetti di rispondermi in questo modo, verme!”, urlò il sergente dopo aver avvicinato il suo viso a pochi centimetri da quello dello psionico. “Voglio sentir uscire da quella fogna che hai al posto della bocca la parola signore, sia all’inizio sia alla fine di ogni tua frase… Capito?!”.
Poss concentrò i suoi poteri sull’uomo. “Signore, farò come ordinate…signore”, gli disse con una velata ironia.
Hartman indietreggiò di un passo, massaggiandosi la testa.
Arturus si mosse per intervenire, ma Flavio lo trattenne e scrollando lievemente la testa gli consigliò di attendere l’evolversi della situazione.
“Sparisci dalla mia vista, feccia!”, ordinò il sergente, e Poss se ne andò dopo avere eseguito un breve inchino.
“E voi altri che ci fate ancora qui?! Il tenente vi ha concesso tre giorni di riposo, sfruttateli al massimo…fosse stato per me, ora stareste già preparando gli zaini per la missione!”.
I quattro si misero immediatamente sull’attenti ed eseguirono il saluto alla perfezione, poi si dileguarono.
“Accidenti! Ci mancava anche questa…eppure avevo consigliato a Vasquez di non includere uno psionico nel gruppo…chissà perché ha così insistito? Non l’avevo mai visto così deciso…”, si disse quando rimase da solo.
“Ora devo informare l’Inquisitore, come si chiamava?…Abraxtes?…Sì, Abraxtes. Devo informarlo di tutto quello che sta avvenendo, e devo anche riferirgli di questo nuovo membro…come si chiama?…Accidenti! Non ricordo il suo nome. Oggi non sono proprio in forma”.
Il sergente pensò che se non si ricordava il nome, significava che non si trattava di una cosa importante…ed era poco “salutare” far inutilmente perdere del tempo ad un Inquisitore. Decise quindi di tacere su tutta la faccenda.

Il primo giorno fu trascorso esplorando il campo base e raccogliendo informazioni sull’evolversi della guerra…oltre che a riposarsi ed a rimettersi dalle ferite. Il campo era una vera e propria cittadina fortificata, che sorgeva all’ombra dei giganteschi impianti di raffinazione del Promethium. Era situato nella zona sud della penisola di Calgar, l’estrema propaggine orientale del continente di Iperborea…una delle tre gigantesche masse di terra che spuntavano dagli oceani del pianeta. All’interno delle sue mura di plastacciaio, più di 35.000 soldati aspettavano di unirsi ai restanti 250.000 sparsi nelle varie zone di guerra. Vicino alla base, si trovava anche un grosso spazioporto dove navi cargo, che trasportavano il carburante, partivano ed atterravano in continuazione. Erano presenti, addirittura, delle piccole officine per la riparazione e la costruzione dei mezzi corazzati.
Svariate unità della Guardia appoggiavano le FDP: Cadiani, Mordiani, Guardie Traciane, Cavalieri Attilani, Esploratori Graiani…e questo solo per citare i nomi più famosi.
I dormitori della 365ma si trovavano nella periferia nord, la zona più squallida, e consistevano in una ventina di massicci casermoni dall’aspetto tetro. All’interno erano tutti uguali: un grosso ambiente con letti a castello, bagni e docce. Uno di essi era adibito a magazzino viveri, un altro sia a sala tattica, sia a sala mensa…la maggior parte di essi era completamente vuota…

I pochi sopravvissuti si erano divisi tra i vari edifici, costituendo piccoli gruppi legati dall’amicizia e dalla fiducia reciproca createsi sul campo di battaglia. Nonostante le proteste di Teglin e la sorpresa dei caporali, Jorack decise di isolarsi e di dormire da solo. Un intero edificio tutto per lui, dove poter passare la notte e ripensare alla propria vita. Avrebbe potuto confrontarsi con sé stesso…con la sua Coscienza, per essere precisi, ed elaborare i suoi dubbi, le sue debolezze e le paure che lo tormentavano. Avrebbe trovato una soluzione a tutto, e sarebbe anche maturato come persona…o almeno così sperava…

Nonostante questo, era ben felice di passare la giornata insieme ai suoi commilitoni, che iniziava ormai a considerare un po’ come la sua nuova famiglia.

Fu verso la sera del primo giorno che fece l’incontro, non sapendo che dopo di questo ne sarebbero seguiti altri.

Tutti e quattro, stavano gironzolando per le affollate vie della base. Indossavano la tipica divisa giallo sabbia, e portavano al posto dell’elmetto un basco nero. Poss non si era più fatto vedere e la cosa, francamente, non dispiaceva affatto. Si divertivano a passare vicino ai Mordiani, sfiorandoli ed urtandoli…era esilarante vedere le espressioni di disgusto e di orrore che si dipingevano sui loro volti, quando si accorgevano che le loro immacolate divise erano venute a contatto con la disgustosa tenuta della 365ma. Gli altri reparti della Guardia erano, per fortuna, molto più alla mano. Scambiarono quattro chiacchiere con alcuni soldati, insultandosi amorevolmente a vicenda. Furono più volte invitati a bere qualcosa nelle svariate bettole che spuntavano qua e là per le strade, e che servivano come punto di ritrovo e di passatempo per i soldati ma, educatamente, rifiutarono ogni volta: sapevano che sarebbe inevitabilmente scoppiata una rissa e quel giorno non era dedicato al divertimento…ci sarebbe stato tutto il tempo nei due giorni seguenti, tanto più che qualche generale scriteriato si era dimenticato di richiedere l’intervento dell’Adeptus Arbitres e nella cittadina regnava una sorta di placida anarchia…

All’improvviso raggiunsero le grandi porte sud delle mura.
“Mi piacerebbe vedere le raffinerie…sul mio pianeta le costruzioni più alte erano i silos di Grano di Larramans. Ricordo che raggiungevano la cinquantina di metri, mentre le torri di questo complesso sfiorano addirittura le nubi!”, disse Jorack con occhi colmi di stupore.
“In effetti, sarebbe bello fare anche una visitina alle officine…”, aggiunse Teglin sfregandosi le mani.
“Che facciamo? Portiamo i bambini in gita?”, domandò sorridendo Flavio.
“Perché no…la conoscenza del territorio in cui si opera è sempre importante!”, rispose Arturus in modo serio e compiaciuto.
Si avvicinarono alle squadre di fanteria scelta che pattugliavano l’entrata, ed ottennero un lasciapassare di due ore.
Le officine furono una mezza delusione: il veto dell’Adeptus Mechanicus vietava l’ingresso all’interno della struttura, ed i quattro si dovettero accontentare di osservare le costruzioni dall’esterno. Fortunatamente, vicino al complesso, si trovava un ampio spiazzo in cui erano parcheggiati diversi mezzi: Chimera, Leman Russ, mortai Griffon e Basilisk…addirittura un paio di veicoli esploranti Salamander.
Teglin sembrava particolarmente interessato.
“Sogna…sogna…”, gli disse Arturus avvicinandosi e battendogli una pacca su di una spalla. “A parte i trasporti, la 365ma non ha in dotazione nessun tipo di mezzo corazzato…peccato…”.
“In compenso, io ho imparato a pilotarli tutti!”, gli bisbigliò Flavio con aria di superiorità.
Teglin, arrabbiato, attese che il caporale si allontanasse prima di rivolgere un gestaccio nella sua direzione.
Raggiunsero quindi la raffineria di Promethium.
I due caporali si fecero guardinghi: era strano che non ci fosse nessuno a pattugliare una zona così importante. Teglin seguiva un po’ annoiato il gruppetto mentre Jorack, estasiato, camminava con la testa perennemente rivolta verso l’alto: era splendido poter ammirare le svettanti guglie protese verso il cielo, e gli sbuffi di fiamme che ogni tanto fuoriuscivano da esse.
Improvvisamente qualcosa oscurò il pallido sole, e si schiantò sul terreno direttamente di fronte ai quattro. Il boato fu assordante, seguito da un piccolo terremoto e da una folata di polvere che li accecò per diversi istanti.
Jorack si ritrovò seduto per terra. Si alzò tossendo e massaggiandosi il fondoschiena, poi scoprì che si stava appoggiando a qualcosa…concentrò la vista e si trovò di fronte un muro in adamantio e ceramite.
“Questo non c’era prima”, pensò. “Che ci sia stato un crollo?”.
Alzò lo sguardo e scoprì che il muro si innalzava per parecchi metri. “Deve essere stato veramente un grosso crollo!”.
Ora che la polvere si diradava riuscì a vedere meglio. Percepì dietro di sé delle espressioni soffocate di stupore. “Cos’ hanno quei tre da impressionarsi tanto?…Ok, c’è stato un crollo, ma per fortuna nessuno si è fatto male!…Però…che strano…giurerei che da questo muro spunta una specie di enorme gamba corazzata…e per dirla tutta, questo più che un muro sembra un gigantesco piede…”.
“E’ un Titano classe Dux Bellorum…”, gli rivelò con noncuranza la sua Coscienza.
Jorack ricadde a terra ed iniziò a tremare di paura.
La massiccia testa di quella semidivinità si spostò verso di lui. Sulla sua fronte era inciso in caratteri d’oro il suo nome: ”INVICTUS”.
Una voce metallica si rivolse a loro. “L’accesso a questa sezione è severamente vietato. Avete dieci secondi per allontanarvi, altrimenti verrete atomizzati”, e per dar maggior forza a questo ultimatum, puntò uno dei suoi megacannoni plasma nella loro direzione.
Il ragazzo si sentì sollevare di forza, e vide per la prima volta il viso di Arturus pallido e tirato.
“Ok…ok…ce ne andiamo subito…chiediamo umilmente scusa…”, disse il caporale balbettando.
Teglin li aveva già preceduti e stava correndo parecchie decine di metri davanti a loro. Jorack, ancora bloccato dal terrore fu condotto via, mentre Flavio chiudeva la fila: anche il suo volto era imperlato di sudore, ma cercava di mantenere un minio di contegno. Rivolse svariati inchini al Titano ed innalzò numerose lodi al sacro Imperatore.

Invictus guardò i quattro umani allontanarsi. Era rimasto turbato da quell’incontro. Pensieroso e triste si allontanò per raggiungere nuovamente la sua postazione di guardia.
“Quel volto…”, si disse.
Alzò la testa verso il cielo…se avesse potuto piangere, l’avrebbe fatto.

Poi ricominciò a sognare…

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Dedalus

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MessaggioInviato: Mar Dic 21, 2004 11:59 pm    Oggetto:  
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Capitolo 16 La quiete prima della tempesta.

Il mattino successivo, la colazione fu animata dalla discussione riguardante l’incontro col titano. Il dibattito si sviluppava intorno ad alcuni punti principali: chi aveva inventato quelle meraviglie tecnologiche? Quanto costava in termini di tempo e di materiali la loro costruzione? Era sufficiente possederne uno o due per vincere la guerra?
Il massimo del coinvolgimento fu raggiunto quando ci si chiese se fosse più potente un titano o un Banebleade.
La discussione fu interrotta dall’improvvisa entrata in sala mensa del commissario Trall.
L’uomo si diresse verso il loro tavolo, il suo sguardo torvo non prometteva nulla di buono.
“Seguitemi!”, ordinò.
I quattro uscirono dall’edificio, e si schierarono in fila. La giornata era nuvolosa e fredda, con un maligno venticello che sollevava le scorie della raffineria in dense nuvole. In netto contrasto con quel paesaggio squallido e desolato, uno splendente sorriso illuminava il volto di Padre Jonas. Il prete era appoggiato al suo gigantesco Eviscerator, ed accolse i soldati con un saluto…anche lui avrebbe partecipato a quell’incontro.
Jorack fu felice di vedere che il suo amico era in buona salute, e nello stesso tempo si rammaricò con se stesso: si era completamente dimenticato di andarlo a trovare e di chiedergli in che modo era sopravvissuto alla battaglia.

“Voi siete stati scelti per tenere alto l’onore del 365mo!”, esordì Trall iniziando a camminare avanti e indietro di fronte ai quattro.
La sua voce assunse un tono di netto disprezzo. “Quale errore! Passi per i caporali, che durante questi primi due anni di servizio hanno dimostrato un sufficiente attaccamento alla causa…ma questi due sono un vero e proprio insulto al buon nome della Legione Galattica!”.
Teglin si infuriò. “Con che coraggio si rivolgeva a loro in quel modo, dopo tutto quello che avevano fatto sul campo di battaglia? Come poteva giudicarli in modo così sbrigativo e superficiale?”, pensò. Rivolse una breve occhiata alla sua sinistra.
Jorack aveva abbassato lo sguardo e sembrava molto triste. Era evidente che quelle parole lo avevano profondamente ferito. Flavio aveva assunto la sua solita espressione imperturbabile. Era incredibile come fosse capace di affrontare gli insulti ed i rimproveri dei superiori senza scomporsi, sembrava quasi che si lasciasse scivolare addosso le ingiurie senza rimanerne minimamente intaccato. Arturus era serio e molto attento. Per lui quelli non erano rimproveri, bensì consigli dati da una persona più esperta e dovevano essere attentamente valutati: solo così si poteva migliorare se stessi. Tutto questo dimostrava ancora una volta il suo profondo attaccamento alle ideologie che costituivano la base dell’Imperium.
“Ogni uomo ha i suoi difetti…e per farglieli superare, è necessario dargli la possibilità di mettersi alla prova”, disse Padre Jonas.
Trall si bloccò mentre soppesava quelle parole, poi riprese a camminare. “In condizioni normali, sarei d’accordo con lei Padre, ma questi criminali dovranno affrontare prove molto importanti e non voglio che il mio nome compaia nei libri di storia accanto a quelli colpevoli di mancanze verso il nostro sacro Imperatore. Finché ne ho la possibilità, voglio evitare questo disastro e chiedere che costoro non partecipino alla missione! Né loro, né quello psionico sanzionato che sembra essere sparito nel nulla…anzi, devo ricordarmi di terminarlo per diserzione appena l’incontro…”.
“…e così essi potranno mondare le loro anime dai peccati e raggiungere la pace eterna. In vita, noi paghiamo il costo di una morte serena…Questa è la frase pronunciata dal nostro immortale Imperatore quando fondò la Legione. Sono certo che sono a persone come questi soldati, che Lui aveva rivolto tali parole”, aggiunse Jonas.
“Avete ragione…l’Imperatore ha parlato così, quindi così sarà. Ritiro le mie accuse e non mi opporrò alle scelte del Tenente Vasquez!…Ricordatevi però una cosa”, disse rivolto ai quattro. “Vi osserverò attentamente e valuterò ogni vostra azione. Se commetterete delle mancanze vi punirò in modo spietato ed esemplare! Sono IO che decido chi vive e chi muore!”.
Quindi voltò loro le spalle e si allontanò.
Padre Jonas si avvicinò ai soldati per rassicurarli. “ Non preoccupatevi, anch’io seguirò le vostre avventure e metterò una buona parola per voi. Sono sicuro che farete sempre del vostro meglio”.
“Padre, posso parlarle in privato?”, chiese Jorack.
“Domani figliolo…domani avrai tante cose da dirmi e io ti aspetterò in sala mensa”. Poi finse di essere arrabbiato ed aggiunse: ”Sembra che nessuno si sia ancora accorto che quell’edificio è adibito anche a cappella del reggimento. Spero di vedervi tutti alla prossima funzione…altrimenti sarò costretto a venirvi a prendere uno per uno tirandovi per le orecchie!”. Sorridendo, anche lui si allontanò.
“Interessante…possiede qualche dote di preveggenza”, disse la sua Coscienza.
“Che cosa intendi dire?”.
“Niente…niente…ne riparleremo domani mattina”.
“Odio quando parli per enigmi!”, la rimproverò Jorack.

Arturus organizzò una serie di allenamenti con lo scopo di mantenersi in forma ed essere pronti per l’azione. Flavio si chiese come fosse possibile “arrugginirsi” in soli tre giorni, un po’ di riposo non poteva che giovare a tutti…comunque non si oppose alla decisione dell’amico.
Queste attività si conclusero nel primo pomeriggio, ed i quattro si recarono in una vicina locanda per pranzare. Gli era stato appena portato da bere, quando al loro tavolo si avvicinò un soldato delle FDP. Dei lunghi nastri rossi erano fissati attorno al braccio destro ed alla coscia della gamba sinistra, mentre sulle maniche della divisa mimetica erano ricamati i gradi di sergente. L’uomo aveva circa trent’anni e sul suo volto, indurito dalla guerra, spiccava una vistosa cicatrice che attraversava la parte sinistra del volto dove una benda copriva l’occhio. I lisci capelli biondi ricadevano incolti sulle spalle, ed il suo fisico era fin troppo asciutto ed atletico: doveva aver sofferto spesso la fame.
“Posso sedermi al vostro tavolo ragazzi?”, chiese con un sorriso.
“Nessun problema amico”, rispose Flavio indicandogli una sedia.
“Mi chiamo Alesius, Victor Alesius”, disse allungando la mano.
Ognuno si presentò stringendogli la mano.
Nessuno fece il saluto militare o si attenne all’etichetta: i soldati della Legione non potevano essere comandati da graduati di altre formazioni e non erano obbligati a rispettare le gerarchie…ovviamente la cosa era reciproca.
“Allora Victor”, fece Arturus, ”Cosa ci fai qui invece di essere al fronte a combattere?”.
“Mi sto godendo il meritato riposo dopo aver combattuto per due mesi di fila. Comunque la licenza scadrà tra cinque giorni e ritornerò alla mia formazione”.
“Noi siamo della 365ma Legione Galattica e siamo appena arrivati. Tu da quale plotone provieni?”, chiese Jorack.
“843mo al comando di Bart. Combattiamo nella zona nord di Aquilonia, il secondo continente del pianeta”.
“Il nord di Aquilonia?! Per caso combatti nell’assedio del palazzo del generale Bress?”, si intromise Teglin.
“Esatto, vedo che quella zona di guerra è molto nota…Comunque più che di assedio sarebbe meglio parlare di macello. Quel palazzo è gigantesco e sorge nel centro della principale città del continente. Ci siamo impantanati in uno schifoso combattimento urbano ed ora non ci si capisce più niente! Sortite, contro sortite, intere divisioni che si perdono in mezzo al dedalo di vie…comunque le cose stanno cambiando e presto organizzeremo un attacco in grande stile al palazzo. Vendicheremo il nostro pianeta!”, disse con un sorriso di trionfo.
“Cerca il palazzo Jorack! Lì capirai…”, gli comandò la sua Coscienza.
“Quale palazzo? Non capisco!”, chiese il ragazzo mentre un brivido di paura gli correva lungo la schiena.
“…”
“Rispondimi!”.
Improvvisamente, il contenuto di un boccale di birra venne gettato contro le spalle del sergente. Gli schizzi bagnarono tutti.
Jorack quasi non se ne accorse, troppo impegnato nella discussione mentale con la sua Coscienza. Teglin iniziò a pregustare l’idea di una bella rissa. Arturus rimase momentaneamente accecato e si asciugò il volto. Flavio venne colpito ad una mano ma non si scompose, “Meglio non sprecare questo nettare divino”, disse leccandosi le dita.
“Savlar!”, urlò Victor.
“Hanno i chemioinalatori?”, domandò preoccupato Arturus.
“No per fortuna”, rispose Flavio.
I Chemiocani di Savlar erano in otto, e quello che sembrava il loro capo si stava avvicinando al sergente stingendo ancora in mano il boccale vuoto.
“Mio fratello è morto per colpa vostra!”, accusò rivolto a Victor.
“Si vede che non era un gran che come combattente…”, rispose il soldato.
“Subito o al tre?”, chiese Flavio all’altro caporale, mentre Jorack e Teglin lo guardavano con aria interrogativa.
“Al tre…”.
“Ok, uno…due…”.
“E TRE!”, disse Arturus alzandosi all’improvviso e lanciando contemporaneamente la sua sedia contro uno degli aggressori.
Scoppiò subito il finimondo mentre gli altri avventori si gettavano anche loro nella mischia. L’oste cercò in vano di placare gli animi e preferì dileguarsi nelle cucine.
Jorack venne colpito al mento e barcollò, poi si riprese e dopo aver afferrato l’avversario per i capelli, lo colpì con una testata in pieno viso. Il soldato si accasciò al suolo senza emettere nessun rumore. Il ragazzo afferrò una bottiglia e la lanciò contro il capo dei Savlar. Osservò meravigliato il volteggiare di quell’oggetto, il cui contenuto si spandeva nell’aria formando mille goccioline luccicanti. Il tiro era perfetto, ed avrebbe colpito il bersaglio proprio dietro la nuca mettendolo ko, ma c’era qualcosa di strano…
La bottiglia restava immobile nell’aria, e anche le altre persone sembravano bloccate come tante statue.
La porta della locanda si aprì e Poss fece la sua comparsa.
“Scusate l’intromissione!”, esclamò con un mezzo sorriso.
In quel momento di calma irreale, Jorack studiò meglio il suo nuovo commilitone. Il suo corpo era alto e possente, ben diverso dalla forma contorta e malaticcia tipica degli psionici sanzionati. Il suo volto era sicuro e da ogni gesto trasparivano sia una grande forza, sia un grande controllo interiore.
“Cos’è successo?”, chiese il ragazzo alla sua Coscienza.
“Solo un banale potere di blocco spazio-temporale…non si può dire che quel tipo non ami le entrate spettacolari!”.
“Non riesci a liberarci?”.
“Io posso tutto…o quasi. Comunque non mi sembra il caso di dare spettacolo di fronte a tutta questa gente, inoltre non sento provenire pericolo da lui…stiamo a vedere cosa succede”.
Poss si mosse verso di lui.
“Tutto questo mi sembra un inutile spreco di energie”, disse mentre toglieva il basco dalla testa di Jorack e lo assicurava alla mano tesa del ragazzo a mo’ di appendiabiti. Si volse quindi verso la bottiglia e la riappoggiò con cura sul tavolo. “Dovreste usare tutta questa forza contro i nostri nemici…inoltre dovreste uccidere loro e non i propri compagni d’armi…”.
Si spostò alle spalle del ragazzo, dove un Savlar aveva estratto un pugnale e stava per conficcarlo nella schiena indifesa di Jorack. Tolse l’arma dalle mani del soldato e l’affondò lentamente nella gola del poveraccio, fece la stessa cosa ai due alle spalle di Arturus e di Flavio. Dal suo viso non traspariva alcuna emozione, nessuna gioia sadica o giusta ira…sembrava che stesse compiendo un gesto qualunque.
“Bene! Ora che le cose sono nuovamente in ordine, consiglio a tutti di tornare alle proprie camerate e di riflettere sui vostri errori. Se qualcuno non mi darà retta…vorrà dire che mi dovrò veramente arrabbiare”, disse facendo spallucce.
Uscì dal locale e dopo pochi secondi tutti riuscirono a muoversi mentre i tre corpi dei Savlar si accasciarono al suolo gorgogliando sangue.
“Non finisce qui!”, giurò il capo dei Chemiocani.
“Quando vuoi”, gli rispose Victor.
“Meglio andarsene, spero di poterti rincontrare in un’occasione migliore”, disse Arturus stringendo la mano del sergente.
“Lo spero anch’io”.

Raggiunsero i loro dormitori mentre il sole tramontava. Durante il tragitto nessuno parlò, tranne Flavio che sottolineò l’utilità dei poteri di quello psionico ma anche la difficoltà di fargli eseguire gli ordini.
Tra i loro commilitoni regnava una certa agitazione, tutti correvano qua e la eccitati.
“Cosa succede?”, chiese Arturus afferrandone uno.
“Sono arrivate le Xenoniane!”, gli gridò quello divincolandosi dalla sua stretta.
“Le Xenoniane?! E chi sono?”, domandò Jorack.
Gli altri tre lo guardarono con sorpresa mista a divertimento.
“Possibile che tu non le conosca? Da dove vieni? Da un pianeta al di là del confine?”, lo prese in giro Teglin.
“Le Xenoniane sono abili guerriere, servono bene l’Imperatore e costituiscono una divisione di sole donne. Inoltre sembra che…”, si schiarì la voce imbarazzato, “…insomma abbiano delle tradizioni particolari…”.
“Per farla breve”, si intromise Flavio, “loro credono che siano le donne a dover combattere ed arrivano addirittura a sopprimere i figli maschi poiché ritenuti inutili. Ovviamente devono perpetuare la loro specie in qualche modo, e pensano che unendosi ad altre popolazioni si possa ottenere una discendenza di guerriere sempre più forti…Ma sei scemo o cosa?! Sto dicendo che sono sessualmente MOLTO disponibili”.
“Ops!…ora credo di avere capito…”, disse Jorack arrossendo.
“Chi è della partita?”, chiese Teglin con un sorriso a 352 denti.
“Andiamo Arturus?”, fece Flavio.
“No, grazie. Per questa volta io passo”.
“Ok come vuoi…”, sorrise. “Tu Jorack?”.
“Ehm…credo che passerò anch’io…”.
“Fate un po’ come volete”, concluse Teglin allontanandosi con Flavio.

“Perché non siete andato caporale?”, domandò Jorack.
“Primo: dammi del tu, ormai facciamo parte della stessa squadra speciale e voglio che si crei amicizia ed intesa tra di noi…Secondo: ho già una ragazza fissa. Non sai che ci sono anche le donne nella Legione? Ovviamente svolgono incarichi logistici e non si mischiano con la truppaglia. Se diventerai anche tu un graduato, avrai la possibilità di conoscerle e magari di trovarne una di tuo gusto…un po’ come è capitato a me…Ora se mi scusi vorrei andarla a trovare. A dopo”.
Jorack rimase solo.
“Sempre il solito timidone!”, lo derise la sua coscienza.
“Lo sai che anche a me piacciono le ragazze, e sai anche perché sono sempre così in imbarazzo su tali argomenti”, le rispose in tono gelido.
“Scusami…”.
Il ragazzo ripensò alla sua infanzia, alle derisioni dei compagni di scuola, al suo unico amico, a come le compagne di corso lo evitavano a causa di suo padre o di Gorn, a come Elisia lo aveva preso in giro…Allontanò con violenza e rabbia quei dolorosi pensieri.

Di dodici che partirono, solo dieci ne tornarono. Delle risate generali accolsero la loro entrata nel campo. Avevano le uniformi strappate e erano tutti pesti e coperti di graffi. Flavio, che zoppicava vistosamente, portava in spalla Teglin.
Jorack si avvicinò sorridendo. “Com’è andata?”.
“Tutto sommato benone, solo non pensavo che fossero così manesche…”, disse Flavio.
Il ragazzo si avvicinò a Teglin, che penzolava a testa in giù.
“Tutto bene?”.
Teglin aprì a fatica gli occhi gonfi. “E’ stato bellissimo!…”.
Poi svenne.

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Quando le tenebre caleranno sulle città dell'Alleanza, io sarò là.
Quando i vili servi del Re Lich usciranno dalle loro tane per spargere il terrore, io sarò là.
Quando anche l'ultimo mostro sarà perito sotto i potenti colpi del mio martello, io sarò la,
ad osservare la volta celeste la cui grandezza è simile all'amore che provo per te.
Ed aspetterò il sorgere del sole così come attendo il giorno in cui anche tu proverai lo stesso sentimento ch'io provo per te.
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